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Architects - Holy Hell
12/01/2019
( 441 letture )
Ottavo album per gli inglesi Architects, una band che ha segnato una generazione moderna. Quella che può sembrare una frase esagerata è una solida realtà, e per molte ragioni: musicalmente, culturalmente e umanamente. Una band con un divenire musicale caratteristico che incarna perfettamente l'unione fra l'hardcore e il modern metal, per impostazione stilistica ma anche per contenuti e attitudine, con uno scopo comunicativo specifico, soprattutto di denuncia sociale e politica. Un percorso per lo più delineato dall' opera del chitarrista Tom Searle, venuto dolorosamente a mancare due anni fa alla giovane età di 28 anni, lasciando un vuoto indescrivibile nella band e -più in generale- nella scena metal attuale.

Gli Architects hanno dovuto e saputo ricostruirsi dopo il terribile lutto e questo lavoro, pur essendo pervaso da dolore e strazio almeno quanto il penultimo (che era stato già prodotto con la consapevolezza della morte imminente), ha una dignità e una fierezza incredibile. Questo è dunque il primo album non registrato da Tom, e ciò nonostante esso contiene ancora il suo retaggio lirico e musicale, che riecheggia nelle composizioni ma si palesa anche nei testi - fossero anche essi una dedica a lui, al cordoglio per la sua mancanza e alla reazione di fronte a eventi così imperscrutabili e dolorosi. Quello che è certo è che gli Architects hanno dovuto ma anche voluto andare avanti. “The Show Must Go On”, e così hanno fatto loro, pur portando sempre con se l'ombra benevola di Tom, i Nostri vogliono togliersi almeno in parte i vestiti luttuosi e desiderano essere guardati da una nuova prospettiva. Questo album è dunque il canto del cigno, ma ha soprattutto la parvenza di una fenice che rinasce dalle sue ceneri mai del tutto spente nemmeno nei momenti più bui (i Nostri, due mesi dopo la morte di Tom, partivano per un tour europeo).
Tutto il lavoro è pervaso di un'epicità sublime che lo caratterizza ulteriormente. Ci sono i pattern tipici della scuola Architects (i marchi di fabbrica ripresi da molte band, che siano i famosi “bleagh” di Sam Carter o i riff reiteranti, eredità passata al nuovo chitarrista Adam Christianson) ma rivisitati in una nuova chiave. Solo di rado si sfocia nella ripetitività, ma pare in ogni caso essere una scelta stilistica: una sorta di concept non solo testuale ma anche strumentale.

E’ chiaro che non è facile eguagliare capolavori come Daybreaker e Lost Forever, Lost Together, e alcuni pezzi classici quali These Colours Don’t Run e Gravedigger, men che meno senza il compositore originale, e questo va sempre tenuto presente. Ma il confronto -non sempre vincente- con il passato avviene normalmente nella carriera della maggior parte delle band, quindi considerati tutti questi fattori si può concludere che Holy Hell sia un ottimo, fierissimo ritorno.
I contenuti sono sempre rivolti a denuncia sociale ma anche a introspezione ed elaborazione del dolore e del lutto, sia ermeticamente che chiaramente: ciò avveniva anche nel penultimo lavoro, i cui testi furono anch’essi scritti da Tom con la consapevolezza della morte. E se lo splendido All Our Gods Have Abandoned Us aveva la parvenza di un testamento, Holy Hell è un epitaffio, volto a onorare, ricordare e portare avanti nella storia il nome di Tom Searle.
Si apre in grande con Death is Not Defeat, il cui titolo già dice molto, per seguire con l’intensa e amara Here After, il cui ritornello toccante è fra i migliori del lavoro: essa in qualche modo riesce a prendere posto fra le canzoni più significative della band.
Il frontman Sam Carter dà il meglio di se sia vocalmente che a livello espressivo: il suo operato vocale è perfetto per esprimere il messaggio dell’album.
Holy Hell è una riuscitissima title-track, così come Modern Misery è un pezzo nel loro stile, e Royal Beggars inizia con un insolente gusto pop per poi mutare in una soluzione melodica davvero emozionante. The Seventh Circle è differente, tirata e veloce con il suo gusto hardcore / thrash in your face, mentre la catchy Doomsday è il primo singolo estratto con reminiscenze da The Here and the Now (in ogni caso non il pezzo più efficace dell’album se consideriamo il suo ruolo di primo estratto). Tutti i pezzi sono comunque degni di nota.

Nel complesso, un album che merita più di un ascolto, non solo nella totalità della carriera della band ma anche come lavoro a sé stante. Il degno retaggio di Tom Searle, ma anche la nuova espressione di una band rinata.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
90.66 su 3 voti [ VOTA]
jack
Mercoledì 16 Gennaio 2019, 2.20.32
1
per me, miglior album 2018, e loro miglior album, insieme ad all our gods, di cui è una versione insieme piu cruda e oscura ma anche melodica, peccato per la rece che dice poco o nulla dei pezzi rispetto al preambolo
INFORMAZIONI
2018
Epitaph
Metal Core
Tracklist
1. Death is Not Defeat
2. Here After
3. Mortal After All
4. Holy Hell
5. Damnation
6. Royal Beggars
7. Modern Misery
8. Dying to Heal
9. The Seventh Circle
10. Doomsday
11. A Wasted Hymn
Line Up
Sam Carter (Voce)
Adam Christianson (Chitarra)
Alex Dean (Basso)
Dan Searle (Batteria)
 
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