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Corrosion of Conformity - America`s Volume Dealer
22/12/2018
( 896 letture )
Con America's Volume Dealer, i Corrosion of Conformity tornano a casa. Con questo non si intende il thrash/hardcore degli inizi, ma quella casa atavica, punto di partenza di ogni realtà metallica, che è il rock. Un cammino verso le origini, iniziato già a partire dal quarto album, l'immenso Deliverance, e proseguito con il seguente Wiseblood, durante il quale la presenza di influenze hard e southern rock si è fatta strada in maniera progressiva e inesorabile nel suono dei Nostri. Da questo punto di vista, America's Volume Dealer rappresenta l'apice di questo percorso (d)evolutivo. Un apice certo non qualitativo, e quantomeno economico. L'album è un vero e proprio fallimento commerciale, accolto ancora peggio di Wiseblood, che già era costato alla band la fine del contratto con la Columbia.

Anche se America's Volume Dealer è il lavoro più rock degli Americani, non presenta un suono radicalmente diverso dai capitoli precedenti. L'album suona decisamente Corrosion of Conformity, ma il bilanciamento delle componenti pende sempre di meno verso la componente metallica. Ne risulta un sound caldo e avvolgente, molto melodico seppur non privo di qualche scoria più robusta. Quello che la band conserva dal passato è l'atmosfera generale che, seppur più ariosa e positiva, resta potentemente evocativa. In questo senso, America's Volume Dealer ci porta il Sud, l'America profonda, arida e polverosa.
L'album si presenta come un blocco compatto, composto di in una manciata di brani possenti e cadenzati. L'opener Over Me, un grintoso hard rock in buon equilibrio tra ruvidezza e melodia, mette subito le carte in tavola. La chitarra distorta si scioglie presto in un liquido impasto clean, psichedelico e tremolante come un miraggio nel deserto, per poi rifare di tanto in tanto la sua comparsa. La strumentale, asciutta ed essenziale, strabocca però di groove. Basti sentire la successiva Congratulations Song, brano ritmato e possente, arroventato da un'acida chitarra solista. Seguono lo stesso sentiero anche Doublewide, che alterna un'ariosa melodia a un indovinato ritornello, e l'incandescente Zippo. Più robusta delle precedenti, stracolma di un groove sporco e unticcio, quest'ultima sfoggia una martellante sezione ritmica, sulla quale un efficacissimo Pepper Keenan ci delizia con una caldissima linea vocale. Al pari della strumentale, la sua voce si addolcisce rispetto al passato, mantenendo però tutte le caratteristiche che abbiamo imparato ad apprezzare da Deliverance in avanti. Il singer si mostra davvero a suo agio su queste “nuove” sonorità, spaziando tra momenti graffianti e calde melodie. Queste si manifestano con prepotenza in Stare Too Long e Sleeping Martyr, due vere e proprie ballate acustiche che spezzano sapientemente il ritmo dell'album. La prima è un bel brano caldo e corale, dove emergono chiare le influenze dei Lynyrd Skynyrd. Parecchio southern anche la seconda, meno riuscita, forte di qualche buona intuizione ma dallo svolgimento confuso. Puzza di stoner diluito 13 Angles: tutta la grinta degli episodi precedenti si dilata in un'indolente ed evocativa litania, che mette in mostra il lato più psichedelico di questi nuovi Corrosion of Conformity. Completano l'album alcuni episodi meno riusciti, come la grintosa Who's Got the Fire, un tantino stucchevole nella sua stradaiola semplicità. Buona ma nulla di più anche Take What You Want, mentre l'ultima Gittin' it on rispolvera un po' a sproposito antichi sapori punk. La produzione imperfetta gratta al punto giusto, conferendo il tocco finale a questo lavoro dall'atmosfera arida e polverosa.

I magri incassi dell'album, che ha venduto dieci volte meno di Deliverance, non devono trarre in inganno. America's Volume Dealer non è certo un capolavoro, ma nemmeno un brutto disco. Più facile e leggero dei precedenti, certo, ma non un “tradimento” musicale, né un fulmine a ciel sereno. Si tratta piuttosto della conclusione logica di un discorso artistico intrapreso nell'arco di tre album, una sorta di back to the roots, forse discutibile ma coerente. Non si può chiaramente osare un confronto con i vecchi classici ma, se preso individualmente, il sesto lavoro dei Corrosion of Conformity ci regala una manciata di belle canzoni, semplici ed efficaci. Unica pecca, il livello dei brani non omogeneo e una seconda parte dell'album meno riuscita. Ma malgrado ciò, America's Volume Dealer è un album che mostra il lato più classico e viscerale della band, e che merita ampiamente di essere (ri)scoperto.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
84 su 2 voti [ VOTA]
jaw
Mercoledì 31 Luglio 2019, 23.05.59
5
disco poco capito, per vari motivi, pessima l'idea di mettere come cover painted la Vertigo, Dio si incazzerebbe e non poco
Poison Ivy
Sabato 29 Dicembre 2018, 11.03.33
4
Il disco che completa l'opera di recupero di certe sonorità più hard rock anni 70' e che chiude il cerchio. Forse il meno bello tra quelli fatti da Deliverance ma sempre un gradino sopra tanti altri gruppi; peccato che poi non abbiano più continuato visto lo scarso, immeritato, successo.
InvictuSteele
Domenica 23 Dicembre 2018, 18.08.53
3
Grande album, più 70s rispetto ai precedenti, con qualche spruzzata blues e un po meno potente, ma bello bello. Chiude la tetralogia stoner inaugurata da Blind. Voto 78
Galilee
Domenica 23 Dicembre 2018, 0.23.54
2
L'unico che ho dei COC. Bello.
DëZ
Sabato 22 Dicembre 2018, 20.17.26
1
Per me è impossibile dare meno di 88 agli album del primo decennio dei COC con Pepper alla voce. Segnalo la partecipazione di Warren Haynes (ex Allman Brothers e Govt Mule) in stare too long, un pezzo in cui si respira e vive ogni ansa del Mississippi che avrebbe fatto canticchiare anche Ronnie van Zant
INFORMAZIONI
2000
Sanctuary Records
Southern Rock
Tracklist
1. Over Me
2. Congratulations Song
3. Stare Too Long
4. Diablo Blvd
5. Doublewide
6. Zippo
7. Who's Got the Fire
8. Sleeping Martyr
9. Take What You Want
10. 13 Angels
11. Gittin' It on
Line Up
Pepper Keenan (Voce, Chitarra)
Woody Weatherman (Chitarra)
Mike Dean (Basso)
Reed Mullin (Batteria)
 
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