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Musmahhu - Reign of the Odious
03/02/2019
( 629 letture )
Musmahhu è il nome di uno dei tre serpenti cornuti della mitologia mesopotamica, insieme a Basmu e Usumgallo. Simile ad un grifone e mezzo uccello, viene anche rappresentato come un leone avente sette teste di serpente. Un simbolo di potenza e distruzione che attinge alle tradizioni mitologiche di quelle civiltà cresciute tra Tigri ed Eufrate -come avviene per molti dei monicker gravitanti in territori affini. Si tratta di un progetto incredibilmente potente, contorto, e che, pur vivendo ancora di molti spunti presi da band di più alto calibro, ne tenta una moderna rivisitazione senza perderne d’intensità. Reign of the Odious è il primo album, primo gioiello, targato Iron Bonehead Productions che, zitta zitta, come sempre accade, scopre valide realtà nel sottobosco del metal più estremo. Già con il precedente 7 pollici -un demo uscito meno di un anno fa- i nostri svedesi si erano fatti notare da un pubblico più ampio, mentre oggi la consacrazione è definitiva con un platter che fa pensare ad un ottimo inizio di 2019. Bisogna ricordare come la mente dietro la band non sia affatto di primo pelo: è possibile infatti ritrovare Swartadauþuz all’interno di quel magnifico progetto chiamato Gnipahålan oppure negli Azelisassath sino ad arrivare ai Mystik. Giovane, sì, ma con esperienza e caparbietà: ognuna delle sue band è unica, pur potendo ritrovare il tocco del musicista in ognuna di queste: l’autoreferenzialità non è di certo un problema per questo poli-strumentista.

Il full-length è pesante, robusto, blasfemo e senz’anima: per quarantadue minuti ti sbalza al di sotto della superficie, lasciandoti annusare l’odore dell’abisso. Maleodorante e viscerale, già dall’iniziale ferocia di Apocalyptic Brigade of Forbidden Realms lascia intravedere l’ombra dei Behemoth del periodo Satanica , unita alla potenza dei più giovani portoghesi The Omnious Circle. Questa peculiarità non va a discriminare a livello generale la compattezza stilistica ed il carattere in seno alla band: pochi tecnicismi, una scelta dei suoni ottimale grazie alla metaforica percezione di una tridimensionalità del suono ed un inserimento intelligente e ben dosato di campionature in synth fanno del tutto una splendida malvagità. Un risultato finale con molte frecce al suo arco, che sfiora i difetti e li rende pregi. Ed è brani come Musmahhu, Rise o Burnign Winds of Purgatory (Mellanspell) che le appena citate tastiere offrono il loro maggior contributo, senza mai virare nell’atmospheric o nel symphonic. Ogni singolo passaggio riesce ad emanare atmosfere uniche, attraverso echi e pugnalate meticolosamente dosate: prende forma come per magia l’ologramma dei Degial sotto steroidi. Molti gruppi moderni come i magnifici Sulphur Aeon e Vanhelgd, riescono a combinare sensazioni malate del passato scandinavo e l’intransigenza del contemporaneo: le folte sterpaglie del black underground portano alla superficie nuovi stilemi, nuove visioni per far si che questo genere, riesca a mutarsi entro sé stesso, come un uroboro infinito mutando pelle e forma. Difficilmente in passato v’è stata così tanta radiosità entro un genere così oltranzista e scarsamente incline ai compromessi. C’è aria di rinnovamento, e con orgoglio i Musmahhu possono farne parte. Tornando al disco, non posso non segnalare la lenta agonia dei primi minuti della titletrack, quale esempio del bilanciamento tra brutalità e razionalità, dove entità asimmetriche riescono a convivere degnamente entro queste mura. Il finale in crescendo è da gustarsi ad occhi chiusi. Il disco si conclude con quella Thirsting for Life’s Terminus che è tra le più intense del lotto, laddove una sensazione di epicità fluttua nell’aria. Il brano è altalenante, sfiora polarità estreme per mantenere costantemente la tensione, lasciando all’ascoltatore la curiosità di capire cosa possa accadere nei secondi successivi. Il finale ci accompagna lentamente all’uscita, l’oblio nel buio e il silenzio torna ad urlare, finito lo strazio.
Certamente inaspettato, inatteso ma di certo sorprendente, quest’album probabilmente può già essere considerato una delle uscite più interessanti del 2019. Aspettando i grandi nomi -in uscita nei prossimi mesi- non si può fare altro che compiacersi e sorridere a questa nuova realtà, che, tra le molteplici sul mercato, riesce a spiccare tanto in qualità quanto in intenti. Non incline a difetti, Reign of the Odious è ancora leggermente acerbo per quanto concerne alcuni piccoli aspetti compositivi. Il platter presenta difatti una certa dose di autoreferenzialità, a volte percepita nella non ampia scelta stilistica. Sebbene ciò porti ad avere alcuni passaggi ripetitivi, non sposta di una virgola la ferma convinzione di avere di fronte un’opera di alto valore. Tale full-length è la prima pietra di questo nuovo anno, che speriamo possa essere di buon auspicio. Musmahhu, förbaskat!



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
64 su 4 voti [ VOTA]
df800
Venerdì 15 Febbraio 2019, 9.02.32
4
un polpettone prolisso e abbastana noioso. 60 massimo in quanto comunque è ben suonato. personalita abbastanza vicina allo zero.
God of Emptiness
Mercoledì 6 Febbraio 2019, 23.32.20
3
Davvero un album.notevole. una bella sorpresa. Voto 85
Alessio
Domenica 3 Febbraio 2019, 15.20.22
2
Preso dopo aver letto nel web recensioni entusiastiche, onestamente non mi ha detto nulla. Ma comunque ci riproverò....
lisablack
Domenica 3 Febbraio 2019, 13.42.13
1
Interessante..non li conosco e meno male che ci sono queste recensioni, scopro nuove band, mi pare che qui c'è tutto quello che fa per me..
INFORMAZIONI
2019
Iron Bonehead Production
Death / Black
Tracklist
1. Apocalyptic Brigade of Forbidden
2. Musmahhu, Rise
3. Slaughter of the Seraphim
4. Burning Winds of Purgatory (Mellanspel)
5. Reign of the Odious
6. Spectral Congregation of Anguish
7. Thirsting for Life's Terminus
Line Up
Liktpredikaren (Voce)
Swartadauþuz (Chitarra, Basso, Tastiera)

Musicisti Ospiti:
Kevin Paradis (Batteria)
 
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