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Esben and the Witch - Nowhere
29/12/2018
( 690 letture )
Raggiungere il traguardo dei dieci anni di carriera, contraddistinti oltretutto da rilasci se non proprio a tamburo battente quantomeno con cadenza sostenuta, è sempre un evento da non sottovalutare, in un’epoca ad alto tasso di mordi e fuggi musicale con annesso sciame di meteore trapassate nella migliore delle ipotesi allo status di “ti ricordi di…?”. Se poi in questi dieci anni la proposta in questione riesce a sfoggiare una costante propensione alla sperimentazione allargando contemporaneamente il perimetro della platea degli ascoltatori, possiamo senz’altro parlare di un compleanno meritato qualitativamente, oltre che per semplice certificazione temporale.

E’ questo senz’altro il caso degli Esben and the Witch, trio originario di Brighton ma recentemente trasferitosi in pianta stabile a Berlino, che giunge con questo Nowhere alla quinta fatica di una discografia in cui gli elementi di interesse hanno sempre largamente prevalso sulle cadute di tono. Nata per impulso del chitarrista Thomas Fisher e del batterista Daniel Copeman, la band ha scelto come moniker il titolo di una fiaba danese dai classici contorni splatter/horror che mal(issimo) si addicono alle caramellose versioni a cui la Disney ha fatto assuefare milioni di bambini nel nome di una rassicurante spensieratezza del tutto assente negli originali (Hans Christian Andersen si alzi e venga a deporre, sul banco dei testimoni), ma deve la sua fortuna all’ingresso in line up della cantante Rachel Davies, dotata di un timbro vocale in cui il magnetismo della resa complessiva riscatta ampiamente una presunta uniformità di fondo. Fin dal full length di debutto Violet Cries, l’orizzonte artistico del terzetto si è collocato in una prospettiva darkwave d’autore impreziosita da delicati tocchi gothic e misurate iniezioni ambient/shoegaze, per un risultato in cui orecchiabilità e spinte melodiche hanno sempre trovato un interessante punto di incontro, con una predilezione di fondo per le architetture complesse e le atmosfere sfuocate. Partendo da questa miscela in diversi passaggi largamente debitrice della migliore tradizione indie d’Oltremanica, gli Esben and the Witch hanno via via distillato una pozione sempre più personale, avvicinandosi alla poetica post rock fino al punto da renderla l’asse portante dell’ottimo Older Terrors, album del 2016 che aveva marcato una differenza sostanziale rispetto ai predecessori a cominciare dalla durata dei singoli episodi, tutti superiori ai dieci minuti.

Ci saremmo aspettati, dunque, un ulteriore passo nella stessa direzione, magari, perché no, approfondendo i legami indubbiamente già stretti in quell’occasione con un certo doom esoterico alla Jex Thoth o alla Black Mare, o anche accentuando qualche riflesso space lì solo in controluce, ma questo Nowhere smentisce in parte le attese, regalandoci un lavoro in cui la pur tuttora predominante componente post deve fare i conti con una sorta di “minimalismo cantautorale” a cui i Nostri non intendono evidentemente rinunciare. Come prevedibile, è ancora la voce della Davies a occupare il centro della scena e il primo scoglio da superare è indubbiamente quello dell’apparente mancanza di colore, se non di una vera e propria freddezza, che il suo cantato sembra dispensare a piene mani, ma a un ascolto appena più attento ci si renderà subito conto che quelli che possono configurarsi come elementi di debolezza diventano in realtà punti di forza, consentendo alla vocalist di sfuggire a improbabili e non opportuni confronti con i microfoni al femminile che, soprattutto in ambito doom, si sono segnalati negli ultimi anni per la qualità dell’”interpretazione” in senso stretto (da Jennie-Ann Smith in cabina di pilotaggio degli Avatarium a Rebecca Vernon in casa Subrosa, passando per Michelle Nocon dei purtroppo già evaporati Bathsheba…).
La verità è che lady Davies rivendica solidi punti di contatto e affinità soprattutto con la tradizione post punk, sia nell’accezione canonicamente graffiante e abrasiva alla Siouxsie Sioux (o alla Julie Christmas, per passare a esempi più recenti), sia in quella variante eterea e addomesticata che Elizabeth Fraser e i Cocteau Twins hanno spinto fino alle contaminazioni con il pop e l’elettronica. Intorno al corpo vocalmente centrale, però, attenzione a non trascurare i contributi della coppia Fisher/Copeman, con la sei corde del primo impegnata in servizio permanente a iniettare dosi di psichedelia (nella duplice, collaudata veste incanto/claustrofobia) e la batteria del secondo che concorre in modo decisivo a dare solidità alle strutture grazie a un approccio non di rado neurosisiano, con annesse strizzate d’occhio alla vena tribalistica.

Con simili premesse, non stupisce che la tracklist di Nowhere sia contraddistinta da episodi discretamente eterogenei, come del resto ampiamente annunciato dalla anteprime in arrivo dalla Season of Mist in vista del rilascio del platter, anche se, alla prova dei fatti, una corrente continua intrisa di elegante malinconia e visioni crepuscolari percorre tutte le stazioni del viaggio. E’ bene, dunque, non pensare di aver intuito tutte le potenzialità dell’album dopo un’opener come A Desire for Light, vertice post del lotto con la sua magnifica alternanza di scosse telluriche e trasognate sospensioni della tensione, perché a sparigliare le carte provvede subito Dull Gret. Già la scelta del soggetto, (anglicizzazione di Dulle Griet, la strega del folklore fiammingo immortalata da un celebre dipinto di Bruegel che riproduce qui le suggestioni magico/alchemiche del maestro Hieronymus Bosch) lascia presagire uno sbilanciamento sul versante esoterico e infatti eccola puntuale, la fiera rivendicazione della natura libera e folle di chi non ha accettato le regole della società ordinata secondo ragione e continuerà eroicamente a sfidarla.
Abbandonata la sfrenatezza del sabba, gli Esben and the Witch passano direttamente all’altro capo dello spettro musicale con la diafanissima Golden Purifier, in cui i devoti delle sonorità Godspeed You! Black Emperor non faticheranno a trovare le inconfondibili orme dei lavori del combo canadese, per poi dare libero sfogo alla componente più oscura dell’ispirazione con la tormentata The Unspoiled, ottima dimostrazione di come si possa cavalcare proficuamente sulla linea di confine tra rock, metal e punk quando a tutti e tre i generi venga premesso con la dovuta accortezza il prefisso “post”. E’ di nuovo tempo di rarefazione con la successiva Seclusion, forse il brano meno memorabile della compagnia complice un’eccessiva indulgenza a stilemi shoegaze un po’ troppo di maniera, ma rimette subito le cose a posto il gran finale, affidato a Darkness (I Too Am Here), che chiude il cerchio con un’incantevole gioco a due tra un comparto vocale straniante e una base ritmicamente cadenzata su cui Fisher disegna oniriche traiettorie space e Copeman può finalmente professare la propria venerazione per Jason Roeder. Sette minuti e trenta di grande spettacolo, con cui purtroppo, però, cala il sipario sull’intero lavoro… un po’ troppo prematuramente, almeno per chi come noi ha imparato a coniugare indissolubilmente post e sconfinate dilatazioni temporali.

Atmosfere raffinate e delicati arabeschi ma anche paesaggi inquieti che riflettono un malinconico senso di solitudine, melodie armonicamente accattivanti dietro cui si nascondono ombre insidiose pronte a materializzare paure ancestrali, Nowhere è un album che non tradisce le attese di chi ha immediatamente intravisto negli Esben and the Witch la scintilla di una classe fuori dal comune e ne ha seguito le evoluzioni in un percorso finora senza passaggi a vuoto. Manca, forse, solo il grandissimo fuoco d’artificio in grado di consacrarli definitivamente tra i giganti del genere, ma la terra dei capolavori è ormai davvero a portata di rotta.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
85 su 3 voti [ VOTA]
vascomistaisulcazzo
Lunedì 21 Gennaio 2019, 11.38.19
3
Non riesco a farmeli piacere, ne sono affascinato ma non ne vengo fuori. Comunque un gruppo che rispetto e ottima recensione
Pink christ
Domenica 30 Dicembre 2018, 16.41.50
2
Band cheseguo da un pò e che non ha mai deluso.prenderò anche quest'album. Lo sto ascoltando adesso e devo dire che è davvero stupendo
Graziano
Sabato 29 Dicembre 2018, 23.57.38
1
Se le majors discografiche avessero un briciolo di coraggio potrebbero metere sotto contratto una band dal potenziale immenso. Complimenti alla splendida recensione.
INFORMAZIONI
2018
Season of Mist
Post Rock
Tracklist
1. A Desire for Light
2. Dull Gret
3. Golden Purifier
4. The Unspoiled
5. Seclusion
6. Darkness (I Too Am Here)
Line Up
Rachel Davies (Voce e basso)
Thomas Fisher (Chitarre)
Daniel Copeman (Batteria)
 
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