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Fall of Efrafa - Owsla
25/01/2019
( 803 letture )
Brighton-and-Hove, inizio anni duemila: il poliedrico Alex CF, illustratore e vocalist (impegnatosi anche in progetti quali Morrow, Archivist, Worst Witch e Light Bearer) riunisce un collettivo di musicisti al fine di plasmare una creatura tanto ambiziosa quanto caduca, con il nome di Fall Of Efrafa. La formazione è difatti concepita al solo scopo di dare alle stampe una trilogia (Warren of Snares), volta a trasporre in musica un racconto di Richard Adams, Watership Down (La collina dei conigli). Quest’ultima venne in prima battuta concepita come una storia che l’autore ideò per intrattenere le proprie figlie, per poi essere trascritta e pubblicata nel 1972. E così come avviene per le migliori fiabe (basti pensare, banalmente, a Basile ed ai Grimm), l’universo qui delineato racchiude in sé tanto scenari piuttosto conturbanti, quanto una trama densa di spunti di riflessione. Vi troviamo difatti animali estremamente antropomorfizzati, dotati di proprie lingua -il lapino- e cultura, che si rivela grazie alle poesie e miti che costellano le pagine del libro. Attraverso la fuga dei coniglietti protagonisti, in cerca di un futuro migliore, assistiamo difatti ad una sottile critica dell’autoritarismo e dell’oppressione -incarnati dalla famigerata conigliera Efrafa- ed una denuncia dei soprusi del potere, rappresentati mediante la casta degli owsla, i conigli guardiani che abusano della propria posizione di protettori dei più deboli. I Fall Of Efrafa non si riducono tuttavia ad una stanca rielaborazione del verbo adamsiano, tematicamente parlando: il tutto è filtrato da radicali ateismo, antifascismo, antispecismo e possente denuncia degli aspetti più predatori ed irresponsabili dell’Antropocene. Ed è così che nel 2005 vide la luce Owsla, primo capitolo della trilogia e che, curiosamente, riprende gli avvenimenti conclusivi del romanzo.

La particolarità e l’originalità delle premesse ha qui un solido corrispettivo anche nella sintassi strumentale insita nella proposta dei nostri, e resa ben chiara sin dall’opener. Dopo un’introduzione affidata agli archi ed alla recitazione di alcuni drammatici versi di Isaac Rosenberg, ci troviamo difatti al cospetto di Pity the Weak. Il breve e delicato incipit in chitarra acustica e violoncello cede subito il fianco al muro sonoro imbastito dai nostri, costituito da riffing rocciosi ora adrenalici, di matrice hardcore/crust, ora allentati, con qualche concessione al post di scuola neurosisiana. L’amaro messaggio qui veicolato è riferito a quanto l’homo sapiens sia l’unica creatura in grado di poter modificare il proprio destino e scongiurare così la propria fine, sebbene non sia altro che una scintilla nella storia plurimillenaria dell’universo, che continuerà ad esistere anche dopo la sua estinzione. La successiva A Soul to Bare ci incanta con un leitmotiv quasi chitarristico affidato agli archi, delineanti squarci di melodia nel contesto di un riffing tanto robusto quanto tuttavia dinamico e vario. Ad essere pronunciata qui con fermezza è il complesso di superiorità dell’uomo rispetto alle altre specie, utilizzate come nutrimento e meri strumenti in virtù di un equivoco che, secondo i nostri, è instillato dalle religioni, che sarebbero all’origine di una scissione irrimediabile tra umano e non umano. Tutto ciò scivola nella breve strumentale Lament, preludio tastieristico ipnotico, le cui movenze sono riprese nella successiva Last Bust Not Least, alternante dilatazioni ad energiche reprise, vergate dal sempre soffertissimo ed intenso screaming di Alex CF e dall’archetto sanguinante del violoncello di Jonathan, assieme alla morbida e vellutata essenza delle quattro corde. A porre il suggello conclusivo sull’opera è quello che potremmo considerare come uno dei brani più riusciti dell’intera trilogia: The Fall of Efrafa. Siamo dunque avvolti da armonizzazioni in clean dal vago retrogusto post rock, culminanti, come in un climax, in un riffing trascinante e catchy e poi trafitto da allentamenti ed archi che, come strali, squarciano l’intramato sinora dispiegato, facendo oltretutto breccia persino nell’animo dell’ascoltatore più insensibile. Tutto sfuma nel suono della pioggia battente, che lambisce i corpi scempiati dalla battaglia e le rovine di Efrafa:

The warren is empty tonight,
Blood spills on toiled ground
Fur will hang in ragged clumps
Upon the hedgerows


Inutile ribadire l’impatto di un full-length simile: un impasto quasi inclassificabile di crust/d-beat e post, in grado di farsi spazio tanto nell’underground, quanto davanti ad un pubblico più vasto, in forza di una fruibilità che non sfocia tuttavia mai in soluzioni banali, sorretto da un concept solido e convintamente sviluppato. Nonostante i successivi due lavori riescano nell’intento di perpetrare in maniera altrettanto convincente la trilogia, Owsla è probabilmente il lavoro migliore dei Fall Of Efrafa, e merita dunque un ascolto da chiunque non voglia perdersi un pezzo della storia del metal contemporaneo.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
96 su 4 voti [ VOTA]
maksa
Lunedì 28 Gennaio 2019, 8.36.22
1
L'inizio perfetto di una trilogia (più L'EP Tharn) cupa, epica e decisamente splendida. Non so se sia il migliore dei tre, ma di sicuro è quello che riascolto più spesso. Last Burst Not Least non mi uscirà mai più dalla testa.
INFORMAZIONI
2006
Alerta Antifascista Records
Inclassificabile
Tracklist
1. Pity the Weak
2. A Soul to Bear
3. Lament
4. Last Bust Not Least
5. The Fall of Efrafa
Line Up
Alex CF (Voce)
Steve (Chitarra)
Neil Kingsbury (Chitarra, Piano)
Jonathan (Violoncello)
Mikey Douglas (Basso)
George (Batteria)
 
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