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Warrel Dane - Shadow Work
27/01/2019
( 1588 letture )
La notizia della morte di caso Warrel Dane è piombata sul pubblico come una sorta di dannazione biblica. L’idea di aver perso per sempre uno degli artisti più importanti emersi nel mondo del metal mondiale, uno di quelli che davvero avevano tracciato la strada per l’evoluzione del metal moderno, indicando a tutti che c’era un futuro per il genere fuori da schemi consueti e consunti, resta tuttora quasi inaccettabile. Perché parliamo di un grande artista e perché la sua musica, quella realizzata con i Sanctuary prima e con i Nevermore poi, svetta tra le punte massime mai raggiunte dal genere. Perché le sue qualità di interprete, per quanto poi nel tempo un po’ fossilizzate sugli schemi originalissimi da lui stesso creati e covati dentro come una parte inscindibile di una personalità complessa e originale a sua volta, ne fanno senza dubbio uno dei più grandi innovatori e carismatici quanto tormentati artisti emersi negli ultimi trent’anni. Warrel Dane è senza dubbio un musicista che ha saputo porsi come elemento trainante di una rinascita del genere, durante e dopo la crisi degli anni 90, sfidando gli ascoltatori con album difficili, melodie vincenti quanto personali e originali, sapendo unire la furia di un metal tinto di thrash, prog e US Power, dalle caratteristiche al tempo stesso classiche e moderne ad una ricerca melodica che ha sdoganato una musica se vogliamo decisamente aggressiva e complicata presso masse estese. Un successo che è arrivato quando è stato chiaro a tutti che il malessere interiore reale del cantante aveva saputo trovare un veicolo nella musica del suo gruppo, divenendo quindi vera Arte. Questo naturalmente senza togliere nulla ai compagni di viaggio del cantante, che hanno saputo altrettanto esaltare le proprie qualità nei rispettivi gruppi di appartenenza, elevandone la statura fino al livello dei capolavori che tutti hanno apprezzato o quantomeno rispettato. Eppure, il 13 dicembre 2017 Warrel Dane è stato stroncato da un infarto, arrivato all’età di cinquantasei anni, all’interno di un quadro clinico che vedeva nel diabete e nell’alcolismo due elementi di rischio aggiuntivi che inevitabilmente hanno presentato il conto. Il decesso ha interrotto a metà i lavori per il secondo album da solista del cantante, Shadow Work, che viene oggi assemblato e pubblicato da Century Media, col contributo dei musicisti brasiliani che costituivano la neonata band da solista di Dane.

I presupposti di partenza sono quanto mai complessi: nelle intenzioni degli autori Shadow Work avrebbe dovuto toccare agli ottanta minuti di durata, mentre quello che ci viene presentato è un lavoro che supera a malapena i quaranta, incompleto, palesemente ritoccato a posteriori in alcune parti, che mai sarebbe uscito in questa forma se Warrel Dane fosse stato ancora vivo. Si direbbe una pura e insopportabile operazione commerciale, di quelle che fanno torcere le interiora a chiunque sa che simili pubblicazioni non avrebbero mai e poi mai avuto il via libera dall’artista in vita, con queste caratteristiche. Si gioca allora la carta del tributo e dell’omaggio dichiarato: sappiamo tutti e ne siamo consapevoli che quanto pubblicato non è il disco completo e che quello che ci è dato rappresenta solo il miglior assemblamento possibile del materiale fino a quel giorno registrato. Poi naturalmente spetta al pubblico decidere da che parte schierarsi, tra gli inconsolabili disposti quasi a tutto pur di ascoltare un’ultima registrazione o tra coloro che stigmatizzano l’uso fatto del lavoro e dell’impegno di chi, fino all’ultimo, stava mettendo se stesso in una opera artistica e ne vedono solo l’ingiusto e abietto desiderio di profitto.
Prendendo quindi Shadow Work per quello che è e non già per quello che avrebbe dovuto essere, elemento questo che sfuggirà per sempre a tutti, l’ascolto si rivela decisamente interessante e ad ha la forza necessaria per suscitare contemporaneamente ammirazione, tristezza, rimpianto e perfino rabbia. Perché in questi sette brani più intro, chiaramente in stadi diversi di rifinitura e preparazione, c’è davvero una qualità evidente e di grande spessore e perché quello che manca risuona sullo sfondo in maniera impressionante. Non è difficile sbilanciarsi e ritenere che a fronte di un lavoro finito, della stessa qualità del materiale pubblicato, si sarebbe potuto e dovuto stendere un nuovo grande elogio. Pur nella piena consapevolezza infatti che la parabola compositiva sia dei Nevermore che dei Sanctuary era orientata pericolosamente verso album di qualità inferiore a quella dei predecessori e che i tempi dei capolavori passati sembravano irrecuperabili, soprattutto a causa di una eccessiva standardizzazione delle composizioni e di uno sfilacciamento delle relazioni interne al gruppo che ne avevano minato definitivamente il processo di creazione. Senza spostare di un millimetro i canoni impostati, la musica contenuta in Shadow Work risulta senza dubbio tra le cose più convincenti pubblicate negli ultimi quindici anni e di gran lunga migliore rispetto agli album solisti fin qui rilasciati dagli ex membri dei Nevermore. Il legame non potrebbe essere più evidente in ogni aspetto della pubblicazione: i riff, i suoni, la produzione, la strumentazione, la costruzione dei brani e, pur sempre con una opera non finita, perfino la strutturazione del disco, si rifanno apertamente all’esperienza passata del cantante. Il quale sembrava davvero lanciare un’ultima disperata chiamata verso gli ex-compagni d’avventura per ricucire e rimettere assieme i propri destini o, se vogliamo guardarla da un altro punto di vista, dimostrare una volta per tutta che non aveva bisogno di loro per costruire un album che contenesse quasi tutti gli elementi di grandezza della band originaria. Il “quasi” sta tutto nel fatto che sostituire un Jeff Loomis è tutt’altro che semplice e pur con un’evidente qualità strumentale è chiaro che Moraes ed Oliveira non riescono appieno a far dimenticare il lavoro del chitarrista statunitense. Stessa cosa dicasi di Marcus Dotta, rispetto a Van Williams. Qua si parla di grandi strumentisti che utilizzano un linguaggio già sviluppato da altri: lo fanno bene o anche molto bene, ma restano degli imitatori lontani dal guizzo dell’originale, capace a propria volontà di rimettere tutto in discussione e regalare un elemento sorpresa che qui manca totalmente.
La struttura dell’album come dicevamo sembra riflettere quella degli album dei Nevermore ed ecco quindi che dopo l’intro Ethereal Blessing arriva una mazzata nei denti che risponde al titolo di Madame Satan: gran bel pezzo, che richiama la grandezza di una Born, più che di Narcosynthesis e offre, oltre a delle micidiali parti di batteria, un bridge soffocante e raggelante al tempo stesso e un refrain da mandare velocemente a memoria, spettrale e riuscitissimo. Tutti in piedi per la parte iniziale di Disconnection System: come non ritrovare da subito un feeling immediato con l’opera dei Nevermore? Siamo al riciclo dei riff e delle linee melodiche tipiche della band di Seattle, in tutto e per tutto, break e parti soliste comprese, peraltro ottime. Eppure, tutto fila via come acqua fresca e con un refrain così c’è davvero poco di cui lamentarsi, perfetto ed enfatico. As Fast As the Others è palesemente costruita per essere un singolo e in questo si fa valere ottimamente, grazie ad un ritornello da mandare a memoria e ad una struttura semplice ma non per questo superficiale e che conferma quanto la qualità di scrittura di Dane e compagni rimanga alta. In merito alla prova vocale del cantante, appare chiaro che la scelta di non forzare su tonalità alte o acide la faccia in gran parte da padrona: le linee impostate, per quanto probabilmente in molti casi non definitive e forse mancanti di doppiature e armonizzazioni, si appoggiano quasi sempre su tonalità medie o perfino in qualche caso sul growl, mentre troviamo una grande abbondanza di parti parlate, con toni sussurrati e minacciosi. Difficile dire se appunto questa sarebbe stata la veste definitiva o se in qualche caso si tratta solo di una voce guida registrata e che poi sarebbe stata sostituita. Comunque, pur nella continuità rispetto alle ultime prove da studio, appare chiaro come il cantante statunitense avesse di molto abbassato il proprio range, pur provenendo dall’esperienza della reunion dei Sanctuary. Tornando alla scaletta, Shadow Work è senz’altro uno dei brani più intriganti e riusciti del disco, a partire ancora una volta dal refrain, ma in questo caso anche per lo sviluppo, che conserva un alone oscuro e minaccioso e una grande aggressività di fondo, pur concentrandosi su un mid tempo dinamico e potente. Arriva il momento della cover di The Hanging Garden, originale dei The Cure, che ripropone lo stilema utilizzato per The Sound of Silence: ovverosia un totale stravolgimento dell’originale, del quale si mantiene solo il testo, l’intro di batteria e un vago richiamo alla melodia originale. Il risultato è un grandioso brano di thrash moderno e nervoso, molto veloce nelle strofe e invece solenne e terribile nel refrain che non difficilmente può dirsi degno dell’originale. Più avanziamo nell’ascolto e più troviamo i brani che rivelano un lavoro meno definito e completo: ecco quindi la ballata Rain, se chiamarla ballata è ancora possibile, che rispecchia ancora la grande capacità di scrivere brani emotivamente intensi e melodicamente forti, senza per questo risultare banali e sdolcinati, ma anzi mantenendo una coloratura heavy a tinte forti che incanta per il contrasto emozionale scatenato. Gran brano, pur nella sua imperfezione e incompletezza formale. Siamo purtroppo già al commiato e, come di tradizione in casa Nevermore, ci aspetta il brano più lungo e strutturalmente complesso. Sin dal titolo, meraviglioso, Mother Is the Word for God si eleva ad apice dell’album o, almeno, lo sarebbe stato se la morte di Warrel Dane non avesse lasciato incompiuto il lavoro di rifinitura e definizione del brano, con alcune lacune evidenti tanto nelle parti vocali quanto nella struttura dello stesso. Un vero peccato perché, anche così, siamo al cospetto di una composizione di ampio respiro e di enorme impatto, con la melodia impostata da uno strumento ad arco a rincorrersi tra i vari momenti del brano, fino alla conclusione.

Sembra incredibile che la voce di Warrel Dane e la sua splendida musica siano da considerarsi ormai passato. Un passato vicino, che sicuramente rimarrà presente per quanti ancora torneranno ad ascoltare gli album ai quali ha donato ben più che la sola voce ma che, inevitabilmente, resterà adesso cristallizzato nel tempo, senza ulteriori evoluzioni. In quest’ottica, come per tutti i casi similari, Shadow Work semplicemente non avrebbe mai dovuto essere pubblicato. E’ inevitabile e giusto dire questo. Chi si avvicina ad esso sia consapevole che quello che va ascoltando non è il disco che Dane avrebbe voluto. Chi semplicemente non può fare a meno invece di ascoltare comunque le canzoni sulle quali l’artista stava lavorando prima che la morte lo cogliesse, avrà di che saziare, in parte, la propria inestinguibile fame. Warrel Dane stava lavorando ad un grande album e quello che Shadow Work offre è una panoramica ampia seppur parziale su quello che sarebbe stata probabilmente un’uscita memorabile. La vicinanza stilistica al lavoro compiuto con i Nevermore conferma quanto grande fosse il rimpianto per la propria band e quanta l’ambizione di creare qualcosa che fosse degno di quel patrimonio enorme. Pur con i limiti vocali attuali, pur con un gruppo che non era più composto dai grandi interpreti precedenti, pur senza stravolgere i canoni ormai consolidati all’interno dei quali andava muovendosi da anni, almeno per quanto ci è dato sapere dall’ascolto di queste canzoni, Shadow Work ritrova una ispirazione di alto livello e una realizzazione più che degna. La verità è che tutti avrebbero voluto ascoltare un nuovo album completo dei Nevermore o almeno qualcosa che ne richiamasse la grandezza. Purtroppo, questo non avverrà più. Non ascolteremo neanche dei nuovi originali di Warrel Dane, se non quelli contenuti in Shadow Work. Questa è l’unica cosa che resta, assieme alla consapevolezza di poter ritrovare un compagno di strada ogni volta che torneremo a dare il giusto tributo ad un grande artista che per quasi trenta anni è stato in grado di tracciare un segno indelebile.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
77.4 su 5 voti [ VOTA]
entropy
Lunedì 4 Febbraio 2019, 16.02.47
10
Per me si tratta di un ottimo album, in linea con gli album "minori" (ma cmq ottimi) che ci aveva già relegato. (l'ulitmo sanctuary o il precedente solista ad esempio). Sono quindi felice che alla fine sia stato pubblicato, al di là dei discorsi sull'opportunità o meno. Penso che in fondo sia stato giusto così.
Radamanthis
Mercoledì 30 Gennaio 2019, 17.12.08
9
Un gran bel disco, probabilmente differente da quello che sarebbe stato fatto con Warrel impegnato fino alla fine dello stesso. Thrash malinconico ma potente con aperture melodiche ma sempre oscure. Bello, probabilmente bellissimo se lo avesse finito lui al 100%. Voto 85
Danimanzo
Martedì 29 Gennaio 2019, 15.36.13
8
Letteralmente il testamento del compianto e grandissimo Warrel. Io lo trovo un album dannatamente curato dalla A alla Z, ma terribilmente incompleto. Se fosse riuscito a terminarlo come da progetti iniziali, sono convinto che sarebbe stato un piccolo capolavoro e avrebbe dato il via alla reunion dei Nevermore. Voto 72/100.
Metalabba
Lunedì 28 Gennaio 2019, 20.44.13
7
Album a mio avviso bellissimo nonostante avrei voluto ancora di più. Mi mancherà per sempre Warrel.
Vitadathrasher
Domenica 27 Gennaio 2019, 17.02.59
6
L' album in questione non l'ho ascoltato, ma i nevermore avevano aperto davvero un capitolo nuovo del "mio" genere. Un thrash "serio" intimo, cupo, malinconico. A differenza della deriva death, che i gruppi storici stavano e stanno prendendo.
JC
Domenica 27 Gennaio 2019, 16.44.43
5
Grazie alla vostra, bella, recensione, lo ascolterò. Grande artista, scoperto e adorato ai tempi di Dreaming Neon Black, che per me resta il più grande album metal DI SEMPRE.
Poison Ivy
Domenica 27 Gennaio 2019, 16.43.36
4
L'ho ascoltato ma non riesco a dare un giudizio completo: troppo poco, alcune canzoni finite altre si sente che sono in uno stato non definitivo. Sinceramente non lo avrei pubblicato ma tant'è, è un ricordo di chi era Warrel ma se devo pensare a lui rimetto su i Nevermore.
Ad astra
Domenica 27 Gennaio 2019, 15.58.40
3
Bravo, molto bravo Saverio. hai rubato i miei pensieri, verso un disco che come giustamente hai sottolineato è solo il canovaccio di ciò che sarebbe dovuto divenire. Un voto, che giustamente va oltre l'aspetto musicale fine a se stesso. All'interno del booklet, sono presenti le parole di Travis Smith, che aveva un rapporto particolare con Warrel e sono commoventi. toccano nel profondo. Un lavoro d'ombra a tutti gli effetti.
Enrico
Domenica 27 Gennaio 2019, 14.35.13
2
Bel disco davvero.
Barry
Domenica 27 Gennaio 2019, 13.29.05
1
Ci mancherà tantissimo
INFORMAZIONI
2018
Century Media
Thrash
Tracklist
1. Ethereal Blessing
2. Madame Satan
3. DIsconnection System
4. As Fast As the Others
5. Shadow Work
6. The Hanging Garden
7. Rain
8. Mother Is the Word for God
Line Up
Warrel Dane (Voce)
Johnny Moraes (Chitarra)
Thiago Oliveira (Chitarra)
Fabio Carito (Basso)
Marcus Dotta (Batteria)
 
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