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Numidia - Numidia
04/02/2019
( 586 letture )
Mar Mediterraneo… Europa, Africa, Asia: lì, dove lambita dalle sue acque azzurre, è fiorita la civiltà occidentale. Rispolverando antiche reminiscenze scolastiche (e previa conferma a seguito di consultazione di due enciclopedie libere online), nel cuore di questo corridoio commerciale e culturale, ai tempi dell’Impero romano, si trovava la Numidia, una provincia dell’Africa nord-occidentale compresa, secondo fonti storiche, fra Mauretania (porzione dell’odierno Marocco) e Cartagine (nell’odierna Tunisia), oggi parte dell’area del Maghreb e corrispondente all’attuale Algeria nord-orientale. Con questa breve premessa di natura extra-musicale, ma quantomai utile per comprendere la semantica dell’album oggetto di recensione e i generi in cui esso spazia, ci accingiamo a presentare i Numidia e il loro debutto omonimo sulle lunghe distanze. Sicuramente tutta questa fascinazione del Mediterraneo da parte dei Nostri potrà trarre in inganno, sin dal monicker scelto. Brani come Türkü e Azawad potrebbero far scattare suggestioni -errate- più che comprensibili sulla loro provenienza. Scorrendo col dito verso il basso o verso destra su di un’ipotetica mappa, si potrebbe optare per il Maghreb, in qualità di loro terra natia. O perché no, si potrebbero immaginare i Numidia come cinque giovani turchi che guardano con occhi romantici ad altre coste musulmane del Mediterraneo, quelle che separano Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto dai confini iberici, italici e greci. Niente di più sbagliato. I Numidia non solo non sono europei, ma nemmeno bazzicano per il nostro emisfero, perché provengono dall’assolata e multiculturale Sydney e nonostante questa enorme distanza geografica (e tutto ciò che ne consegue), già da questo primo full-length sono riusciti a colmare favolosamente bene il gap che "ci" separa, sancendo di fatto un inaspettato primo highlight di questo 2019 per coloro che delle barriere non vogliono saperne.

I Numidia fanno dell’eclettismo la loro arma vincente. Il lavoro, fortemente imbevuto della più raffinata psichedelia di stampo gilmouriano e del folk mediorientale, consiste in un errare catartico fra luoghi immaginari ed esotici, immortali nel loro essere stereotipi; un errare fra gli stessi luoghi che di fronte all’ondata di violenza che imperversa quotidianamente sui media paiono affondare, ma solo in apparenza, dinnanzi agli occhi di un lettore occidentale poco propenso ad andare oltre le testate giornalistiche di routine o le pagine online raggiungibili con pochi click. Fortunatamente, si tratta di una generalizzazione superficiale, ma che infanga ciò che c’è di buono in queste culture e lo splendore di questi paesi, che il gruppo ripropone con classe e raffinatezza. Ai Numidia, in ogni caso, (e men che meno a noi) non interessa orientare politicamente questi estatici quaranta minuti. Mano alla musica e mano alla sabbia, ma non quella rovente, non quella ruvida e fastidiosa, anche se i Nostri non ci esenteranno da alcuni graffi tipicamente desert rock. Immaginiamocela più soffice e tiepida, fatta scorrere tra le dita e poi raccolta ancora, mentre si sta sotto l’ombra di un palma. Ed è come osservando questo movimento ciclico, quasi con un senso d’inettitudine interiore, che dobbiamo immaginarcelo, Numidia. Prima, però, di affondare nelle distese sahariane, l’opera e i Numidia non si dimenticano di un’altra fondamentale enclave musulmana: la Turchia. E decidono di omaggiarla fin da subito con Türkü, una cover-riscaldamento della Türkü del cosiddetto "Jimi Hendrix di Turchia" Erkin Coray, suite contenuta nel capolavoro Elektronik Türküler del 1973. Il minutaggio del brano originale viene dimezzato e si viene avvolti da un riffing ipnotico quanto efficace, in cui gli strumenti cordofoni ricreano subito una ouverture perfetta in bilico fra folk mediorientale e heavy psych contemporaneo, dotata di alcuni momenti introspettivi sul finale, volti ad anticipare la prima portata principale dell’opera, che è l’introspezione fattasi brano, ovvero Azawad. Gemma di sei minuti, è suddivisa in tre piccoli micro-segmenti: dapprima si palesano atmosfere rarefatte dove forte è l’ascendente di David Gilmour. Tutto tace, nulla si muove. È il tempo che cessa di scorrere nell’Azawad, nel nord del Mali, fra Sahara e Sahel, barriera naturale che precede l’Africa tropicale. D’un tratto, il drumming tribale di Nathan McMahon tesse un tappeto appena percettibile, sulle cui trame si intrecciano voci soavi e altre chitarre sensuali. Nel terzo e ultimo segmento si assapora l’anima settantiana della band, che dona vigore al brano, chiosando perfettamente. A A Million Martyrs spetta il fardello di succedere a un capolavoro d’eclettismo. Nei nove minuti si nota ancora una psichedelia ancorata alla tradizione floydiana, che imperterrita continua a disegnare con le sue armonie distese deserte, selvatiche, dove si scorgono di tanto in tanto dromedari e Tuareg. Si respira un senso di libertà, si è lontani dalla frenesia cittadina per metà del brano. Un passaggio noise oriented nella seconda metà anticipa un balzo hard/stoner zeppeliniano che pare scaraventarci nel nostro amatissimo occidente. Libertà è libertà, ma casa è casa. Con la title-track si cancella questa parvenza di suoni per noi forse scontati; in Numidia, seppur stilizzando un po’ i motivi musicali di questa macroarea, i Nostri ricreano un buon brano orientato verso lo stoner, partendo da un meraviglioso riff, ma sviluppando il brano su alcuni passaggi leggermente abusati. La robustezza di Numidia è comunque utile a far da contraltare alla successiva suite psych/prog, Red Hymn. Lenti arpeggi ipnotici e guizzi crunch dipingono l’ennesimo quadro d’altri tempi, dalle sfumature crepuscolari, per poi evolvere in un sontuoso assolo elettrificato che occupa sostanzialmente un terzo del brano, dedicato a coloro che nella centralità della chitarra rock ci credono ancora. Cesella questo grande disco un brano che, dalle coste australiane, culturalmente e non geograficamente parlando, si concede un sguardo verso occidente, anziché verso oriente. La South Island neozelandese, che in lingua maori è Te Waka, comincia con un incipit parente stretto di una Wish You Were e prosegue fra i cori protagonisti di Drapner, Linfoot e Zoias e ad altre incursioni blueseggianti, rompendo un incantesimo stilistico, ma cominciandone di fatto un altro con esiti più che positivi.

Concludere con un proverbiale "buona la prima" pare alquanto scontato e riduttivo. Rock? Sì, ad ampio raggio; per palati esigenti, per palati in cerca di qualcosa di diverso (e non fuori dai canoni), ma soprattutto per menti sognanti. È l’erg che chiama, sono le carovane beduine all’orizzonte che scorrono via, il berbero conservatore che ci osserva sospettoso, i profumi dei suq che ci inebriano. Benvenuti in Numidia, nei suoi colori e nel suo resistere al tempo che passa: se non esistesse, andrebbe creata. Ma per fortuna Madre Natura ha già pensato di farlo tempo addietro, e i Numidia, nelle vesti di artisti, ce la consegnano nella sua illibatezza. Massimo supporto a questa stella che ha cominciato a splendere sopra i cieli dei due emisferi.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
94.66 su 3 voti [ VOTA]
gianmarco
Lunedì 4 Febbraio 2019, 21.06.18
2
interessanti a leggere , tra opeth , orphaned land .
Red Rainbow
Lunedì 4 Febbraio 2019, 18.16.20
1
Caldamente consigliato da Giacomo un mesetto fa, mi ha convinto fin dal primo ascolto, ottimo album davvero, con tutti i crismi della sacra tradizione floydiana senza mai scimmiottare i Maestri... Circoletto rosso su A Million Martyrs, favolosa! 😉
INFORMAZIONI
2019
Nasoni Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Türkü
2. Azawad
3. A Million Martyrs
4. Numidia
5. Red Hymn
6. Te Waka
Line Up
James Drapner (Chitarra, Voce)
Shane Linfoot (Chitarra Voce)
Mike Zoias (Chitarra, Voce)
Alex Raffaelli (Basso, Tastiere, Organo Hammond)
Nathan McMahon (Batteria)
 
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