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Swallow the Sun - When a Shadow Is Forced into the Light
22/01/2019
( 1866 letture )
"Every word and note I wrote, I wrote for Aleah and about my own battle since she passed. The album title, When A Shadow Is Forced into the Light, comes from Aleah’s own words, ‘When a shadow is forced into the light’ that was exactly what I needed to do. To push myself out from the shadows. I’ve been pretty much a hermit in the woods for two and a half years. Gathering my life to write this album. That’s also why the subject is very personal and therefore hard for me to talk about. I’d rather leave it all to the music and words on When A Shadow Is Forced into the Light to tell the story. It’s all there."

Una confessione a cuore aperto e, contemporaneamente, una bussola per affrontare la navigazione… abbiamo lasciato volentieri (e doverosamente) alle parole di Juha Raivio il compito di introdurre e illustrare premesse e contenuti dell’attesissima, nuova creatura marchiata Swallow the Sun perché niente meglio di uno sguardo sul “laboratorio” in cui una band combina magicamente vita e arte può contribuire alla comprensione dell’opera, soprattutto in un caso come questo che si configura come atto finale e definitivo di un percorso drammatico di cui siamo stati testimoni praticamente in ogni passaggio. Non torneremo sulle vicende che hanno segnato la parabola innanzitutto biografica del mastermind di Jyväskylä negli ormai tre anni che ci separano dalla monumentale trilogia Songs from the North (e per le quali rinviamo all’ascolto di album come Hour of the Nightingale e No Stars upon the Bridge - rispettivamente sotto le insegne Trees of Eternity e Hallatar - per non perdere tasselli fondamentali del quadro d’insieme), ma sottolineiamo come per affrontare il settimo full length dei finlandesi sia indispensabile almeno l’ascolto dell’EP Lumina Aurea, rilasciato poco più di un mese fa e subito oggetto di controversie intorno alla presunta mutazione genetica della band.
I due lavori sono infatti la trasposizione in chiave musicale del processo di sprofondamento nel buio della disperazione dopo la perdita di una persona amata, della successiva presa di coscienza della necessità di affrontare il dolore e della catarsi finale grazie a cui si abbandona il buio, imparando a gestire il rapporto con il ricordo. E se con Lumina Aurea Raivio aveva formulato il suo personale arrivederci a un corpo divenuto ombra ma in fondo destinato solo ad anticiparci nell’abbraccio dell’eternità, con questo When a Shadow Is Forced into the Light riprende il contatto con la fatica dell’esperienza quotidiana, illuminata però dalla consapevolezza che c’è un terzo, grande combattente nella perenne battaglia tra la vita e la morte… ed è quello a cui tocca la vittoria finale, visto che “Mors fortior quam vita est, Amor fortior quam mors est.”.

Ed è proprio la luce, la protagonista assoluta di When a Shadow Is Forced into the Light, ma, prima di dividerci in falangi trucemente contrapposte in base a un supposto tradimento del canovaccio death/doom di cui i Nostri sono da un quindicennio tra gli interpreti più rappresentativi, consideriamo se davvero possiamo considerare la relativa mancanza di oscurità un unicum nella loro carriera. La realtà, infatti, è che già con New Moon gli Swallow the Sun avevano dimostrato di non essere tenacemente e ostinatamente abbarbicati a quella poetica degli “abissi” che li aveva caratterizzati fino a un lavoro ad altissimo tasso di drammaticità come Plague of Butterflies. Più di qualcuno starà (correttamente) pensando a tracce di quell’album in cui l’orecchiabilità e una relativa leggerezza di fondo hanno giocato un ruolo importante, dalla titletrack a Falling World, ma anche in Songs from the North I avevamo evidenziato qualche calo di intensità e tensione a vantaggio della fruibilità immediata, dietro forme che restavano impeccabilmente coinvolgenti; certo, nel terzo atto della trilogia tornava prepotentemente sul trono la triade “gloom, beauty and despair” che aveva marchiato a fuoco gli esordi, ma possiamo dire che gli spunti melodico/atmosferici non fanno parte da oggi del bagaglio artistico della band.
Se, dunque, a una tendenza già in atto aggiungiamo quella spinta a uscire dalle ombre a cui accennava Raivio nell’introduzione, troveremo meno innaturale un approdo che potrà forse far storcere qualche naso ma non certo far gridare collettivamente al tradimento. La verità, piuttosto, è che gli Swallow the Sun di When a Shadow Is Forced into the Light sembrano aver deciso di mettersi alla prova sul versante “interpretativo” dei brani, sacrificando in parte gli ottovolanti emozionali del passato e recuperando anche un rapporto più stretto con quel gioco di strofe e ritornelli che per qualcuno significherà un ritorno alla Canossa della forma-canzone tradizionale ma che, a parere di chi scrive, è piuttosto la certificazione dello stato di maturità di una carriera, stante il fatto che la frontiera della banalità è lontanissima dal materializzarsi, finanche sullo sfondo.
È peraltro opportuno non trascurare il fatto che, a prescindere dalle vicende biografiche di Raivio, i finlandesi hanno vissuto un periodo di profondi cambiamenti anche nella line up, con la dipartita di due componenti storici e di fondamentale calibro come Aleksi Munter e Markus Jämsen e dunque, se è pur vero che i due sostituti, rispettivamente Jaani Peuhu e Juho Räihä, ruotavano già intorno alla dimensione live del gruppo, è inevitabile che il loro peso specifico nell’economia delle dinamiche del combo sia ancora in attesa di un pieno dispiegamento.
Detto dei motivi per cui è assolutamente fuori luogo considerare l’album un passo falso o, peggio ancora, un fallimento, è doveroso però sottolineare come difficilmente possa essere collocato nella fascia qualitativamente più alta della discografia dei Nostri, complici almeno un paio di difetti che alla lunga fanno sentire tutto il loro peso. Innanzitutto, l’”orchestralità” dei brani e il focus posto sugli arrangiamenti sbilanciano eccessivamente il lavoro verso la levigatezza formale a scapito del coinvolgimento, guadagnando indubbiamente (ed eccessivamente) in termini di fruibilità immediata, al punto che non è difficile immaginare la conquista di una platea di ascoltatori più ampia oltre il canonico metal recinto, ma il vero vulnus è nel sottoutilizzo dell’arma letale di casa Swallow the Sun, cioè la voce di Mikko Kotamaki. Non è una semplice questione di minutaggio delle comunque eccellenti parti in clean, largamente prevalenti rispetto ai passaggi dominati da scream e growl, quanto piuttosto di “funzione” riservata al comparto vocale, che solo raramente ha il permesso di sfuggire al ferreo controllo del flusso melodico complessivo che, detto per inciso, imprigiona anche le sei corde, al punto che nelle otto tracce i riff si contano sulle dita di una mano.

Tributate le giuste lodi all’ennesimo artwork-capolavoro di Fursy Teyssier, la galleria degli episodi scivola via tra due estremi che coincidono curiosamente con le anteprime rilasciate dalla Century Media Records, con Upon the Water a incarnare l’ancoraggio più saldo al passato (qui davvero funziona benissimo l’amalgama muscoli/melodia e non è un caso che gli arcobaleni vocali di Kotamaki siano concentrati a scavare voragini, più che a disegnare atmosfere) e Firelights che punta piuttosto sulla delicatezza dei chiaroscuri, privilegiando la componente intimista dell’ispirazione. Il resto della compagnia si dispone tra questi poli di attrazione, con esiti diversi in cui, prevedibilmente, la sensibilità di chi ascolta farà la differenza, nell’apprezzare o meno quell’allontanamento dai classici canoni doom/death che resta comunque la cifra artistica distintiva del lavoro.
Così, se la titletrack è impegnata a sfoggiare un vago retrogusto avantgarde/teatrale immerso in una soluzione ad alta propensione corale, The Crimson Crown si abbevera all’antica fonte da cui in passato è sgorgata una This Cut Is the Deepest potenziandone ulteriormente la carica atmosferica, mentre Clouds on Your Side gioca tutte le sue carte stampando il miglior growl del lotto su una linea narrativa delicatissima, prima di un finale in dissolvenza con una voce femminile che ci congeda poeticamente in francese. Nubi di discreto rammarico si addensano invece su Stone Wings (che spreca in un finale troppo articolato le buone premesse dell’avvio), controbilanciata però da una Here on the Black Earth capace di sfoderare una strana e intrigante andatura sospesa tra rallentamenti doom, astrazioni space e refoli quasi alternative, che le consentono di meritarsi quantomeno l’onore delle armi per le velleità sperimentali (e per un riff finalmente protagonista). Resta il finale, al di sopra di ogni sospetto affidato com’è alle eleganti e ricercate strutture di Never Left; è il momento di calare sul tavolo l’asso-malinconia… e qui non ci sono dubbi, i finlandesi si aggiudicano immediatamente la mano.

Il riveder la luce dopo la lunga notte di una tragedia, l’elaborazione di un lutto che si fa flebilmente musica senza titaniche rivolte o imprecazioni contro le trame del destino, When a Shadow Is Forced into the Light è un album che, senza conquistare i galloni del capolavoro, supera abbondantemente le insidie di un ritorno sulle scene tutt’altro che privo di rischi, per una band sul cui futuro aveva avuto dei dubbi lo stesso mastermind. E siamo pronti a scommettere che non sarà un punto d’arrivo, per gli Swallow the Sun



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
88.14 su 21 voti [ VOTA]
No Fun
Mercoledì 15 Maggio 2019, 17.10.12
8
Pensavo prima o poi ci sarebbe stato il report sul loro concerto di qualche settimana fa al Legend. Mi hanno colpito per la loro semplicità austera e solenne. Niente effetti particolari, travestimenti o cose strane, solo una band che suona da dio nella penombra. Purtroppo è durato troppo poco e mi aspettavo molta più gente (vero che c'era Inter-Juve...) e anche un po' più coinvolta (a parte uno che a un certo punto ha urlato "suooonaaaaa" visto che la band indugiava per il bis ). Proseguirò con l'ascolto dei loro dischi e soprattutto dell'album degli Hallatar di cui si parla nella rece. Mi ricordo che fu accolto come un gran disco.
Lyuk
Mercoledì 24 Aprile 2019, 8.45.38
7
Da non-amante del genere, amo questo album
Le Marquis de Fremont
Lunedì 11 Febbraio 2019, 13.38.00
6
Si sente che è un disco sofferto e non sono i "soliti" Swallow the Sun (anche se su Songs from the North i tre dischi erano ben diversi tra loro). Però i brani sono molto belli ed emozionano. Qui, anche se non si è voluto andare sul "duro" il songwriting è di classe. Au revoir.
gamba.
Sabato 9 Febbraio 2019, 15.31.29
5
ascoltato più volte, non so quale potrà essere il giudizio nella lunga durata, per ora mi piace molto. c'è una gran cura nelle parti vocali, c'è più di una voce, non solo quella di mikko. concordo totalmente con il commento #4, non posso che considerarlo come l'ultimo di una "trilogia imprevista", è un album che definirei necessario, prima ancora che bello e personale.
Graziano
Lunedì 28 Gennaio 2019, 16.15.41
4
Quasi una conclusione di una trilogia imprevista del dolore dopo Trees e Hallatar. Per me un possibile capolavoro.
d.r.i.
Lunedì 28 Gennaio 2019, 11.52.36
3
Quoto DP, molto malinconico e struggente. Il primo impatto è ottimo, poi cresce. Non riesco a dare un voto ma siamo davvero ad altissimi livelli. Come malinconia di fondo prende molto da Hallatar e Trees of eternity; con questi ultimi anche una certa affinità di suoni.
DP
Domenica 27 Gennaio 2019, 17.57.58
2
Bellissimo...struggente, pochi growls ma alla fine è il risultato che conta . Per ora 85 ma sta crescendo ascolto dopo ascolto.
Diego
Venerdì 25 Gennaio 2019, 18.33.43
1
L'ho ascoltato ora per la prima volta...meno di 80 non riesco a dare...che bel gruppo...non mi stanco mai di sentirli!
INFORMAZIONI
2019
Century Media Records
Death / Doom
Tracklist
1. When a Shadow Is Forced into the Light
2. The Crimson Crown
3. Firelights
4. Upon the Water
5. Stone Wings
6. Clouds on Your Side
7. Here on the Black Earth
8. Never left
Line Up
Mikko Kotamäki (Voce)
Juha Raivio (Chitarra e tastiere)
Juho Räihä (Chitarra)
Jaani Peuhu (Tastiere)
Matti Honkonen (Basso)
Juuso Raatikainen (Batteria)
 
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