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The Pineapple Thief - Dissolution
16/12/2018
( 1452 letture )
“Aurea mediocritas”: questo concetto di derivazione oraziana può essere definito l’essenza di Dissolution, dodicesimo album del gruppo inglese The Pineapple Thief, uscito il 31 agosto 2018 per l’etichetta discografica Kscope. Ci si trova di fronte ad un lavoro perfettamente limato, privo di sbavature o eccessi che conducono i pezzi fuori dal seminato. Non si confonda però la latina mediocritas con la “mediocrità” negativamente intesa: si tratta invece della perfetta misura, della via di mezzo che non scade ma che, nel caso dei The Pineapple Thief, lascia ampio spazio all’espressione di una fine tecnica. Il loro è un prog molto delicato ma al contempo duro, dai cambi di atmosfera omogenei: anche i passaggi più repentini vengono eseguiti con naturalezza, similmente a ciò che avveniva nei Porcupine Tree. Non ci si deve dimenticare che il batterista del gruppo Gavin Harrison ha militato per diversi anni proprio nei Porcupine Tree e ha seguito Steven Wilson nei Blackfield, nonché nei leggendari King Crimson.

La malinconia non volgare o esplicita, il senso di intima nostalgia verso condizioni forse preesistenti e lo sguardo disilluso con approccio non cinico, ma quasi di stanco stupore, trasudano dai pezzi atmosferici grazie alle tastiere, alla voce di Bruce Soord, alla decisa linea di basso, alla chitarra e alla batteria che marcano con differenti intensità i vari brani. L’interpretazione del disco vede come tema dominante la dissoluzione dei rapporti sociali a causa della dilagante tecnologia. Incasellare pezzi profondi come quelli dei The Pineapple Thief in letture così semplicistiche è tuttavia quasi immorale. Il frequente uso del “tu” nei testi, ad esempio, non certifica un dialogo tra due parti per forza ben definite: il senso d’inquietudine deriva anche da ciò, dal sentirsi fissati da una moltitudine, dal non sapere che nome o forma darle. Il Grande Fratello orwelliano giocava proprio su questa ambiguità: il volto che gli veniva affibbiato era solo un fantoccio, tutto ciò che importava era l’effettivo controllo da lui esercitato. Limitarsi ad analizzare i testi è deleterio nell’ottica di salvaguardare l’unità tra parole e musica. In Dissolution i The Pineapple Thief hanno potenziato la forte complementarietà tra i due elementi fondendoli alla perfezione, escludendo eventuali dualismi.

In White Mist, ottavo pezzo dell’album, lungo undici minuti, i testi e la parte strumentale si intersecano in modo tale da indurre una sensazione di ripetitività, un loop che disorienta, aliena. Gli istanti appaiono immobili, la chitarra elettrica e la tastiera intervengono ma torna eternamente lo stesso tema, non c’è redenzione da questa “perdita di controllo”. La ripetizione contempla però delle variazioni, e il pezzo può prendere delle svolte che mantengono il senso dell’ossessività e del lento struggimento. Logicamente la struttura non può essere vincolata ad alcun pattern scontato, sempre di prog si tratta, ma questo non va a discapito del fatto che il brano risulti orecchiabile già dal primo ascolto. Gli incisivi assoli di chitarra hanno un suono sporco e terminano dopo poco tempo mentre il pezzo si risveglia, facendo sì che risultino completi e autonomi, risolti in loro stessi. Questa caratteristica degli assoli riflette, in realtà, la proprietà di ogni singolo brano che compone l’album. La durata media dei pezzi è infatti abbastanza breve (a parte per i già citati undici minuti di White Mist, la lunghezza dei restanti non va mai oltre i sei o sette minuti) ma in essi si concentrano contrazioni, dilatazioni, flebili catarsi, esplosioni e implosioni che rendono i pezzi stranamente familiari alle orecchie dell’ascoltatore. Ci si abbandona al sound ma al contempo si è consapevoli di come questo potrebbe rivoltarsi contro la propria psiche: il timore rende l’uomo partecipe del comune disagio, ma questo non assicura un rifugio. L’intro lo chiarifica benissimo: Not Naming Any Names, eseguito da piano e voce, ne è l’emblema, in quanto la prevalenza delle ottave basse del pianoforte in contrasto con l’acutezza della voce infonde un senso simile a quello dell’elevazione spirituale impregnata di immanenza; non svanisce però l’allerta, la percezione di aver ricevuto un bollettino che dichiara intenzioni poco salvifiche.
Dopo il sussurrato pezzo d’apertura inizia con convinzione Try as I Might, dalle strofe contratte che si liberano nel ritornello mettendo a nudo la sincera oscurità del soggetto. È un pezzo molto diretto in cui soggetto e oggetto si distaccano. La sezione ritmica scandisce questo processo mentre i riff solisti gli concedono respiro, esitazioni molto umane. Esse si ritrovano anche in Threatening War, in cui la chitarra spesso segue la linea vocale per poi lasciare spazio ai lunghi suoni di tastiera, sorretti dal basso, che si ergono quasi con violenza sul resto del brano. Verso la fine sono identificabili dei passaggi accostabili a Fear of a Blank Planet dei Porcupine Tree, riconoscibili anche nelle dinamiche della voce.
Notevole è l'uso della chitarra acustica in svariati punti di Dissolution: l’ultimo brano dell’album, Shed a Light (per citarne uno emblematico), la vede ampiamente impiegata. L’atmosfera del pezzo non è sensazionalistica o portentosa, i toni sono generalmente miti ma trovano ampio sfogo nella parte dedicata agli assoli (come in buona parte del resto delle canzoni) e in tali momenti si riversa la grandezza tecnica dei singoli musicisti che preannuncia l’ultimo sospirato insieme di versi che danno forma al ritornello. Inutile dire che la speranza e la leggerezza sono, ancora una volta, fallaci. Il sapore è più simile a quello di un invito sarcastico con qualche punta di amarezza- un’amarezza diffusa, la stessa che ha accompagnato lo sfilare di ogni brano.

Per usare un'espressione ampiamente abusata, molti elementi del disco entrano in punta di piedi, e attenuano la durezza di alcuni attimi comunque preponderanti. Tutto ciò rende il primo ascolto estremamente facile e piacevole da subito. E per celare la complessità che sorregge l’album è necessario essere dei musicisti esperti che non fanno strabordare le fini peculiarità di ogni strumento. In questo caso è un’impresa senza dubbio riuscita.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
89.42 su 7 voti [ VOTA]
Heavy Metal Grin
Domenica 23 Dicembre 2018, 13.10.36
11
Non entro nel merito del giudizio sull'album perché non l'ho ancora ascoltato, ma spendo volentieri due parole per fare i complimenti a chi ha scritto la recensione. Di solito non amo testi lunghi quando si tratta di commentare un album, perché vivo questo spazio più come una presentazione del lavoro che un approfondimento. La qualità dell'elaborato è però davvero buona e la lettura risulta scorrevole e intrigante. Anche le citazioni, non tanto Orazio quanto Orwell, lasciano intendere non solo la lettura ma anche la comprensione e la capacità di restituirne il senso. Brava davvero
JC
Giovedì 20 Dicembre 2018, 14.46.21
10
Caro Sergio, Gavin Harrison é probabilmente tra i batteristi più bravi del progressive. In Wilderness e in questo disco dimostra una classe esagerata, degna accompagnatrice della musica elegante dei PT
Sergio Cross
Mercoledì 19 Dicembre 2018, 22.35.51
9
La musica non ha nazioni e non ha colori politici. Chi pensa ciò è solo un prevenuto (e sf...ortunato). Se parliamo del disco in questione siamo sicuramente su alti livelli. Io poi sono un fan di Gavin Harrison che ho visto suonare più volte dal vivo e in una occasione ero ad un metro di distanza. Per me dopo Peart sicuramente uno dei migliori.
GT_Oro
Mercoledì 19 Dicembre 2018, 8.02.37
8
Band che ho sempre seguito ma alla quale, fino al precedente Your Wilderness, a mio parere mancava "il non so ché". Poi con Harrison l'han trovato. Due dischi meravigliosi che non fanno rimpiangere i Porcupine Tree migliori, in bilico fra il malinconico rock semiacustico di Lightbulb Sun e il prog nervoso di In Absentia.
Slartibartfast
Martedì 18 Dicembre 2018, 23.09.19
7
@Titus Groan magari motivassi anche il perché di queste affermazioni mi faresti un favore eh. Dal tuo commento evinco solo un "possiamo farlo anche noi, gneee". Non voglio fare il supponente, è solo quello che si può leggere. Quale sarebbe il problema di questi idioti? Non ti piacciono? Ti sembrano altezzosi? Non sono italici? Anche una spiegazione da bambino dell'asilo mi andrebbe bene, almeno potrei provare a capirti.
Titus Groan
Domenica 16 Dicembre 2018, 23.27.19
6
Ostinatamente continuano ancora a suonare questi personaggi che stuprano e sporcano un genere che non ha bisogno di questi furbi musicisti per continuare ad esistere. Recensite le band italiane, anche se non pubblicano per la kscope questi idioti se li mangiano a colazione
JC
Domenica 16 Dicembre 2018, 11.45.16
5
Macca, rispetto a Magnolia forse ha meno ritornelli accattivanti. Il songwriting qui spinge forse un pelo di più verso soluzioni tecniche elaborate e meno immediate. La voce di Sorod basta e avanza per avere buone ragioni nel comprare il disco. Ayreon, non ti seguo...la musica non ha nazione, fortunatamente. I Pineapple Thief sono al momento una delle band migliori del genere a mio avviso.
ayreon
Domenica 16 Dicembre 2018, 11.35.34
4
non tutto il prog che viene dall'estero è poi cosi' fantastico ,cominciamo anche a recensire cose tipo i barock project ,i syndone , i "the watch" e scopriremo che anche loro fanno bella figura e sono rispettati più all'estero che in patria ,vedi kingcrow e dgm , ricordo che i marillion hanno avuto mark Kelly infortunato per alcune date e l'han sostituito con il tastierista di Ranestrane,band italiana che ha collaborato con steve rothery .
Macca
Domenica 16 Dicembre 2018, 9.42.03
3
Bella recensione! Lo comprerò appena riesco, nel mentre sapete dirmi (anche se mi sono fatto già un’idea dallo scritto) come suona questo Dissolution rispetto a All The Ward e Magnolia, che ho particolarmente apprezzato?
JC
Domenica 16 Dicembre 2018, 7.22.16
2
Disco molto buono, come sempre accade per i Pineapple Thief. Un pelo meno di carisma - a mio giudizio - rispetto ai precedenti due album. In ogni caso, consigliatissimo a chi non li conosce, obbligatorio per chi già li ama.
Wonderboy
Domenica 16 Dicembre 2018, 0.30.12
1
Diamo il benvenuto a Marlene con questa prima recensione!
INFORMAZIONI
2018
Kscope
Prog Rock
Tracklist
1. Not Naming Any Names
2. Try As I Might
3. Threatening War
4. Uncovering Your Tracks
5. All That You’ve Got
6. Far Below
7. Pillar of Salt
8. White Mist
9. Shed a Light
Line Up
Bruce Soord (Voce, Chitarra)
Steve Kitch (Tastiera)
Jon Sykes (Basso)
Gavin Harrison (Batteria)
 
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