Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Grand Magus
Wolf God
Demo

The Core
Flesh and Bones
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

23/04/19
LUCE D`INVERNO
Ljetzan

26/04/19
LONELY ROBOT
Under Stars

26/04/19
TEN
Opera Omnia - The Complete Works

26/04/19
VAURA
Slabes

26/04/19
THE DAMNED THINGS
High Crimes

26/04/19
PARAGON
Controlled Demolition

26/04/19
CHEVALIER
Destiny Calls

26/04/19
IMMINENCE
Turn The Light On

26/04/19
NORSEMEN
Bloodlust

26/04/19
LOST IN KIEV
Persona

CONCERTI

23/04/19
WRONG (USA) + COILGUNS + GUEST TBA
LOCATION TBA

24/04/19
EKTOMORF + GUESTS TBA
CIRCOLO SVOLTA - ROZZANO (MI)

24/04/19
WRONG (USA) + COILGUNS + GUEST TBA
TBA - PERUGIA

25/04/19
MARK BOALS + GUESTS
LET IT BEER - ROMA

26/04/19
NACHTMAHR + GUESTS TBA
TRAFFIC CLUB - ROMA

26/04/19
MARK BOALS + GUESTS
PIKA FUTURE CLUB - VERONA

27/04/19
FRONTIERS ROCK FESTIVAL
LIVE CLUB - TREZZO SULL'ADDA (MI)

27/04/19
NACHTMAHR + GUESTS TBA
ALCHEMICA MUSIC CLUB - BOLOGNA

27/04/19
MORTADO
SLAUGHTER CLUB - PADERNO DUGNANO (MI)

27/04/19
CRADLE OF FILTH + THE SPIRIT
CAMPUS MUSIC INDUSTRY - PARMA

John Garcia - John Garcia And The Band of Gold
09/01/2019
( 1061 letture )
John Garcia potremmo inserirlo all’interno dell’albo dei “nostalgici (compulsivi)”, ché di questa categoria è, a grandi linee, il Re indiscusso dal giorno dello scioglimento dei Kyuss. Ma un nostalgico onesto. John Garcia è dal 1990 che riesce a fare solo una cosa: il John Garcia. E la coerenza va premiata, perché là fuori, a est del tuo deserto, tuo vero habitat naturale, ci sono migliaia di copie carbone che ti imitano, e qualcosa vorrà pur dire, caro il mio John. Poi la coerenza, dopo trent’anni, può tramutarsi in noia e sbadigli, ma questo è un altro paio di maniche, e non è questo il nostro caso. Dopo trent’anni, un ascoltatore qualunque che abbia incontrato John Garcia negli esordi coi Kyuss e poi l’abbia seguito mentre partecipava o dava vita a progetti incandescenti e fondamentali per il genere, quanto fallimentari sotto diversi punti di vista, quali Slo Burn e Unida (Coping With The Urban Coyote), forse dovrebbe aver capito cosa sa fare John Garcia: il John Garcia. E nel 2019, John Garcia di San Manuel (Arizona), una delle più grandi e sottovalutate voci dei Nineties, lo sa fare ancora sufficientemente bene il proprio mestiere. Il problema è che sa fare solo quello. E ciò ha i suoi pro e i suoi contro.

Se la storia sta riservando alla voce del deserto per antonomasia, un po’ alla volta, il posto che le spetta nel pantheon dei grandi, non si può affermare lo stesso sul piano delle vendite, successo e critica post anni novanta riscossi dal vocalist, che potremmo riassumere in esperienze temporanee (Peace), dispute legali, comparse qua e là, per poi focalizzarsi in questo suo progetto solista. Vent’anni sono trascorsi, artisticamente magri, ma di certo coerenti, che vanno controcorrente rispetto alla carriera di una sua vecchia conoscenza. Più Homme calca palcoscenici sempre più celebri e le copie degli album venduti salgono, più Garcia incarna lo spirito del lupo solitario, o del coyote, se preferite, prendendo le distanze dal tran tran del mainstream, scena che alla soglia dei cinquanta – non volermene, John - rimarrà solo e soltanto un rimpianto. Ed è simbolico come nel 2017, mentre la band di Josh Homme rilasciava Villains, ossia l’ennesimo (ri)innovamento della band del rossocrinito chitarrista, Garcia abbia rilasciato il suo secondo full-length solista, The Coyote Who Spoke In Tongues (pubblicato per Napalm Records), un lavoro acustico, di cui quattro brani (su nove) provengono dal repertorio di casa Kyuss. Se da un lato sarebbe un crimine definire brutto questo lavoro (la sola Gardenia in chiave acustica vale l’acquisto…), dall’altro è un platter che simboleggia l’apoteosi della nostalgia: la quintessenza del guardare indietro con una lacrima che solca il viso. Di questo John Garcia And The Band Gold, che dire: il Nostro non è cambiato di una virgola, ed è rimasto tale e quale alla prima metà degli novanta. Ma noi, che l’avevamo già inserito tra i “nostalgici”, non siamo stupiti di come suoni questo terzo lavoro sulle lunghe distanze. Fosse uscito con una ventina d’anni in anticipo, il voto sarebbe pure lievitato di altrettanti punti: i vizi e il tempo sembrano non aver scalfito lo sciamano del deserto, che risponde in questo platter con una buonissima prova vocale, ben più convincente della prova strumentale dei vari Groban, Pygmie e Saenz. La falla principale di John Garcia And The Band of Gold è suonare nuovo, poiché risulta fresco quanto una passeggiata senza un goccio d’acqua sotto un bel sole di cinquanta gradi centigradi. Di rielaborazione dei (propri) fasti del passato ce n’è poca, per non dire nessuna, ma John Garcia non intende essere nessun altro, ed è con quest’ottica che si deve analizzare/ascoltare quest’album, altrimenti per par condicio quante altre discografie dovrebbero essere stralciate? A buon intenditore…

D’altro canto, sarebbe pure un atto vergognosamente disonesto e forzatamente elitario stroncare un album che ci spara una serie di cartucce pregevolissime, improntate sia sui ritornelli, ché di pathos ed espressività il signor Garcia ne sa a iosa, e sulla centralità dei riff. Passaggi di chitarra che a più di qualcuno potranno far sorgere una domanda del tipo “mmmh, sì, bello, ma non l’ho sentito da qualche altra parte?”, ma che abbinati alle sfumature delle note cantate del vocalist, non ce ne vogliano i detrattori, non moriranno mai. Almeno fino a Lillianna, l’album presenta sei pezzi più che gradevoli. Volete John Garcia in buona forma? Così sia!
Space Vato è un’ouverture psichedelica (i modelli di riferimento, per una volta, credo non sia necessario citarli), che diventa una corsa furibonda che lascia ben presagire alle portate principali. Jim’s Whiskers, oltre ad avere tiro e grinta da vendere, è strutturato su un giro ipnotico condito da tanto fuzz, che sul bending in coda di Groban si trasforma in un up-tempo a tinte punk sulla scia della leggendaria HWY 74. La tripletta successiva si attesta ancora su buoni livelli. Chicken Delight è desert stoner romantico, in cui voce e chitarre duettano dando vita ad un brano che offre due lati emozionali, ben rappresentati dagli slanci primigeni del vocalist e dalle malinconiche comparsate di Groban. In Kentucky II ci si addentra ancor più nel mondo desertico di Garcia: scolastico lo sfondo, ma il vocalist salva con un miracolo il tutto. In My Everything, con la sua ritmica incalzante e i suoi umori foschi, Garcia offre un’altra prova sopra la righe: è lui, è sempre lo stesso, graffia un po’ meno, ma incide ancora. Con Lillianna e il suo pop stoner, si chiude una parte, che salvo il dettaglio del “suonare fresco”, formalmente non presenta punti deboli. In Popcorn (Hit Me When You Can) ,eccetto la prova su toni alti di Garcia da rocker duro e puro, dal punto di vista strumentale, un garage privo di mordente, si nota un riciclo del riciclo. Anche in Apache Juncion latitano le idee: brano sospeso fra un giro innocuo e una coda drone alquanto fuori luogo, il tutto spalmato in poco più di due minuti di traccia. Ed è proprio quando le cose cominciano a farsi corpose sul piano del minutaggio che i Nostri danno il meglio: Don’t Even Think About It, seppur nella sua banalità compositiva, rimane un’altra buona testimonianza della forma di John Garcia, Cheyletiella, dischiude (finalmente!) l’anima lisergica della band nel lungo solo posto al centro, ponte ideale fra un incrocio di ritmiche korniane della prima ora (cfr. Need To) e l’animo tossico degli Alice in Chains. Il compito di chiudere il disco è affidato a Softer Side, un episodio che vale più di mille parole: poche note, poche le volte in cui John si pronuncia, ma basta questo verso “I can’t do anything right” ripetuto con fare rassegnato per far capire a quale carico di tristezza e disorientamento si andrà incontro in questi quattro minuti e mezzo. Il carrozzone dei rimorsi e dei rimpianti è Softer Side, e forse vuole esserlo per esorcizzarli, questi cinque lustri di fallimenti. Paradossalmente, si rivela a mani basse come uno degli episodi che concorre alla “palma d’oro” nella categoria “miglior brano”.

Con un pizzico di retorica affermiamo: tutto è bene, quel che finisce bene. Gli epiteti per John Garcia ormai si sprecano, ma è innegabile, che a fronte di undici tracce suonate col pilota automatico e prodotte da Chris Goss (come volete che suoni questo album?), il singer di San Manuel riesce a compiere un miracolo, che solo chi possiede uno status come il suo può permettersi: rendere piacevole un album solo col proprio cantato. Poco ci frega della sezione strumentale, si sa, noi siamo qui per ascoltare lui. E lui ci accontenta, e con tutta la sincerità e l’onestà che gli si sono ritorte contro nel corso delle ere discografiche, ci sussurra: “non cambierò mai”. E infatti, poi si sa come va a finire.



VOTO RECENSORE
61
VOTO LETTORI
80.2 su 5 voti [ VOTA]
Barry
Martedì 22 Gennaio 2019, 0.18.34
13
Questo spazio serve per commentare le recensioni, non è una agorà. Non mi vuoi scrivere in privato e, oltretutto, dopo che ti ho invitato a chiarirci di persona a Roma, mi pare che mi hai detto di non avere tempo da perdere con noi nullità. O no?
devilinside
Martedì 22 Gennaio 2019, 0.15.32
12
Ed è proprio necessario parlarsi tramite mail? Se voi non mi bannaste ogni commento potremmo chiarirci anche attraverso questi spazi pubblici, che sarebbe anche motivo di chiarezza con alcuni utenti che mi sono vicini e non hanno ben capito il sussegursi degli eventi. O no!? KLOSTRI
Barry
Martedì 22 Gennaio 2019, 0.05.40
11
Puoi chiarirti con me, in quanto caporedattore. Ma stavolta mantieni almeno una delle tue promesse e scrivimi
TARTU
Sabato 12 Gennaio 2019, 9.53.49
10
a me piace un sacco
GRC
Venerdì 11 Gennaio 2019, 18.50.36
9
@Giaxomo omonimo (QOTSA), Rated R (il meno bello dei tre) e Song of the Deaf sono dei mezzi capolavori ma niente a che fare con i lavori dei Kyuss (per lo meno Wretch, Blues for the Red Sun e Welcome to Sky Valley). Comunque Joshua Homme è un genio.
Giaxomo
Venerdì 11 Gennaio 2019, 18.12.54
8
@GRC...e poi Homme si è subito rifatto con l’esordio dei Queens, per me altro mezzo capolavoro! 😉 @No Fun: io ci andrei senza esitazione!
GRC
Venerdì 11 Gennaio 2019, 17.37.28
7
Ovviamente mi riferivo al successo commerciale. Wretch è un album da paura, Blues for the Red Sun e Welcome to Sky Valley sono due capolavori di Hard Rock-Blues psichedelico (stoner), And the Circus Leaves Town anche se un pò sottotono resta un buon album (primi vagiti dei Queens of the Stone Age).
tosaerba
Venerdì 11 Gennaio 2019, 17.06.21
6
i kyuss sottovalutati no di certo, visto che sono incensati dalla critica. forse non hanno avuto chissà quale successo commerciale, ma quello è un altro discorso
GRC
Venerdì 11 Gennaio 2019, 1.20.15
5
I Kyuss, sono probabilmente una delle band più sottovalutate della storia del rock. Per me sicuramente la migliore hard rock* band degli anni 90. Comunque sono curioso di ascoltare quest'ultimo lavoro di John Garcia. *hard rock inteso in senso largo, quindi includendo naturalmente tutte le band di hard rock tradizione e tutte le band con generi derivati dall'hard rock anni 70 (grunge, stoner ecc.), escludendo gruppi metal.
tosaerba
Giovedì 10 Gennaio 2019, 23.39.31
4
La prima e l'ultima traccia a mio avviso sono le migliori. Il resto si perde un po' nel già sentito e risentito, con forte alternanza tra tracce convincenti e filler poco ispirati. Garcia come sottolinea la sua carriera è un uomo votato allo stoner, dubito sia capace di fare altro... Non che sia necessariamente un male. Per me voto 75
Poison Ivy
Giovedì 10 Gennaio 2019, 13.52.34
3
Non dico brutto ma neanche un disco da spenderci soldi. Garcia ha fatto molto meglio.
No Fun
Giovedì 10 Gennaio 2019, 9.59.52
2
Non l'ho ascoltato, pensavo, se riesco, di andarlo a vedere a fine gennaio al Santeria ( ) se è così non mi aspetto niente di che, ma come dice giustamente Giax, non importa, siamo qui per ascoltare lui...
Alex Cavani
Mercoledì 9 Gennaio 2019, 23.45.46
1
È curioso come le due recensioni di @Giaxomo appena pubblicate siano in un qualche modo antitetiche, ma le condivido formalmente entrambe. Anche se amo John Garcia e "The Coyote" l'ho consumato perché ho amato la svolta acustica che per me si adatta alla perfezione al personaggio/cantante, questo nuovo disco non mi ha dato scossoni particolari pur essendo nel complesso gradevolissimo. Non possiamo parlare di "novità" sotto nessun punto di vista, ma le canzoni che funzionano secondo me ci sono e sono la parte che conta di più almeno per me e almeno in questo caso. Vero anche che l'album da il meglio nella prima parte e si perde un po' nella parte centrale. Poi con una intro come "Space Vato" io mi aspettavo un gran disco heavy psych, ma le promesse non sono state mantenute. Resta un album puramente rock, desertico (obviously) e a suo modo "easy listening". Un disco perfetto per un viaggio in macchina senza pensieri. Ma il voto mi sembra un po' ingeneroso dai... Seppur comprensibile per i motivi espressi. Io arrivo al 70 almeno.
INFORMAZIONI
2019
Napalm Records
Stoner
Tracklist
1. Space Vato
2. Jim’s Whiskers
3. Chicken Delight
4. Kentucky II
5. My Everything
6. Lillianna
7. Popcorn (Hit Me When You Can)
8. Apache Juncion
9. Don’t Even Think About It
10. Cheyletiella
11. Softer Side
Line Up
John Garcia (Voce)
Ehren Groban (Chitarre)
Mike Pygmie (Basso)
Greg Saenz (Batteria)
 
RECENSIONI
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]