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Evil Scarecrow - Chapter IV: Antartarctica
15/01/2019
( 964 letture )
”Con questo album abbiamo voluto allargare i nostri confini musicali creando un disco legato al mondo in cui viviamo oggi. Penso che chiunque possa immedesimarsi nelle avventure di un monaco in sandali che esplora coraggiosamente una terra antartica per una missione sconosciuta (…) imbattendosi in una lumaca polare che spara latte ghiacciato”.

No, non sono impazzita: quello che avete appena letto è un breve trafiletto dello strambo comunicato che Dr Hell, frontman degli Evil Scarecrow, ha rilasciato in concomitanza con la pubblicazione del recente album per descriverne ciò che si avvicinerebbe (almeno in teoria) ad un concept di fondo. Chapter IV: Antartarctica, questo il titolo scioglilingua del platter, è il quarto disco del quintetto di Nottingham, uscito tramite la Dead Box Records a ben quattro anni da Galactic Hunt. Si tratta di un lavoro che suggerisce un’essenza scanzonata e bizzarra già a partire da quanto emerge dalle dichiarazioni antecedenti la pubblicazione, con una copertina perfettamente in grado di sintetizzare il delirio concettuale a cui ci troviamo di fronte -eccolo lì, tra tanti altri dettagli irragionevoli, il lumacone delle nevi che sbrodola latte. Se già queste poche righe vi hanno lasciati inebetiti allora preparatevi al resto, perché si tratta di un disco terribilmente nonsense.

Le tracce del nuovo lavoro della formazione inglese si calano, stando a quanto dichiarato dalla band stessa, in ciò che viene autoreferenzialmente descritto come “parody black metal”: un genere di riferimento estremo, quindi, con tratti prettamente farseschi. In realtà, ascoltando le dieci canzoni di Antartarctica, è molto difficile individuare nel black metal lo stile portante. O meglio: è impossibile trovare un unico stile principale. Da Skulls of Our Enemies fino alla traccia omonima di chiusura ci si imbatte continuamente in un cambio di riferimenti di genere: oltre a quello citato non mancano chiari cenni ad heavy, thrash, melodic death e symphonic metal, con alcuni passaggi folkloristici vicini al pirate metal. Pur non costituendo di per sé un aspetto negativo, questa continua mescolanza di generi non sfocia in episodi di sperimentazione, con un impatto molto forte sulla stabilità sonora del disco intero: pur essendoci una certa varietà nella proposta, la stessa è calata da un lato in brani molto ripetitivi e catchy, dall’altro in pezzi con una struttura fatta di passaggi davvero sconnessi. A mancare è proprio una via di mezzo, un compromesso tra coerenza interna e sperimentazione musicale, che sarebbe capace di far guadagnare molti punti ai singoli brani. Tralasciando per ora i (molti) lati negativi, soffermiamoci sugli spunti interessanti che emergono dall’album. Innanzitutto occorre menzionare una produzione di alto livello, in grado di fornire il giusto e puntuale rilievo alla voce e agli strumenti ma anche alle ricorrenti basi sinfoniche. Le tastiere riescono ad emergere anche laddove i riff e la sezione ritmica sfoderano il loro lato più oscuro e compresso. Ad ogni modo, le chitarre caratterizzano positivamente la maggior parte dei brani del disco, regalando talvolta lunghi assoli come in Red Riding Hood e in The Ballad of Brother Pain, unico momento lento dell’album. Gli episodi più rimarchevoli di Antartarctica sono collocati nei quattro brani meglio riusciti dell’intero platter. The Magician, su tutti il più interessante, mostra una certa risolutezza nel binomio black/symphonic, con uno spiccato focus sulle tastiere in grado di rendere teatrali tanto il cantato quanto le brevi parti parlate. Segue, un gradino più sotto, la piratesca e sontuosa opener Skulls of Our Enemies, con un buon lavoro sui riff. Tra i pezzi più avvincenti troviamo anche Way to Die, con passaggi cupi tessuti tra melodia e tumulto, e la già citata Red Riding Hood in cui le parti più distese si fondono con momenti più intensi guidati da basso, batteria e harsh vocals. In tutti e quattro i casi si tratta di composizioni che, pur risaltando nettamente sulle altre, si affacciano timidamente sul livello del discreto. Questo dovrebbe bastare per comprendere la natura delle altre sei tracce del lavoro. Dalla quinta traccia in poi si registra un declino inarrestabile che culmina con la lunga e irritante titletrack, quasi difficile da sostenere nei suoi dieci minuti esatti ottenuti da un collage di parti strumentalmente e vocalmente sconclusionate. Ciò che si presenta di fronte all’ascoltatore è di una scarsezza talvolta disarmante, ai limiti del ridicolo. Ogni singolo brano è una brodaglia dal contenuto indefinibile, in cui i pochi ingredienti buoni vengono annegati da macigni trash (esatto, stavolta senz’acca) dal gusto discutibile. Se da un lato il singolo Polterghost presenta come pecca principale quella di essere oltremodo ripetitivo, piatto e poco ispirato, altri pezzi come Gus, Zag and the Turnip King, Hurricanado e Cosmos Goth Moth Gong appaiono (sia nei testi che nelle sezioni vocali e strumentali) tanto insignificanti quanto seccanti.

A scapito dei rari episodi più che sufficienti, Chapter IV: Antartarctica è un lavoro che non riesce a lasciare una traccia positiva di sé. Oltre al concept (se così si può definire), ai testi e all’accozzaglia di idee poco definite, ciò che irrita maggiormente è il fatto che, se eviscerati da questo contesto dell’assurdo, gli Evil Scarecrow sono musicisti con del potenziale: se asportati dai brani e presi singolarmente, la voce ma anche le chitarre, il basso, la batteria e le tastiere dimostrano di avere delle discrete capacità latenti. Al gruppo gioverebbero due strade: la prima consisterebbe nel mettere da parte le idee strampalate per dedicarsi ad un progetto dai tratti più seri; la seconda, al contrario, si tradurrebbe nel proseguire sulla scia dei concept oltremodo singolari e spiritosi, ma basando il tutto su narrazioni e soluzioni stilistiche solide lontane dall’essere fini a sé stesse. In conclusione, quanto a voi ascoltatori, seguite caldamente il consiglio del frontman Dr Hell:

”(…) Il fatto che tu abbia letto (o ascoltato, in questo caso, NDR) tutto questo fino alla fine è francamente un miracolo. Forse hai bisogno di uscire di più. Davvero, fai qualche attività all’aperto o qualcosa del genere. Moriremo tutti, probabilmente molto prima di quanto vorremmo. Il minimo che puoi fare è prendere un po’ di aria fresca e guardare il tramonto insieme alla persona amata, riflettendo silenziosamente sull’oscurità che seguirà gli ultimi, ansimanti raggi di un sole ormai morente, come metafora della squallida fine della propria esistenza insignificante”.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
59.71 su 7 voti [ VOTA]
Pink Christ
Martedì 22 Gennaio 2019, 9.21.18
3
Mmm devo ascoltarli. Mi hanno incuriosito
Pink Christ
Martedì 22 Gennaio 2019, 9.21.15
2
Mmm devo ascoltarli. Mi hanno incuriosito
JC
Giovedì 17 Gennaio 2019, 18.10.51
1
Per copertina, musica e testi é ampiamente superiore alla media del Black metal. Probabilmente i primi testi interessanti del genere black metal. Lumache spaziali alla riscossa!
INFORMAZIONI
2018
Dead Box Records
Inclassificabile
Tracklist
1. Skulls of Our Enemies
2. Red Riding Hood
3. Way to Die
4. The Magician
5. Hurricanado
6. Gus, Zag and the Turnip King
7. Polterghost
8. Cosmos Goth Moth Gong
9. The Ballad of Brother Pain
10. Antartarctica
Line Up
Dr Hell (Voce e chitarra)
Brother Dimitri Pain (Chitarra)
Kraven Morrdeth (Basso)
Princess Luxury (Tastiere)
Ringmaster Monty Blitzfist (Batteria)
 
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