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Spaceslug - Eye the Tide
21/12/2018
( 450 letture )
La libertà dell'artista in ambito di scelte stilistiche è inequivocabile, quanto lo è quella del pubblico di esprimere un proprio giudizio a riguardo.
Non è solo importante saperlo, ma anche ribadirlo. Soprattutto di questi tempi, soprattutto per questo gruppo.

Il 20 luglio di quest'anno gli Spaceslug hanno rilasciato il loro terzo full-lenght: Eye the Tide. Come il resto della loro discografia fino a qui, l'album è interamente autoprodotto; questa è una nota di particolare rispetto nei loro confronti, l'autoproduzione infatti è uno di quei fenomeni costituenti del tessuto dell'industria musicale che col passare del tempo ha acquistato un valore inestimabile e ineguagliabile.
Detto ciò, Eye the Tide è stato sottoposto al lavoro dell'ingegnere del suono Krzysztof Kurek , il quale per questa impresa ha dovuto tener conto dell'ampio spazio che i "suoni fuori campo" come interferenze, fischi e ronzii, sparati nello spazio da synth ed effetti, avrebbero ricoperto nel processo di costruzione del suono all'interno dell'album.
Ma si può davvero parlare di "costruzione"? Sarebbe forse più corretto parlare di "assemblaggio". Di sperimentazione sì, ma che si discosta da una "imitatio" pienamente ragionata.
L'intera dimensione di questi tre ragazzi polacchi sembra essersi spostata su un piano più aleatorio, fluttuante; il suono si apre per disperdersi in ogni direzione con intensità diverse. La tendenza a voler espandere l'orizzonte sonoro, per renderlo forse più avvolgente, ha fatto si che venisse a mancare un centro focale saldo dal quale far poi scaturire l'intera esperienza.
La struttura delle tracce oscilla tra picchi complementari che vanno a nascondere e saturare i punti di riferimento dell'ascoltatore.

Parlando delle linee vocali di Bartosz Janik bisogna dire che seguono un groove completamente diverso, che guarda verso altre direzioni. Nelle strofe di Spaced by One ad esempio il tono mistico, marchio di fabbrica della musica psych/ambient, si mischia ad una grinta vocale, se pur tenue, che ricorda molto un Phil Anselmo ai tempi di The Great Southern Trendkill, ma più glam. Groove che viene rimodellato poi nel solo, eseguito in via eccezionale da Kurek (SoundEngineer) con un timbro fortemente metallico dagli acuti esasperati in dissonanze acide, sinistre, che sfociano poi in un crescendo dalle sfumature decisamente black. Il contributo di Kurek si rivela uno dei particolari migliori all'interno del disco.

Alla traccia numero quattro succede qualcosa. Non subito, l'inizio segue bene il mood delle tracce precedenti (e successive), ma a circa un minuto e dieci tutto rallenta, il suono si fa più pesante, l'atmosfera si fa più densa, tetra, ma soprattutto tangibile. La voce di Janik lacera lo spazio accompagnato dalla batteria martellante di Ziolkowski durante un esplosione black/screamo a metà del terzo minuto. Da lì in poi il timbro rimane oscuro, a tratti dissonante (ricordando il meritevolissimo contributo dell'ingegnere del suono Kurek nel solo della seconda traccia). Un accento troppo brutale in mezzo al clima ovattato e piatto che lo circonda.
Words like stones, uscita come singolo il quindici giugno, è la prova concreta che quell'anima cupa e solenne è ancora forte nonostante sia nascosta sotto un accozzaglia di stilemi più barocchi che eclettici, messi come riempimento apatico di un vuoto creativo normalissimo nel percorso di un gruppo, ma che andrebbe affrontato con armi diverse. Così quella che voleva essere magari un'ardita sperimentazione si riduce a poco più di un "divertissement".

Una pecca è il fatto che, per riempire lo spazio lasciato dalla mancata composizione di veri e propri riff, la band si sia affidata a lunghi intermezzi strumentali di stampo forse troppo marcatamente post-rock. Hanno più il sapore della jam-session, della musica da sottofondo, che la statura di passaggi se non chiave almeno non puramente ornamentali.
Passando poi tra un citazionismo dubbioso, come quei due minuti finali della terza traccia, Eternal Monuments (che sembrano ritagliati dalla "Golden Era" di un gruppo come i Deftones) e vari riferimenti a sonorità primigenie del genere psych/post-rock/fuzz-rock, Eye the Tide si presenta come un "patchwork" lungo cinquantacinque minuti in cui l'unica vivida sensazione a emergere è l'incertezza nel definirsi del gruppo.
Pensando al loro esordio con Lemanis giusto due anni fa e all'interessante, ma già discutibile, impresa di Time Travel Dilemma nel 2017 , un album come questo era quasi da aspettarselo. Rimane ovviamente la speranza se non di un ritorno ad un impronta più strutturata come quella del 2016, almeno di un impegno diverso da quello finora dimostrato.

La Polonia negli ultimi anni sta offrendo al panorama musicale un contributo non indifferente, con gruppi come Belzebong, Dopelord e Major Kong che si sono incaricati di dimostrare la fertilità della scena stoner doom ben oltre la semplice dimensione quantitativa; dei concorrenti con cui può essere difficile convivere, si capisce, ma questa condizione dovrebbe piuttosto stimolare una messa alla prova continua, alzando l'asticella poco a poco, con lo sforzo di tutti. Per il momento, il nome degli Spaceslug rimane molto al di sotto di altezze anche solo accettabili, servirà uno scatto importante, per abbandonare il limbo dell’anonimato.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
70 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2018
BSFD Records
Stoner/Doom
Tracklist
1. Obsolith
2. Spaced by One
3. Eternal Monuments
4. Words Like Stones
5. Vialys part I
6. Vialys part II
Line Up
Bartosz Janik0 (Voce, chitarre, synth e percussioni)
Jan Rutka – (Voce e basso)
Kamil Ziółkowski – (Voce, batteria e percussioni)
 
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