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High Speed Dirt - Modern Slavery
23/01/2019
( 1124 letture )
Gli High Speed Dirt si formano in quel di Milano nel 2001, inizialmente con l’intento di proporre unicamente cover di classici hard rock, con un repertorio che andava dai Deep Purple agli AC/DC, dagli Skid Row ai Rainbow e così via. È solo dieci anni dopo, nel 2011, che il gruppo decide di cambiare rotta e dedicarsi a brani scritti di proprio pugno. Si arriva quindi così alla realizzazione del primo full length, Playing Hard, pubblicato nel 2012, cui fa seguito un EP di cinque brani, Unbearable, uscito però nel 2016. La formazione italiana, composta dal talentuoso cantante Marco Maraschi, dal chitarrista Domenico Santoro e dalla sezione ritmica formata dal basso di Federico Dick e dalla batteria di Stefano Motta, giunge infine nel corso del 2018 a pubblicare un nuovo album, intitolato Modern Slavery e composto da soli sette brani, per una durata totale che supera la mezz’ora di ascolto. La ricetta è sempre la stessa, non è affatto cambiata nel tempo ed anzi al massimo può dirsi migliorata dato che, col passare degli anni, la band ha accumulato la giusta esperienza e una certa maturità per poter affermarsi su buoni livelli.

Fin da un primo ascolto l’album si presenta fresco e vivace, con un sound che pur rifacendosi ai classici del passato riesce a risultare moderno e originale. La band si muove in modo encomiabile tra brani più specificamente hard rock ed altri dai risvolti heavy, mettendo sempre in piena luce le qualità dei singoli, a partire dal cantante Marco Maraschi, il quale dimostra di possedere una tenuta delle corde vocali invidiabile tra acuti di vario tipo e momenti invece più compassati. Il lavoro dell’unico chitarrista Domenico Santoro è altrettanto elogiabile ed evidenzia tanto il suo buon gusto dal punto di vista qualitativo che l’intelligenza nel non eccedere mai in soluzioni troppo articolate, proponendo ottimi riff e apprezzabili parti solistiche mantenendosi però sempre con i piedi ben saldi per terra. Molto buona anche la prova di basso e batteria, che eseguono il loro compito di “sostegno” nel miglior modo possibile, dimostrando quella maturità di cui si parlava prima.
Nell’album non sono presenti momenti di “vuoto” o cali di tensione, i sette brani scorrono senza sosta e soprattutto senza passi falsi fino alla loro conclusione, talvolta deliziandoci con delle vere e proprie perle come l’iniziale Truth in the Pocket, che parte subito in quarta non lasciando -come si suol dire- prigionieri o la conclusiva Ordinary Man, che dall’alto della sua apparente semplicità ed immediatezza presenta un ritornello che ha dell’incredibile per efficacia e melodia, delle linee di chitarra altrettanto potenti e si conclude in un modo che ricorda non poco, nei suoi risvolti più epici, addirittura la produzione più recente degli Iron Maiden. Ma non possiamo esimerci almeno dal citare brani come la veloce e grintosa Fountain of Youth, la più tranquilla We Don’t Exist Anymore o ancora la titletrack, che ben esemplifica il mood dell’album.

A conti fatti, dunque, ci ritroviamo di fronte ad un album heavy rock in piena regola, ben suonato e ben prodotto, seppur si percepisca nettamente che si tratti di un’autoproduzione e non ci sia sopra il bollino di una casa discografica. La band milanese ha innegabilmente delle valide frecce al proprio arco e non sembra aver alcun timore nel mettersi in gioco. Unica nota negativa, che esula dall’analisi strettamente musicale, è la poca esaustività a livello di informazioni biografiche e la poca chiarezza intorno all’esatta forma del monicker, che talvolta si trova scritto con le tre parole staccate tra loro (High Speed Dirt) e talvolta invece come se fosse un unico termine (Highspeeddirt). A parte questi appunti, non c’è molto da aggiungere, se non un meritato applauso che speriamo possa servire d’incoraggiamento per non mollare proprio ora, perché le potenzialità che gli High Speed Dirt possiedono non sono certo poca cosa e sarebbe un vero peccato vederle dissolte nel futuro più prossimo.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
30 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2018
Autoprodotto
Heavy Rock
Tracklist
1. Truth in the Pocket
2. Fountain of Youth
3. Yellow Leaves
4. We Don’t Exist Anymore
5. Modern Slavery
6. Daydreamer
7. Ordinary Man
Line Up
Marco Maraschi (Voce)
Domenico Santoro (Chitarra)
Federico Dick (Basso)
Stefano Motta (Batteria)
 
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