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Necrophobic - Mark of the Necrogram
07/01/2019
( 167 letture )
Prima di recensire un album come Mark of the Necrogram è bene contestualizzarlo con il resto della discografia dei Necrophobic. Nonostante il loro debut album The Nocturnal Silence sia uno dei dischi blackened death metal più riusciti di sempre, le loro pubblicazioni tra il 1999 e il 2013 sono state molto altalenanti a livello qualitativo: questo ha di fatto minato il loro successo e non gli ha mai consentito di compiere il definitivo balzo per riuscire ad emergere dalla scena underground. Tuttavia questi cinque lunghi anni dall’ultimo Womb of Lilithu sono stati fondamentali per la band che, tanto per cambiare, ha apportato l’ennesima rivoluzione alla sua line-up: Johan Bergebäck e Sebastian Ramsted ritornano alla chitarre, anche se ciò che ha destato più interesse è il reintegro di Anders Strokirk, vocalist nel magnifico The Nocturnal Silence. Inoltre se ci aggiungiamo il fatto di aver firmato per una label tra le più importanti in ambito metal come la Century Media Records, è chiaro che l’attesa per il nuovo album si era fatta spasmodica. I Necrophobic non se lo sono fatti ripetere due volte e hanno sganciato Mark of the Necrogram, una vera ed autentica gemma nera blackened death, che merita sicuramente un posto nelle classifiche come uno dei migliori album metal del 2018.

In Mark of the Necrogram c’è tutto quello che si può desiderare da un album del suo genere: atmosfere sulfuree ed infernali, chitarre laceranti e furiose intente a disegnare riff ed assoli tanto malvagi quanto meravigliosi, una voce luciferina, a metà tra growl e scream, che sembra provenire dalle viscere della Terra e una batteria terremotante che, insieme al basso vivo e pulsante, sembrano aprire voragini e far precipitare l’ascoltatore tra la lava e i diavoli del Tartaro. Passando alle canzoni vere e proprie non ce n’è nemmeno una che merita di essere classificata come “filler”. Veniamo accolti da una title-track semplicemente mefistofelica, basta chiudere gli occhi e si viene catapultati nelle bolge infernali più tetre ed oscure, attanagliati da un senso di angoscia che divora dall’interno e non lascia scampo. Odium Caecum ha un inizio tranquillo, quasi a voler trasmettere una sensazione di apparente salvezza, ma ecco che Strokirk emette un urlo diabolico e lacerante che fa da preludio a un altro brano irresistibile e nero come la pece, con qualche richiamo agli Slayer nel riffing furioso della coppia d’asce. L’assolo (riuscitissimo ed uno dei migliori dell’album) mette in mostra pure delle forti influenze di heavy classico stile Iron Maiden. Queste ultime sono facilmente rintracciabili nella successiva Tsar Bomba, vera e propria “hit” del disco, dotata di una linea melodica irresistibile ed un ritornello che dal vivo, ne sono sicuro, farà faville; a questo va aggiunto pure un intermezzo con seguente assolo che definire evocativi è poco. Lamatshu, non la migliore dell’album ma in ogni caso un’ottima traccia, offre all’ascoltatore melodie che richiamano sonorità mediorientali e anticipa i due successivi capolavori Sacrosant e Pesta: qui l’odore di zolfo e carne bruciata si fa più vivo che mai e le parole non bastano a descrivere la malvagia bellezza che pervade queste canzoni. Pesta in particolare si distingue per un intermezzo dove viene fatto uso di spoken words accompagnate dalla sezione ritmica, le quali sembrano riprodurre una voce infernale che ci dà il benvenuto nel suo mondo fatto di sofferenza ed eterna dannazione. Requiem for a Dying Sun è un mid-tempo ficcante e tetro allo stesso tempo, dove gli scream di Strokirk riescono ad infondere terrore come poche cose in questo mondo. La doppietta finale riassume in dieci minuti quello che è stato Mark of the Necrogram: Crown of Horns punta più sulla velocità e ha un riff portante tra i più belli dell’album; From the Great Above to the Great Below privilegia invece atmosfere epiche ed oscure, riuscendo a far breccia già durante il primo ascolto. L’outro Undergången ha il compito di riportarci sulla Terra dopo il nostro viaggio infernale e nella sua semplicità è decisamente azzeccata; a risaltare qui è un basso caldo ed avvolgente, che era già stato messo in mostra precedentemente ma non in modo così palese.

Mark of the Necrogram non sarà ai livelli inarrivabile dei capolavori del suo genere (Storm of the Light’s Bane dei connazionali Dissection su tutti), ma credetemi se vi dico che ci va veramente vicino. Durante gli ascolti traspare la passione e il duro lavoro che gli svedesi hanno profuso nella realizzazione del disco, qualità che non deve mai mancare a dei musicisti professionisti come loro; è poi chiaro che se c’è anche talento il risultato può essere strabiliante, questo album ne è la prova. Per godervelo al meglio consiglio di procurarvi un paio di buone cuffie o un impianto stereo degno del suo nome, di spegnere la luce, premere il tasto “play” e di chiudere gli occhi: l’Inferno si materializzerà all’interno della vostra stanza e non vi sentirete più al sicuro per tutti i cinquanta minuti scarsi di durata del disco. Non riuscendo a trovare altre parole per descriverlo, non posso far altro che consigliarvelo caldamente: verrete rapiti dalla magia nera che i Necrophobic sono in grado di trascrivere in musica.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Tatore
Giovedì 10 Gennaio 2019, 21.43.46
3
Ho conosciuto questo gruppo proprio con questo album e mi sono piaciuti subito. Come Alessio, però, l'ho un po' accantonato. Ciò non toglie che sia un grande album
lisablack
Lunedì 7 Gennaio 2019, 20.29.37
2
Aspettavo da tanto questa recensione, ottimo disco, tra i migliori dell'anno appena finito, per me i Necrophobic sono una certezza..80.
Alessio
Lunedì 7 Gennaio 2019, 19.39.51
1
Ottimo album, anche se purtroppo l'ho lasciato parecchio indietro con gli ascolti. TsarBomba!
INFORMAZIONI
2018
Century Media Records
Death / Black
Tracklist
1. Mark of the Necrogram
2. Odium Caecum
3. Tsar Bomba
4. Lamatshu
5. Sacrosant
6. Pesta
7. Requiem for a Dying Sun
8. Crowns of HornS
9. From the Great Above to the Great Below
10. Undergången
Line Up
Anders Strokirk (Voce) Johan Bergebäck (Chitarra) Sebastian Ramsted (Chitarra) Alexander Friberg (Basso)
Joakim Sterner (Batteria)
 
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