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Diamond Head - All Will Be Revealed
15/12/2018
( 411 letture )
Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti… (Sylvester Stallone, Rocky Balboa)

No. Qui non parliamo di pugili nel momento fondamentale della loro carriera. Non parliamo neanche di chi, alle prese con una grave malattia, riesce a trovare la forza di reagire e rialzarsi. Non parliamo di chi ha commesso un reato e dopo aver pagato il proprio debito cerca di trovare una strada diversa. Niente di così grande e importante, se vogliamo. Qua si parla di musica, di una band. Una band che poteva essere grande, che molti tra quelli che ce l’hanno fatto considerano grande e che invece si muove da più di trent’anni nell’ombra di un successo che non è mai arrivato o comunque è passato così velocemente da lasciare solo il rimpianto di un ricordo. Parliamo di chi, arrivato a toccare il cielo, è miseramente crollato vedendo sfumare un sogno e quando ha riprovato a coglierlo ha subito un colpo ancora più duro. Parliamo di chi, dopo averci provato ancora una volta, ha dovuto anche decidere di separare la propria strada da quella di chi riteneva un fratello, una metà indivisibile. Ma non per questo si è arreso e, ancora una volta, ha alzato la propria testa e ricominciato a correre e a lottare. Parliamo di Brian Tatler e di quelli che, adesso, sono i suoi Diamond Head. La storia è nota e ne abbiamo parlato in forma diffusa: formati nel 1976, i Diamond Head furono tra i primi esponenti della NWOBHM a pubblicare un album, quello che sarà noto come Lightning to the Nations, già nel 1979. Grazie a questo piccolo grande capolavoro primordiale, diverranno ispirazione per numerose band, a partire da Metallica e Megadeth, che li tributeranno a più riprese. Il progressivo allontanamento da sonorità metal e diversi errori di management, li porteranno allo scioglimento nel 1985. Un nuovo tentativo arriverà con Death & Progress, album del 1993 che vedeva tra gli ospiti Tony Iommi e Dave Mustaine e che però non permise loro di riagganciare il treno ormai passato, portandoli invece ad un veloce nuovo scioglimento. Un inaspettato ritorno all’alba del 2000 si concluse con la spaccatura ormai netta con il frontman Sean Harris, desideroso di abbandonare i legami col passato e quindi di iniziare una nuova epopea con una nuova identità e un nuovo nome. Un punto che Brian Tatler non poteva condividere e che porterà ad una nuova età della band, con l’arrivo del cantante Nick Tart e con l’ennesimo tentativo di ricominciare da capo.

Quello che sembrava quasi un insulto alla storia della band, ovverosia l’uscita del superbo Sean Harris, rivela fin da subito dove risiedesse l’anima hard and heavy dei Diamond Head. Tatler e soci mettono infatti in pista un album compatto, aggressivo, dannatamente hard rock e al contempo robusto, calciante, immediato e carico di groove. Moderno nelle sonorità, con una produzione tagliente e metallica e più di qualche filtro applicato alla bella voce di Tart, ma assolutamente classico nello stile e nell’indirizzo musicale, con grandi riff e melodie ammiccanti che si susseguono senza sosta. Irrobustite dalla presenza di una seconda chitarra, le trame musicali sono invero piuttosto semplici e dirette, lontane se vogliamo dalla classe e dall’eleganza che assoceremmo alla band inglese di Borrowed Time e Canterbury, come anche dalle venature heavy di Lightning to the Nations. Sicuramente più incisive e arrabbiate di quelle proposte più di dieci anni prima in Death & Progress, le canzoni che i cinque realizzano per All Will Be Revealed puntano molto, praticamente tutto, sull’impatto e sui propri indubbi talenti strumentali e vocali. In effetti, Tart si mostra sin dalle prime battute un acquisto vincente: indubbiamente meno sopra le righe dell’immenso Sean Harris, il singer con la voce a metà strada tra Robert Plant e John Waite ha dalla sua una concretezza e una partecipazione ai brani che ne certificano la perfetta cesellatura all’interno della struttura del disco. Un album che proprio in forza di una formula se vogliamo basica e scevra da ogni sovrastruttura, rischierebbe di risultare monotematico e perfino ripetitivo, non potesse avvalersi di un ottimo cantante e di una squadra al completo servizio della musica, lontana da ricerche di protagonismo individuale e che opera su una materia ampiamente conosciuta, permettendosi il lusso di variare la formula solo quel tanto che basta, senza mai strafare. L’opener e singolo Mine All Mine centra esattamente il punto: riff potente e maligno, ritornello da lavaggio del cervello, voce filtrata sulla strofa e libera di volare alta nel refrain, sezione ritmica secca e netta, grinta e grezza energia a profusione. Tutto qua e pazienza se forse si poteva pretendere qualcosa di più a livello di struttura e se è abbastanza forte la sensazione che stringendo appena di più in mano resti gran poco di brani come questo, perché lo schema sembra volersi ripetere per gran parte del disco, rivelandone quello che è il più grande difetto: i pochi brani di vero peso e una quasi ricercata assenza di voglia di osare e lasciare il segno. Sembra quasi che la necessità del momento fosse di gran lunga quella di battere un colpo, dimostrare di essere ancora vivi e pronti a prendere a calci tutti, come un pugile rabbioso che da troppo tempo agogna lo scontro e una volta libero di combattere si fa prendere dalla rabbia e dall’aggressività e pensa solo a menare colpi a destra e a manca, senza curarsi granché della tecnica e di quanti vadano effettivamente a segno. Detto questo, come resistere all’hard rock melodico e ruffiano di Give It to Me, nella quale Tart conferma tutta la propria qualità di cantante e il groove regna sovrano? Stessa identica sensazione per la successiva Nightmare, nella quale anche il basso gioca un ruolo importante e che conferma come la qualità delle linee melodiche giochi un ruolo fondamentale, al pari delle partiture tutto sommato semplici ed epidermiche delle chitarre. Un gioco apparentemente fatto di niente e che pure brucia la stragrande maggioranza di coloro che pensano di poterlo interpretare senza sforzo. In verità, come spesso accade, nella semplicità si cela la più grande delle insidie: l’impossibilità di sbagliare quando non ci sono trucchi e inganni è un nemico quasi sempre invincibile. Il gioco regge in effetti per gran parte della scaletta e, pur senza picchi evidenti di eccelsa qualità, risulta davvero difficile trovare anche delle vere e proprie canzoni inutili o di per sé noiose. Semmai, come accade in questi casi, vista la sostanziale immobilità stilistica, a colpire maggiormente sono proprio quei brani che per un motivo o un altro si distinguono dalla massa, come Lost at Sea e la furente e brevissima Drinkin’ Again o quelle nelle quali la formula ingrana al meglio come Broken Pieces che gioca qualche carta in più anche a livello solistico. Il miglior collegamento con quello che i Diamond Head sono stati arriva propria con la titletrack: brano a perfetta metà tra il repertorio classico di Harris e la nuova adrenalinica semplicità, All Will Be Revealed è senz’altro la traccia di maggior spessore dell’album e anche quella che testimonia il passaggio del testimone a Nick Tart, pur con tanto rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è mai stato. Un riff assassino che ricorda non poco quello del brano più famoso composto dalla band si nasconde in Dead or Living, canzone aggressiva e “notturna” che apre la parte conclusiva dell’album, la quale non muta sostanzialmente le coordinate di quanto ascoltato finora con l’ibrido Diamond Head/AC/DC che porta il titolo di Come Alive e i passaggi quasi funk della conclusiva Muddy Waters, ennesimo riff gigantesco che si apre sul refrain ed ennesima buona prova collettiva sublimata da Nick Tart.

No. Probabilmente All Will Be Revealed non sarà il motivo per il quale i Diamond Head saranno un giorno ricordati. Quel posto spetterà sempre ai successi dei primi anni, quando sembrava davvero che il gruppo inglese potesse assurgere a vette proibitive ai più e scrivere il proprio nome in mezzo a quello dei più grandi. Eppure, una volta sfumata questa opportunità e dopo un fallimentare tentativo di tornare in sella, chi poteva più sperare che Brian Tatler e soci riuscissero senza Sean Harris a tirar fuori un disco capace di fare epoca, a quasi trent’anni dalla fondazione? La verità è che con i limiti già evidenziati e senza fare nessuna regalia data dall’affetto verso un gruppo che ha raccolto infinitamente meno di quanto avrebbe potuto, difficilmente ci si sarebbe aspettati di ascoltare un album così ben confezionato, rabbioso, carico di vita e watt e alla fine capace di tenere su l’attenzione per oltre quaranta minuti senza flessioni e passaggi a vuoto. Non ci sono capolavori tra questi solchi e pretenderli sarebbe probabilmente ingiusto, ma non sono certo l’energia e le qualità a latitare in dodici brani che svolgono appieno il loro lavoro e rilanciano una band che tutti davano per spacciata e che invece ha dimostrato di essere capace ancora di rialzarsi, dopo il colpo più duro, l’ennesimo. Perché alla fine, non conta se dimostri di essere il migliore, ma se sai ancora tenere testa alla vita e rilanciare anzi la sfida alle stelle. I Diamond Head lo hanno fatto e hanno dimostrato di avere ancora qualcosa da dire. Se non altro, che erano ancora vivi e con una gran voglia di urlarlo al mondo.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
73 su 1 voti [ VOTA]
InvictuSteele
Sabato 15 Dicembre 2018, 12.48.43
2
Mai sentito, sinceramente, ma dopo Borrowed Time i Diamond Head non mi hanno mai colpito, hanno avuto il colpo di genio a inizio carriera, sfornando unk degli album più belli della nwobhm, ma da Canterbury avevano finito il carburante.
Rob Fleming
Sabato 15 Dicembre 2018, 9.23.29
1
Sempre eleganti anche se patiscono l'assenza di Sean Harris sebbene Tart se la cavi egregiamente come dimostra in Dead Living. 73
INFORMAZIONI
2005
Cargo Records
Heavy
Tracklist
1. Mine All Mine
2. Give It to Me
3. Nightmare
4. Fallen Angel
5. Alimony
6. Lost at Sea
7. Broken Pieces
8. All Will Be Revealed
9. Dead or Living
10. Drinkin’ Again
11. Come Alive
12. Muddy Waters
Line Up
Nick Tart (Voce)
Brian Tatler (Chitarra)
Adrian Mills (Chitarra)
Eddie Moohan (Basso)
Karl Wilcox (Batteria)
 
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