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Bongzilla - Apogee
02/02/2019
( 473 letture )
… and he don’t deserve to be punished...

Siamo alle porte del nuovo millennio, Stati Uniti, Wisconsin. La guerra alla marijuana è più agguerrita che mai e anche i semplici coltivatori di cannabis (per uso personale, ovviamente) rischiano la prigione a vita.
In questo clima repressivo i Bongzilla realizzano Apogee, secondo album per la band di Madison che grazie a Relapse Records non esita un secondo a sbatterti in faccia una realtà piena zeppa di fraintendimenti e luoghi comuni al limite dell’umano: quella del consumo di marijuana.

L’album, composto da sette tracce totali (tre registrate in studio e quattro live), si apre con una registrazione presa da un programma televisivo americano che descrive l’accanimento che la guerra alla marijuana ha prodotto verso i consumatori: così comincia H.P. Keefmaker, la prima traccia di questo disco trasudante sballo misto a rabbia. Pare scontato a questo punto soffermarsi su quei sette minuti finali in cui le urla dall’oltretomba di Makela lasciano spazio al lungo campione audio, estratto sempre da uno di quei programmi anti-marijuana di cui sopra, accompagnato dalla potenza strumentale di questo gruppo che arriva così a stravolgere quasi il senso delle parole stesse, impregnate di stereotipi e discriminazione. Come una colonna sonora che distorce a proprio piacimento la realtà della quale accompagna la rappresentazione, il suono sovrasta le parole e insieme dà la chiave di lettura e interpretazione necessaria per la comprensione di un’ esperienza potente e incisiva quale è Apogee. Come avrebbe detto un gruppo tutto sommato affine a questa dimensione allucinata e disperata, gli Eyehategod: “Amps speak louder than words”.
La volontà è quella di squarciare la realtà moralista-perbenista di facciata tipica degli USA che, appena “usciti” dallo scandalo Clinton e a un passo dall’arrivo di Bush figlio alla presidenza del paese, avevano bisogno di ritrovare un’integrità da mostrare a loro stessi, ma anche e soprattutto al mondo. Da qui l’inasprimento della lotta alla droga, capro espiatorio dei mali di una socetà in bilico.
Tutto questo i Bongzilla lo sentono e lo traspongono nella loro musica e nei testi, strillati fino a perdere il fiato.

“Here we sit
in the circle of death”


Uno degli aspetti più interessanti, ma soprattutto caratteristici, di questo gruppo è la batteria assolutamente non convenzionale di Mike Henry detto “Magma”. Gli accenti di rullante rigorosamente in levare, inseriti nel tempo spalmato e scandito dai piatti, riempiono quasi con ansia gli spazi ritmici vuoti che un genere come lo stoner, con la sua progressione lenta e trascinata, lascia all’interno delle battute. Una sorta di “horror vacui” spinge il batterista a far emergere il suo strumento che, in particolare nelle lunghe sequenze strumentali, diventa il protagonista indiscusso.
Le percussioni incalzanti creano insieme alle accordature basse e alla potenza degli amplificatori una sonorità che esplode distruggendo tutto ciò che ha intorno. Grezzi e potenti come una bomba alla Orsini.
Il clima continua ad appesantirsi con Salvation, una traccia dal ritmo martellante che col giro di basso iniziale mette subito in risalto i toni cupi che può raggiungere lo strumento di Nate “Weed Dragon” Dethlefsen. Il suono arriva al suo massimo potenziale nel chorus, che fa emergere tutta l’influenza più puramente doom del genere.
Dopo il rush finale che chiude Salvation si attacca subito Grim Reefer, la terza e ultima canzone in studio dell’album. A una marcia trascinata si aggiunge l’audio di un dialogo estratto dalla scena del film American Beauty (1999) in cui Lester, il protagonista, compra della marijuana dal suo vicino di casa: un ragazzo il cui padre segue un modello disciplinare di stampo quasi militare, decisamente autoritario.
E’ interessantissima la scelta non solo della scena, ma anche del film da cui è tratta, in quanto American Beauty aveva già contribuito a minare alcuni aspetti della cultura a stelle e strisce e, utilizzandola, i Bongzilla dimostrano un senso artistico ed estetico che è buona cosa non dare mai per scontato. In questa traccia la batteria è ancora dominante e aiuta a mantenere alta la carica nonostante i riff cantilenanti e impastati di gain tirato a livelli estremi. L’oscillazione tra momenti più pacati, di transizione e crescendo strumentali fanno risaltare al massimo la voce che, come in una ballata, ripete sempre la stessa strofa.

Per quanto riguarda gli episodi registrati live, abbiamo un mix di classiconi ripescati dalla loro produzione di split ed EP, così Witchweed ad esempio arriva da uno split del 1997 con gli Hellchild, mentre Sacred Smoke e American sono del loro primo album Stash, del 1999. Un discorso a parte lo merita senz’altro Dealer McDope, traccia particolarissima introdotta, nella versione live di Apogee, da Muleboy che dice al pubblico: “Hey, here is the fast one”. La canzone infatti (ripresentata nel 2002 all’interno della compilation Shake, con Barbarian Records) si concretizza in sei minuti del miglior repertorio sludge della band, ritmi allucinati che si susseguono insieme ai suoni stridenti della chitarra, la quale segue la frenesia della percussioni, cambio dopo cambio.

Con Apogee i Bongzilla affermano ancora il loro nome all’interno della scena stoner americana mostrando un’ abilità che a quasi vent’anni dall’uscita del disco suona sempre come fosse la prima volta.
Il fatto che un album come questo riesca ad essere eternamente contemporaneo, trascendendo la musica, dovrebbe far riflettere sul mondo che ci circonda e sui suoi meccanismi. I Bongzilla hanno mostrato una realtà per liberarla dalla prigione di stereotipi nella quale era stata reclusa per colpa di un perbenismo falso e di facciata.
Tutto ciò è importante dal momento che sempre più spesso accade che venga dato più credito a questa maschera, senza nemmeno sforzarsi di guardare un attimo più a fondo per scoprire l’inganno di cui è costituita. Un atteggiamento, questo, che porta sempre a conseguenze disastrose.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
nonchalance
Domenica 3 Febbraio 2019, 16.09.45
6
Io avevo preso l'ultimo "Amerijuanican"..una bella fumata!
InvictuSteele
Sabato 2 Febbraio 2019, 22.29.44
5
Adoro questa band di folli, per chi non li conoscesse, fateli vostri, li amerete, Sludge metal incentrato sulla marijuana, musica che va dritta fino al cervello...
Grezzo
Sabato 2 Febbraio 2019, 22.18.02
4
Tanto ma tanto fumo...ma anche tanto arrosto. Ne mangiano di pollo questi.
dead again
Sabato 2 Febbraio 2019, 18.29.15
3
GRUPPO CHE POCHI CONOSCONO, MA CHI LI CONOSCE NON PUO' CHE APPREZZARE IL VOTO DEL RECENSORE.....
Galilee
Sabato 2 Febbraio 2019, 17.32.55
2
Disco in lista da anni.... Eh eh...
duke
Sabato 2 Febbraio 2019, 17.08.23
1
...li devo ascoltare....sembra che oltre il fumo ...ci sia pure molto arrosto.....
INFORMAZIONI
2000
Relapse Records
Stoner/Sludge
Tracklist
1. H.P. Keefmaker
2. Salvation
3. Grim Reefer
4. Witch Weed (live)
5. Dealer McDope (live)
6. Sacred Smoke (live)
7. American (live)
Line Up
Mike “Muleboy” Makela (Voce e chitarra)
Jeff “Spanky” Schultz (Chitarra)
Nate “Weed Dragon” Dethlefsen (Basso)
Mike “Magma” Henry (Batteria)
 
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