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Eyehategod - Take as Needed for Pain
22/12/2018
( 1549 letture )
September 9th, 1993. E Sludge sia.

Un altro tassello si aggiunge al puzzle immaginario dei “fondamentali” del 1993. Una manciata di giorni prima dell’uscita di Houdini e In Utero, usciva un monumento dello sludge, tale Take as Needed for Pain. E la cappa del cielo metal a stelle e strisce si tinse di nero. Lo stesso nero della quale è incrostata, ancora calda, la parte inferiore dell’attrezzo “da lavoro” di ogni bucomane che si rispetti. C’era stato l’apogeo del thrash e dell’hardcore, il death avevo preso forma, c’erano i Melvins, c’erano i Neurosis, c’erano le chitarre distorte che occupavano le classifiche di tutto il globo per merito dei ragazzacci di Seattle, ma la vera risposta in campo metal, “americana”, underground, estrema e nichilista quanto lo era, ad esempio, il black scandinavo che andava imperversando dalla fine degli anni ’80, dai primi lavori di Bathory (prima dell’epocale svolta viking) e Mayhem, si ebbe con il seminale lavoro d’esordio degli Eyehategod del 1990, In the Name of Suffering. Se si accosta un qualsiasi lavoro “true” black (quindi, niente inserti tastieristici e niente Emperor) di quegli anni con uno qualsiasi della sparuta discografia degli Eyehategod, da un punto di vista prettamente acustico, si riscontreranno pochi, se non nessun elemento in comune tra le due correnti, eccetto a livello di resa sonora finale. Velocità, scream lancinanti, ideologie religiose e politiche alquanto discutibili e blast beat si oppongono a tempi mediamente lenti, eventuali strappi hardcore, latrati sofferti e tematiche quali tossicodipendenza ed estratti di vita quotidiana, per dirla in soldoni. Ciò che accomuna lo “sludge” di matrice eyehategodiana (specifichiamolo) al filone black delle origini (e alle coraggiose band che ancora oggi li praticano, questi sottogeneri…), e all’hardcore prima ancora, è la medesima esigenza di vomitare nelle orecchie dell’ascoltare una dose d’odio e sofferenza interiore che fino ad allora era pressoché sconosciuta. C’è una sorta di attitudine punk che lega entrambi i generi, che, a modo loro, daranno vita ad una serie di lavori storici che si porteranno appresso il medesimo scopo, ovvero la necessità di ferire ed infierire sui timpani dell’ascoltatore con frequenze violente e ruvidissime, a dir poco. Non si parla di musica impegnata: il black vuole scandalizzarla, la società, e lo farà, mentre lo sludge, prima delle derive post/prog, è l’apoteosi dell’isolamento sociale in musica, di tutte le sue cause e di tutto ciò che ne consegue. Chi lo canta o lo suona non è altro che un reietto. E Mike Williams ne è esempio e martire allo stesso tempo, è metafora e allegoria incontrastata di un intero credo. A far da collante tra questi due generi, tuttavia, c’è un ripudio viscerale che sfocia in tangibile misantropia, un ultimo pianto disperato, veicolato da ampli e microfoni, che lega questi poli, solo apparentemente opposti. Acusticamente, uno il contraltare dell’altro, intrinsecamente, gemelli separati alla nascita dall’Oceano Atlantico.
Nel settembre del 1993, gli Eyehategod, forti di un contratto con Century Media Records, completano (precocemente) il percorso cominciato con il precedente In the Name of Suffering, piazzando, storicamente parlando, il primo capolavoro di questo filone sludge più malsano, magnificamente immorale e tormentato. A voi…

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Cambio d’etichetta, switch interno di Mark Schultz, che abbandona la sei corde e prende il posto del bassista uscente, Steve Dale, e a supporto del riffing obeso e lercio di Jimmy “Power” Bower, entra il chitarrista dei Soilent Green, Brian Patton. Questo il nucleo tossico che inciderà Take as Needed for Pain.
Comprendere fino in fondo un lavoro come questo, e l’intera produzione discografica firmata Eyehategod, è e sarà sempre, diciamolo, pressoché impossibile, pur calandoci perfettamente nella parte di chi l’ha scritta e vissuta, questa odissea, vestendo più i panni di uno psichiatra, che di un fan del “metal di New Orleans”, mentre si prova a cogliere tutto il disagio e il malessere che infettano i dodici brani di questo lavoro. La seconda fatica (letteralmente…) discografica sulle lunghe distanze, scarna nelle strutture, cruda ed essenziale nei temi affrontati, ci catapulta in un mondo, ops, che dico, in un incubo, di cinquanta minuti. La produzione meno ovattata e più nitida rispetto al precedente riesce a valorizzare quelle che sono le tre colonne portanti di questo disco: abbiamo i Black Sabbath, abbiamo i Black Flag, ma già dal lavoro precedente, seppur ancora influenzato in modo massiccio dall’hardcore, si riusciva ad intuire un terzo elemento extra-musicale, quanto stramaledettamente concreto, che condurrà il quintetto di New Orleans “oltre” gli schemi. C’è un’orgia di capitale importanza fra questi solchi, senza la quale gli Eyehategod, probabilmente, non esisterebbero. Un’orgia irrazionale che costituisce la chiave di volta per (provare a) comprendere Take as Needed for Pain, e, a maggior ragione, il successivo Dopesick. Un’ammucchiata perversa di droghe (la lista è lunga…), crack house, vodka e birra da quattro soldi, cirrosi e contrazioni, vomito e astinenza, spacciatori-aguzzini, scantinati sudici e marciapiedi che per notti infinite divengono comoda branda, e per finire, vita sulla strada ed emarginazione sociale. Del resto, tentare di descrivere la loro città natale con queste poche righe sarebbe un pessimo errore di generalizzazione, tuttavia, gli Eyehategod fotografano e musicano la periferia di New Orleans, i suoi vizi e le sue problematiche magistralmente. Suoni che trasmettono fotogrammi brutali: non c’è Satana, non c’è il pentacolo, non ci sono chiese arse, non ci sono omicidi, non c’è face-painting, non ci sono fiumi di sangue à la Tarantino, non ci sono cadaveri cannibali o i mattatoi “gore” del death. Eppure è tutto così violento, asfissiante, ma soprattutto…vero. Spaventa perché Sisterfucker potrebbe accadere, ora, due isolati più in là, angoscia perché 30$ Bag è l’imposta che ogni tossico paga sulla propria vita, sin da quando si sveglia, tramortito, la mattina, facendo del sano Shoplift (‘furto’) mattina e sera, per poi isolarsi e commettere ancora Crimes against Skin, contro la propria di pelle. Se un principiante assoluto dello sludge, che si accinge ad ascoltare Take as Needed for Pain per la prima volta, non considera questo pandemonio, percepirà gli Eyehategod come “la solita band di disturbati”. Ok, disturbati, un pochettino, i Nostri lo sono pure. Ma i disturbi, anche loro, hanno un’origine ben precisa e una minima parte di questi è riportato qui sopra. Cosa ancora più spiacevole è che dal 2005 fino al tardo 2016, la vita sarà ancor più crudele con Mike Williams (Uragano Katrina - arresto - trapianto di fegato).
Soffermarsi in un track-by-track, in questo caso, rappresenta un’operazione sterile data la qualità media dei brani, ma svettano, comunque, alcuni cavalli di battaglia della band, e classici del genere tutto, sui quali mi soffermerò brevemente. L’apertura-manifesto è affidata a Blank, avviluppata tra furia hardcore e cadenze sabbathiane, chiusa dall’improvviso messaggio radiofonico che intitola questo paragrafo. Disagio all’ennesima potenza. Via con altri tre pezzi da novanta: Sisterfucker (Part I) / Shoplift/White Nigger, in cui svettano, oltre alla prova vocale di Williams, anche gli incipit del quattro corde lugubre di Mark Schultz. Brani, questi, dotati di riff scolpiti nella storia del genere, al loro interno vanno segnalati il cambio tempo a 0.27 del primo che conduce ad un micidiale “Burn her // Burn her // Burn her // Rape…”, l’imponenza del riff-perno del secondo tassello (0.14) e la drammaticità commovente dell’ennesimo mastodonte costruito da Jimmy Bower del primo minuto di White Nigger, nato dagli onnipresenti feedbacks. Si fa largo 30 $ , uno dei massimi (e primi) esempi di quel blues portato allo stremo dai Nostri, che negli anni a venire sarà un marchio di fabbrica di uno stato, la Louisiana, di un’intera corrente e di qualche generazione di metalheads. Dalla dose di dolore sprigionato dalla title-track, strutturata su un gioco chitarristico di contrazioni e rilasci, il malessere del duo Bower/Patton emerge definitivamente in quella Crimes against Skin nominata sopra, dotata di un fraseggio blues, ipnotico e saturo, e poi, letteralmente squassata dagli armonici naturali delle chitarre (1.18) intervallati dal palm-muting e dai latrati di Williams. Kill Your Boss, l’incursione blues “delle paludi” a 2.45 e il drumming prima sbronzo, e poi compatto, del mai troppo compianto LaCaze ci conducono verso l’epilogo di un lavoro unico. Il trionfo dell’ultima abitazione, quella là, dell’ultima strada, nell’ultimo angolo della città.

AMPS SPEAK LOUDER THAN WORDS
Estendiamo: Take as Needed for Pain è il trionfo degli ultimi. Non si aggiunge nulla di nuovo in queste pagine: droga, dolori e deliri conseguenti avevano già avuto ruoli significativi nel rock e nel metal. Così, di getto, pensiamo a cosa usciva nel 1992 (Dirt), nel 1993 (In Utero) o a cosa accadrà nel 1994. In the Name of Suffering fu il preludio di ciò che venne poi, che già odorava fin troppo di eroina e novità, ma è Take as Needed for Pain a irrompere nel metal come un meteorite. Mi riesce difficile riesumare una band che prima degli Eyehategod avesse dato voce in modo così autentico e bestiale alle proprie sofferenze interiori, vissute da ogni membro, riuscendo a mozzarci il fiato track-by-track, grazie al dolore delle corde vocali del reietto Mike Williams, uno di “loro”, e degli ampli di Bower/Patton/Schultz settati al massimo. Con Take as Needed for Pain, gli Eyehategod consegnarono al metal (estremo) il suono, la voce, il movimento ciclico della periferia, dei suoi vizi, dei suoi palazzi, dei suoi abitanti e delle sue nefandezze. E a distanza di un quarto di secolo, suona ancora tutto così vero e attuale.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
93.6 su 5 voti [ VOTA]
Giaxomo
Domenica 23 Dicembre 2018, 15.14.30
8
@Galilee: Ok, ma io mi riferivo a "Sore" e ad "...at a Loss"... 😉
Galilee
Domenica 23 Dicembre 2018, 14.56.39
7
Ci sono già Giaxomo, ma sono stati recensiti pessimamente.
Alex Cavani
Domenica 23 Dicembre 2018, 10.57.13
6
La storia narra che più ascolti questo disco, più è probabile che tu ti svegli con la sifilide! 100 secco, ma degli Eyehategod tutti gli album sono eccellenti.
Giaxomo
Domenica 23 Dicembre 2018, 9.56.40
5
@Galilee: i Buzzoven arriveranno, prima o dopo arriveranno anche loro...😉
Galilee
Domenica 23 Dicembre 2018, 0.29.50
4
Disco super coinvolgente e marcissimo. Anche se per questioni affettive sono più legato al debutto. Loro e i Buzzoven, i Re dello Sludge.
God of Emptiness
Sabato 22 Dicembre 2018, 23.37.20
3
Recensione bellissima. Manifesto dello sludge, acquistato e venerato da sempre da parte mia. Voto 95
Giaxomo
Sabato 22 Dicembre 2018, 19.46.46
2
@No Fun: grande, sempre sul pezzo 😉 Diciamo che sto attraversando un periodo "movimentato", non darei la colpa a Bower & Co...anzi, è stato un piacere e un onore poter scrivere questa recensione! A presto.
No Fun
Sabato 22 Dicembre 2018, 19.21.33
1
Hardcore tragico. Non saprei come definire altrimenti il modo in cui mi arriva il suono di questa band. Li scoprii tardi, una decina di anni fa, ma fu un colpo di fulmine, mi sembrò di aver trovato il gruppo, il suono che avevo sempre cercato. Quando ho visto Mike e Power Bower due volte dal vivo quest'anno ero commosso. Voglio bene a questa band. Domattina con calma e caffè leggo la rece. Ecco perché il buon Giax è stato un po' senza scrivere (almeno rispetto al ritmo che aveva all'inizio )preparava un pezzone sui classici.
INFORMAZIONI
1993
Century Media Records
Sludge
Tracklist
1. Blank
2. Sisterfucker (Part I)
3. Shoplift
4. White Nigger
5. 30$ Bag
6. Disturbance
7. Take as Needed for Pain
8. Sisterfucker (Part II)
9. Crimes Against Skin
10. Kill Your Boss
11. Who Gave Her the Roses
12. Laugh It Off
Line Up
Mike Williams (Voce)
Jimmy Bower (Chitarre)
Brian Patton (Chitarre)
Mark Schultz (Basso)
Joe LaCaze (Batteria)
 
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