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Roine Stolt`s The Flower King - Manifesto of an Alchemist
30/01/2019
( 641 letture )
Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, dai tempi in cui Roine Stolt era il ragazzo prodigio dei Kaipa nel lontano 1974. Tante collaborazioni, dischi da studio e gruppi: dai The Flower Kings che lo hanno lanciato nell'olimpo delle stelle del progressive, ai più recenti progetti come The Sea Within con Jon Anderson. Dopo lunghe sessioni di registrazioni vede la luce finalmente il nuovo disco dei Roine Stolt's The Flower King, forte di una line up che vede tanti nomi di spicco: l'incredibile Marco Minneman (che ad oggi dopo Portnoy sembra uno dei batteristi con più grande numero di collaborazioni), la settantiana e teatrale voce di Nad Sylvan e Hasse Fröberg degli originali The Flower Kings.

Le voci ricche di riverbero e le texture ambience riempiono le casse per un minuto e mezzo, facendo risuonare nella nostra testa la frase "It's raining while you're waiting”. L'intro Rainsong passa senza infamia e senza gloria, o al più senza motivazione, lasciando spazio al primo vero brano di questo disco. Lost America è una composizione che segue un canovaccio di prog rock moderno decisamente noto, sia nella scrittura che nelle sonorità. Insomma, un opener che di certo non ci fa saltare sulla sedia. Non mancano dei momenti di spicco fra stacchi di natura hard rock anni settanta, accompagnati dall'organo Hammond e da fraseggi spensierati, tuttavia si ha la netta impressione che le idee proposte per arrivare a una composizione di quasi dieci minuti siano relativamente poche. Il finale del brano, nel suo profumo americano, si ricongiunge a Raingsong, dando un senso all'intro ascoltata precedentemente. Il basso fretless di Jonas Reingold risalta nelle ultime sezioni del brano come un bellissimo barlume di brillantezza all'interno della canzone, prima che essa si spenga. L'organo hammond apre cupamente Ze Pawns, uno dei brani più riusciti del disco. L'atmosfera intimista e cupa che si respira ha una fortissima personalità che rapisce facilmente l'ascoltatore.

There she stand alone - one star is born - another dies
"I wanna learn to live" - she said - "is there really more to take than to give?"
"Great men have walked these streets - but justice have become a heap of lies"
(Ze Pawns)


I dialoghi a cavallo tra il parlato e il cantato, rapportati a tematiche esistenziali, ricordano molto l'approccio di un Roger Waters a cavallo tra Is This the Life We Really Want? e Amused to Death. Anche in questo brano, per quanto la seconda metà inizi per il verso giusto attraverso dei delicati assoli di chitarra, successivamente si ha l'impressione di perdersi un po' in schemi noti e soprattutto poco comunicativi. Bellissima comunque la prestazione vocale di Roine Stolt, che riesce ad arrivare in maniera decisamente più netta e diretta alle sensazioni dell'ascoltatore, instaurando un dialogo con quest'ultimo. Il disco prosegue con un altra lunghissima composizione e con i primi tre brani è stata già snocciolata mezz'ora di musica. Porre tre brani così lunghi in apertura (tralasciando Rainsong), in un disco che di certo non è Animals dei Pink Floyd, risulta senz'altro una scelta un po' pesante, soprattutto prendendo in considerazione non tanto le durate e il genere, ma l'effettiva sostanza di quello che stiamo ascoltando. I giochi barocchi tanto cari allo stile dei Genesis aprono High Road, lunghissima composizione che continua a percorrere i binari di Lost America ma in maniera meno orecchiabile e più contorta. Sezioni ariose e leggere si intervallano ad altre più classiche ed orchestrali, con l'innesto di sintetizzatori e stacchi poco prevedibili. Il brano soffre di una patina dovuta agli innesti vocali che rendono tutto un po' distante e omogeneo. Ci sono molti elementi validi, come alcuni fraseggi solisti di chitarra a tre quarti del pezzo e delle ottime sezioni di basso, tuttavia per tutto l'ascolto si ha la continua sensazione che le idee vengano trascinate avanti in maniera anche abbastanza soporifera. La bella introduzione di batteria di Rio Grande offre un buon tappeto per i sintetizzatori di Zach Kamins e per la sei corde di Roine Stolt. Arrangiamenti dolci e minimalisti predominano la seconda parte del brano, che è dotata di un mood decisamente più originale di altre composizioni su questo platter, rimanendo tuttavia in parte priva di momenti di brillantezza. Next to a Hurricane segna un cambio di registro abbastanza netto, lasciando virare il gruppo verso una forma canzone decisamente più solida e canonica. Nonostante il brano in questione sia meno fantasioso e originale di altri, nel complesso risulta decisamente più riuscito, sia per sonorità che per sensazioni trasmesse rispetto a tante altre scelte musicali volutamente pretenziose in questo Manifesto of an Alchemist. Risultano piacevoli, per quanto poco emancipati, gli innesti vocali di Hasse Fröberg e Nad Sylvan che vengono relegati al semplice ruolo di coristi. I fraseggi di natura acid jazz suonati dalla chitarra introducono The Alchemist, dove Roine Stolt suona sia la sei corde che le tastiere, accompagnato dallo sfuggente sassofono di Rob Townsend. La commistione di strumenti genera un pezzo tipicamente fusion, richiamando molto lo stile musicale della cerchia del Mark Varney's Project ma in salsa meno tecnica e pompata. Il risultato finale è un ottimo brano, che sul finale sembra leggermente perdersi, ma con dei momenti di eleganza musicale degna di nota. Il passaggio da The Alchemist a Baby Angel oltre a essere abbastanza fastidioso musicalmente, mette in risalto la stucchevolezza dell'ottavo brano del disco, senz'altro il meno riuscito. La banale base composta da ukelele, chitarra acustica e dodici corde crea un tappeto per un cantato infantile e veramente da dimenticare. Con Six Thirty Wake-Up torna Rob Townsend, accompagnato tuttavia dal flauto e non dal sassofono. Dopo una sezione iniziale dedicata allo strumento a fiato, entra la sei corde di Roine Stolt a duettare con quest'ultimo. Un piacevole e breve interludio, che nulla aggiunge e nulla toglie all'album. Si giunge così all'ultima traccia del platter, The Spell of Money, che riporta in auge le durate longeve dei primi brani.

Getting money
Bloody money - get that money from get go
Rotten money
Bloody branches - grab your gold and lose your soul

Molten money
Lose it - grab it - darkness falling down the hole
Filthy money
Filthy habits - and all the lives that it control...

Dirty money
If you want it - there's so much that you can do
That stinking money
If you can stand it - good enough - to knock your soul
(The Spell of Money)


Atmosfere cupe e testi pungenti richiamano le sensazioni provate durante Ze Pawns, in cui il chitarrista svedese torna ad una prestazione vocale decisamente buona e più intimista. Viene da pensare che se nel resto del disco avesse evitato prove stucchevoli o fiumi di sovraincisioni, forse sarebbe stato diverso il risultato finale. L'assolo che entra a circa metà brano, sostenuto da un ottimo basso, scrive una parte elegante e azzeccata, sfociando tuttavia in una sezione non troppo sostenuta. Dopo un finto finale e una ripresa del tema principale, il disco finisce con un lento fade out.

Manifesto of an Alchemist è stato un ascolto pesante. Non per la complessità del genere proposto o per delle soluzioni musicali ostiche, ma per la sua durata. Quasi settanta minuti di musica devono essere supportati da una proposta molto valida e ispirata, cosa che si respira in alcuni punti del disco, ma non in tutti. Alla fine dell'ascolto non si ha l'idea di aver sentito qualcosa di brutto, tutt'altro. La capacità esecutiva dei musicisti è altissima, tuttavia si respira per tutto il disco la sensazione che non vi è realmente nulla di concreto che colpisce. Il tutto unito ad una longevità che poteva tranquillamente essere decurtata dai settanta ai quaranta minuti, alla lunga tende a stancare. Sia chiaro che la critica non è rivolta alle durate in sé dei dischi, ma proprio alle idee musicali proposte, che in tutto il disco vengono diluite eccessivamente. Se Roine Stolt avesse tagliato alcuni spunti che -soprattutto nei primi brani- risultano ripetitivi e stucchevoli sulle lunghe distanze, l'impressione finale sarebbe stata senz'altro diversa. Manifesto of an Alchemist suona un po' di occasione persa, cosa anche plausibile quando il proprio nome appare in più di cinquanta dischi sparsi fra collaborazioni, progetti solisti e gruppi vari. Il platter merita tuttavia un ascolto per tutti coloro che sono alla ricerca di sonorità più morbide e delicate nel progressive, tuttavia se siete alla ricerca di un ascolto brillante e in grado di darvi dei momenti di genialità ed estro artistico, probabilmente questo non è il disco migliore per voi.



VOTO RECENSORE
63
VOTO LETTORI
70 su 2 voti [ VOTA]
JC
Martedì 12 Febbraio 2019, 15.50.53
6
Maurizio...sono d'accordo con te. I doppi album ormai li evito a prescindere, così come certe sbrodolate che amavo invece nella mia adolescenza. Comunque questo ritengo sia un buon album, ideale per una serata tranquilla con un bel libro.
maurizio
Martedì 12 Febbraio 2019, 15.45.01
5
volevo specificare che amo le suite i pezzi lunghi un esempio VDGG Pawn hearts supper's ready atom heart mother close to the edge tarkus thick as a brick volo magico n1 di claudio rocchi grandissimo e sempre poco nominato e conosciuto procol harum ..abbey road..etc etc etc etc
maurizio
Martedì 12 Febbraio 2019, 15.33.47
4
premetto che conosco quasi tutti i lavori di roine sia da solista che con i rispettivi gruppi uno su tutti flower kings li ho visti anche in itqalia per la prima volta forse 20 o 30 anni fa a vigevano.....mi dispiace ma non ce la faccio più questa fissa che ha di fare dischi di 79.99 minuti ho dischi doppi alla fine diventa tutto piatto aimè noioso adesso mi indispone pezzi lunghissimimamente superflui .....mi piacerebbe sentire un disco del vecchio roine che di classe ne ha da vendere i 40 minuti con 7 / 8 canzoni che non superino i 5 minuti....non succedera mai....ciao a tutti
u.u
Domenica 10 Febbraio 2019, 11.06.27
3
Lui l'ho sentito solo nei Transatlantic, che trovo inascoltabili.
Gianni
Giovedì 7 Febbraio 2019, 15.29.07
2
D'accordo con JC, disco ben più che sufficiente. Poteva uscire quasi a nome TFK, se ci avesse suonato Bodin, sicuramente migliorando la. Ottimo disco che cresce con gli ascolti e durevole nel tempo
JC
Mercoledì 30 Gennaio 2019, 20.06.44
1
L'ho trovato bello; niente di nuovo ma piatto cucinato da un grande chef e con ottimi ingredienti. Per gli amanti dei Flower Kings praticamente acquisto obbligato.
INFORMAZIONI
2018
Inside Out
Prog Rock
Tracklist
1. Rainsong
2. Lost America
3. Ze Pawns
4. High Road
5. Rio Grande
6. Next to a Hurricane
7. The Alchemist
8. Baby Angels
9. Six Thirty Wake-Up
10. The Spell of Money
Line Up
Roine Stolt (Voce, Chitarre, Tastiere, Sintetizzatore e Basso)
Hasse Fröberg (voce)
Nad Sylvan (Voce)
Rob Townsend (Sassofono)
Zach Kamins (Sintetizzatore Moog e Tastiere)
Max Lorentz (Organo Hammond e Voce)
Michael Stolt (Basso e Voce)
Jonas Reingold (Basso)
Marco Minneman (Batteria)
 
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