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Helevorn - Aamamata
05/02/2019
( 1910 letture )
Ponte, via di comunicazione, confine, campo di battaglia, luogo di quotidiane fatiche ma anche di sfide lanciate all’ignoto a nome e per conto di una specie intera non rassegnata ad accettare colonne d’Ercole che ne intralcino fosse anche per divina disposizione l’irresistibile ascesa verso l’onnipotenza…. Volendo azzardare un tentativo di ricostruire storicamente la percezione del Mar Mediterraneo agli occhi dei popoli che ne hanno abitato le sponde, si potrebbero riempire pagine intere di suggestioni e citazioni, oggi confinate per lo più nelle polverose pagine che tormentano generazioni di studenti ma che sono magari inconsapevole eppure comunque significativa parte del patrimonio culturale indelebilmente inscritto nel nostro DNA. Da Gibilterra alla Colchide, sui miliardi di onde che nei secoli hanno increspato l’antico regno di Poseidone, si sono guadagnati ammirazione e un passaporto per l’eternità navigatori solitari come Ulisse e scampoli di popoli raminghi reduci da una disastrosa sconfitta ma attesi da un futuro radioso che ne avrebbe autorizzato gli eredi a ribattezzare come “Nostrum” l’intero mare.
Fuori dal mito, però, il Mediterraneo ha sempre oscillato tra la dimensione “culla di civiltà” e quella di autostrada comodamente spianata per feroci avventurieri, in una sorta di galleria di Gollum ante litteram che nascerebbero ciclicamente per attentare ai tesori faticosamente accumulati sulle rive dai popoli laboriosi e meritevoli. Dagli Hyksos ai Turchi, passando per i Saraceni e i Vichinghi, l’elenco delle minacce in arrivo dal mare è sempre stato opportunamente aggiornato e appena possibile incrementato, ovviamente a rigorosa cura di chi ha avuto la ventura di nascere (e restare seduto) sul piatto vincente della bilancia della Storia.
E il Terzo Millennio, a dimostrazione che nell’eterna sfida tra circolarità e progresso lineare dell’evoluzione Vico aveva probabilmente ragione e gli Illuministi molto torto, ha scelto di fornire una versione opportunamente aggiornata e corretta dell’eroica difesa del “noi” tremante di fronte alle orde dei moderni saccheggiatori, apparsi ancora una volta a oscurare la vista di un orizzonte che avevamo imparato a considerare come rassicurante elemento del paesaggio. Ed eccoli, allora, a bordo di novelli drakkar in cui la fatiscenza ha preso il posto dell’eleganza e dell’imponenza, i temibili predoni del ventunesimo secolo, protagonisti di un’epopea che difficilmente troverà cantori pronti a celebrarne i fasti mentre un intero continente recita quotidianamente la propria professione di indifferenza, elaborando finanche dotte dissertazioni che tengano lontano anche solo il rischio, di un sussulto morale.
Come spesso capita di fronte alle grandi tragedie, tocca allora agli artisti il compito di presentare la realtà per quello che è, sollevando lo sguardo al di sopra delle stucchevoli polemiche politiche per puntarlo direttamente sul cuore del problema e la verità è che oggi il Mar Mediterraneo (sì, proprio quello che ci fa mobilitare – meritoriamente, beninteso - per salvare le tartarughine alla schiusa delle uova o gli ultimi esemplari di foca monaca o il cetaceo di turno che si arena agonizzante) si è trasformato in un gigantesco moloch che reclama ogni giorno il suo tributo di vite umane.

A questo mare-cimitero, che raccoglie spoglie destinate oltretutto a restare anonime, gli Helevorn hanno scelto di dedicare il quarto full-length di una carriera che celebra in questo 2019 un ventennale dalla prolificità non troppo pronunciata ma caratterizzato in ogni passaggio da una spettacolare crescita qualitativa. Ancora acerbi in Fragments e troppo citazionisti in Forthcoming Displeasures, i ragazzi delle Baleari hanno spiccato il volo cinque anni fa con l’ottimo Compassion Forlorn, al punto da spingerci a pronosticare, in calce a quella recensione, un futuro dai solidi contorni grazie a un potenziale finalmente espresso con convinzione. Il titolo del platter (che rimanda ai canti funebri melanesiani), l’artwork della cover (con citazione d’obbligo per l’autore, Gonzalo Aeneas) e le immagini del video rilasciato a supporto del singolo di anteprima Blackened Waves avevano già abbondantemente chiarito la forza e la drammaticità del messaggio che avrebbe fatto da sfondo a questo Aamamata e il resto della tracklist ne potenzia ulteriormente l’impatto, consegnandoci un lavoro ad altissimo tasso emozionale ad integrare un versante musicale che lambisce praticamente in ogni dettaglio le soglie dell’impeccabilità.
Il terreno d’elezione dell’aratro Helevorn è sempre un gothic depurato da qualsivoglia velleità symphonic e incardinato su strutture di marca Paradise Lost e Katatonia, ma va detto che, rispetto alle origini, la band ha progressivamente arricchito la tavolozza dei colori imbarcando consistenti suggestioni doom e, in misura minore, melodic death, generando quello sfumare di confini tra generi che è quasi sempre humus fertile per la nascita dei capolavori. A combinare magistralmente il tutto provvede una “sensibilità” melodica fuori dal comune (sempre rigorosamente spesa per conferire alle tracce un retrogusto malinconico/crepuscolare e mai come grimaldello per spalancare le porte dell’easy listening) e una grande cura per il flusso narrativo dei brani, che finiscono per allestire una dolente cerimonia intorno al tema centrale della disperazione e del dolore.
Incastonate alla perfezione in un quadro generale già così sontuosamente apprestato, le eccellenti prove dei singoli potenziano ulteriormente l’effetto complessivo, con le sei corde di Morales e Vizcaìno che non indulgono mai al riff/cammeo fine a se stesso ma puntano piuttosto all’intreccio permanente con la muscolarità sprigionata dalla sezione ritmica (interessante la prova alle pelli di Xavi Gil, che quando serve sa sfoderare un tiro quasi black, perfetto per controbilanciare le spinte alla magniloquenza) e le tastiere di Enrique Sierra che, mai ridondanti e tantomeno invadenti ma sempre imprescindibili per la resa finale, dispensano un’autentica lezione di gothic d’autore. E poi ovviamente c’è lui, Josep Brunet, protagonista di una delle prove più monumentali regalate da un singer in ambito metal negli ultimi anni. Ineccepibilmente appuntito e abrasivo nello scream di scuola melodic death, in un “giusto mezzo” tutt’altro che anonimo quando affronta le profondità del growl, il vocalist spagnolo si supera quando imbraccia l’arma del clean, maneggiato con attitudine quasi teatrale e con un’ampiezza di soluzioni che trasferisce il cantato ben oltre la proverbiale dimensione dello “strumento” in più: qui c’è tutta un’orchestra che si aggiunge all’intreccio degli strumenti e scatena una tempesta di emozioni e commozione che lascia letteralmente senza fiato.

Otto episodi per poco meno di un’ora complessiva di ascolto, Aamamata si avvia sulle note della seconda anteprima rilasciata dalla band, A Sail to Sanity e i Nostri partono subito con una delle perle del lotto, disegnando un autentico arcobaleno che dall’avvio melodic death porta al gothic scatenando una sorta di distacco di stadi successivi, dal ritornello illanguidito da Brunet in modalità grunge a un riuscitissimo corpo centrale in cui Sierra accenna addirittura escursioni space. Non contenti di un’opener già più che abbondantemente evocativa, gli Helevorn si arrampicano ancora più in alto sulla scala dell’eccellenza con la successiva Goodbye, Hope, dove una strepitosamente struggente base malinconica incontra suggestioni epiche e trasforma in un dolore quasi fisico la desolata constatazione contenuta nel messaggio del titolo. E’ quindi il turno della già citata Blackened Waves, che non molla la presa dell’intensità spaziando dall’andamento orientaleggiante delle strofe al recitato del pre-chorus, per approdare a un ritornello tanto potabile quanto indimenticabilmente drammatico. E’ tempo di un parziale rallentamento del ritmo con Aurora, dove le spinte verso oriente si rafforzano da un lato con il ricorso a baglamas e bouzouki (strumenti greci a corde dal nobile e antico lignaggio, affidati qui alle mani di Jaume Compte) e dall’altro ai gorgheggi arabeggianti di Julia Colom.
Ed è bene segnarselo in agenda, il nome della Colom, perché toccherà proprio alla sua ipnotica voce chiudere la traccia più emozionante del viaggio, Nostrum Mare (Et Deixo un Pont de Mar Blava) . Otto ospiti per otto lingue, dal maltese all’ebraico, dall’italiano allo spagnolo, chiamati a declinare una poesia dell’autore catalano Miquel Martí i Pol di cui ci permettiamo di caldeggiare vivamente la lettura, tenendo in sottofondo questi incredibili sette minuti di opera corale. Si rientra in più canonici perimetri gothic/doom con Once upon a War, ma più che l’ombra dei maestri Draconian (pure tutt’altro che pallida, soprattutto nei passaggi dove dominano scream e growl), tocca a Gregor Mackintosh e al resto della banda di Halifax fornire la pietra di paragone più immediata. Il richiamo ai Draconian è peraltro inevitabile nel caso di The Path to Puya, dove il capitolo ospiti si arricchisce del contributo della vocalist del combo di Saffle, Heike Langhans, assolutamente a suo agio nel compito di eterea ricamatrice di arabeschi vocali intrisi di malinconica tristezza. Se poi, come in questo caso, nel brano si materializza il miglior assolo dell’album, non fatichiamo a immaginare un grande futuro per questi nove minuti, nelle classifiche dei devoti del genere.
Il gran finale è affidato a un canto gregoriano tradizionale del decimo secolo, di origine francese ma divenuto patrimonio identitario della cultura catalana e ancora oggi (a dispetto di un’antica condanna del Concilio di Trento per la sua origine pagana) recitato in chiave liturgica nelle chiese delle Baleari in occasione della messa di mezzanotte che apre le celebrazioni natalizie. Il tema di La Sibil-la è quello del Giudizio Universale, ma dimentichiamoci la grandiosità degli impatti visivi michelangioleschi, qui ad andare in scena è il mito della profetessa inascoltata, che assurge a simbolo di un’umanità che nella tragedia dei disperati lasciati morire in mare nell’indifferenza sta per presentarsi all’appuntamento col proprio destino con il cuore vuoto… e le mani sporche di sangue.

Un tema di scottante attualità trattato a chilometri di distanza dalle miserabili contese che riempiono quotidianamente le pagine della cronaca, un richiamo alla condivisione per le sorti di popoli che la Geografia continua ostinatamente a riunire sotto lo stesso cielo e a far lambire dalle stesse acque nonostante la Storia insista a predicarne la divisione in insignificanti (e purtroppo sempre più egoisti) frammenti, Aamamata è un album che unisce all’ambizione dell’ispirazione una veste musicale semplicemente favolosa, meritandosi fin dal primo ascolto la qualifica di capolavoro. Ce ne vorrà, e davvero molto, per strappare agli Helevorn la corona d’alloro per il miglior album del 2019.




VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
89.75 su 4 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Sabato 16 Febbraio 2019, 12.51.39
30
philvia / "utentessa sissy" commento 17...ahah ma non era riferito a te ma in generale, tu sei una dark lady? Tu sei una thrash lady. Aspettandomi al varco a quella tarda ora...ma allora, mi pensi, ahah. Io non parlo mai dietro alle spalle, ci tenevo a precisarlo, ma dovresti saperlo chi parla alle spalle in privato parlando male su di altri, senza cognizione di causa ed è quello essenzialmente parlare "alle spalle"...pensaci bene chi lo fa.... Per il fatto delle "dark lady" è la verità, il gothic vero e proprio non sanno neanche quale sia...impensabile poi se non si parte dalle basi e le si tralascia, ogni genere ha i suoi fondatori e co-fondatori... inutile parlare di goth e dark se non si ha mai ascoltato i Cure, e poi andando avanti nel metal essenzialmente Anathema (i primi), Katatonia (i primi), etc..Paradise Lost..ma su di questi ultimi secondo me per dire..se non si è nelle corde di queste sonorità gothic/doom molte volte con mescolanze death metal melodico, sarebbe anche inutile parlare di Paradise Lost allora. I movimenti mi spiace per @teschioTheSkull, esistono sempre, anche nei momenti meno fulgidi, altrimenti si dovrebbe cambiare genere come qual volta soffia il vento, invece no, questo è un genere serio e non come il grunge scherzi a parte, si parlerà sempre di gothic doom anche fra mille anni quando nessuno se lo calcolerà ed è anche meglio così. Stessa cosa per altri generi per pochi
ObscureSolstice
Sabato 16 Febbraio 2019, 11.40.10
29
The Path to Puya, yeah
gianmarco
Giovedì 14 Febbraio 2019, 13.13.03
28
da katatoniano verace non posso che apprezzarli .
GothicCaotic
Mercoledì 13 Febbraio 2019, 3.57.26
27
Carina la prima metà, meno ispirata la seconda, da apprezzare i cantati femminili e la presenza di Heike dei Draconian nel penultimo brano; a seguito di vari ascolti l'album risulta valido ma non eccelso. 80
Silvia
Mercoledì 13 Febbraio 2019, 1.36.15
26
Ciao @Inflames69 - nick stupendo ovviamente 😁 - sì guarda alla fine dopo che l'hai scritto x un paio di volte nel sito mi son sentita in dovere di raccoglierla questa provocazione, hahaha! Scherzo però se è vero che il numero dei commenti porta in evidenza la recensione (e quindi l'album) è anche vero che spesso lievitano a dismisura solo x le discussioni (costruttive o meno) che nascono .../// Una parola sugli Harakiri, sono impegnativi, non mi sorprende che li conosciamo in pochi anche se stanno aumentando la fanbase e poi secondo me l'etichetta black che viene data ad Arson nelle recensioni italiane (almeno quelle che ho letto io) è fuorviante e magari allontana dall'ascolto chi lo apprezzerebbe di più. Inoltre va macinato tanto, io stessa ancora non l'ho ascoltato ben bene come merita, certi pezzi sono da brivido! 😉 /// Ok ora vi lascio a questo album che mi sembra dividervi in entusiasti e non convinti
Inflames69
Martedì 12 Febbraio 2019, 22.51.34
25
@silvia:la mia era una provocazione a quanto pare anche ben raccolta, per cercare di far muovere le dita di noi metallari anche su dischi di gran valore che non sono stati scritti da gruppi particolarmente noti o famosi. Chiaro che ognuno ha poi i suoi generi preferiti, ma ciò non toglie che mi fa molto più piacere che un disco di questi spagnoli misconosciuti abbia aperto un bel tavolo di discussione con più commenti di qanti me ne aspettassi, piuttosto che leggerne su un album oggettivamente npn memorabile come l'ultimo dei WT. Ci sono un sacco di gruppi poco noti straordinari in giro basta A tal proposito. Ad esempio non c'entrano con il genere degli helevorn, ma chi ha ascoltato ARSON deic "semplicemente straordinari" harakiri for the Sky? a mio modestissimo parere il vero masterpiece del 2018 ma in quanti conosciamo questo gruppo che praticamente non si fila nessuno!!!??? Ciao Silvia alla prossima😉
Unpostoalsole
Martedì 12 Febbraio 2019, 14.52.14
24
90/100 si da solo a quei lavori che nn puoi fare a meno di sentite e risentire ....ti svegli e via a manetta...entri in macchina e via a paletti..senza entrare nel merito del genere..questo lavoro lo ascolti e poi ti chiedi? aspetta che lo rimetto..ma dopo il secondo ascolto...via nel dimenticatoio...e di muovo con STILL LIFE !!!
d.r.i.
Martedì 12 Febbraio 2019, 12.27.21
23
Ascoltato, buon disco ma lungi dal meritarsi un 90. non credo sia uno di quei dischi che verranno riascoltati negli anni a venire, solo a questi personalmente assegno voti alti.
SOM
Martedì 12 Febbraio 2019, 11.21.58
22
a me sembra una continua lagna.....
SkullBeneathTheSkin
Martedì 12 Febbraio 2019, 10.16.30
21
@ITRON: (sembra una marca di televisori, più che un nick) ho pensato qualcosa di simile al tuo #19 ma senza ombra di dubbio il contesto storico oggi è molto diverso, i Paradise Lost sono stati fra gli alfieri di un filone/movimento che oggi imho non esiste più o comunque ha meno da dire/dare rispetto ad una volta. Ripeto che cmq il disco è bello, gli darei un voto prossimo all'80, solo penso che definirlo album dell'anno, per giunta a febbraio, è un pochino esagerato. I capolavori travalicano il genere e mietono proseliti, questo è un gran bel disco per gli amanti del genere, gli altri non verranno disturbati dall'ascolto ma non lo ascolteranno due volte.... ma poi -cazzo- è febbraio... disco dell'estate no?
SkullBeneathTheSkin
Martedì 12 Febbraio 2019, 10.16.28
20
@ITRON: (sembra una marca di televisori, più che un nick) ho pensato qualcosa di simile al tuo #19 ma senza ombra di dubbio il contesto storico oggi è molto diverso, i Paradise Lost sono stati fra gli alfieri di un filone/movimento che oggi imho non esiste più o comunque ha meno da dire/dare rispetto ad una volta. Ripeto che cmq il disco è bello, gli darei un voto prossimo all'80, solo penso che definirlo album dell'anno, per giunta a febbraio, è un pochino esagerato. I capolavori travalicano il genere e mietono proseliti, questo è un gran bel disco per gli amanti del genere, gli altri non verranno disturbati dall'ascolto ma non lo ascolteranno due volte.... ma poi -cazzo- è febbraio... disco dell'estate no?
ITRON
Martedì 12 Febbraio 2019, 8.44.38
19
Scusate ma se questo vale 90 gli ultimi 2 dei PARADISE LOST VALGONO 180..solo per citare un esempio
Silvia
Martedì 12 Febbraio 2019, 3.34.46
18
@inflames69, il numero dei commenti non sempre è indicativo. Es. io non amo il doom quindi leggo le recensioni giusto x informazione o perche’ magari mi piace lo stile ricco di sfumature dei recensori ma non mi soffermo a specificare cio’ che non rientra nei miei gusti. Comunque solita ottima recensione di Gabriele, scusate l’intromissione ☺️
Silvia
Martedì 12 Febbraio 2019, 3.20.56
17
Qua di finto ci sono solo le tue illazioni, di vero (e costante, spesso “alle spalle”) il tuo non resistere a sparlare di altri utenti (riferito a chi ha scritto il #16, chiaro)
ObscureSolstice
Martedì 12 Febbraio 2019, 3.06.36
16
Splendido. Un altro ascolto ci sta, é volato, più che doveroso l'ennesima volta di fila. Guarda te che cosa esce fuori dagli anfratti piú profondi dalle isole baleari di palma di majorca...quasi impensabile. Voti 90 solo ad album storici? Na, ne ho viste diverse che non lo sono. Il sesto senso di Zolfo mi pare sia giusto, la qualità c'è tutta. Ripasso...ci vogliono attenzioni in queste lande desolate melancholic, per adesso il livello é alto. @1: hai ragione, ma non temere, le dark lady (finte) qui non ci arrivano, dove non c'è nome di spicco
VOLVO
Lunedì 11 Febbraio 2019, 17.24.54
15
Palloso, noioso e monotono fino ad essere stucchevole.. 4 Riff 3 Cori e 2 Arpeggi a caxxo e cosa vedo? 90 per quests cakata! Nn c’e’ + religione
SkullBeneathTheSkin
Lunedì 11 Febbraio 2019, 14.12.54
14
niente da fare, ho provato ad ascoltarlo convinto dalla recensione ed anche dal commento #12 di@Awake... ma non posso che confermare che il doom non far per me il disco è bello e ben suonato, ma lo trovo di una noia mortale come (quasi) tutto il doom... la premessa è d'obbligo perché poi non sono così bolso da non sentire pezzi/passaggi molto validi... però ci andrei piano con il "capolavoro" perché a tratti si perde nel suo non-essere. Album dell'anno mi pare esagerato
gamba.
Sabato 9 Febbraio 2019, 15.22.09
13
ho ascoltato, per ora distrattamente, fidandomi del recensore, ed effettivamente c'è tanta qualità, mantiene alto il livello di attenzione, non li conoscevo quindi ringrazio!
Awake
Sabato 9 Febbraio 2019, 14.03.38
12
Peccato per la voce, ci sono dei bei colpi. Molto bella Blackened Waves.
Alessio
Sabato 9 Febbraio 2019, 13.37.58
11
Finalmente ho avuto un po' di tempo per ascoltarlo. Davvero bello, ed effettivamente l'eco dei Maestri di Halifax ( chiaramente i PL erano più plumbei) si sente eccome, soprattutto nel suono della chitarra...90 io lo lascerei per i disconi storici nel genere. Ma rimane il fatto che sia un gran bel disco. Bravi a proporlo.
ado
Venerdì 8 Febbraio 2019, 13.48.26
10
E' veramente un discreto album.
ado
Venerdì 8 Febbraio 2019, 13.48.10
9
E' veramente un discreto album.
Nattleite
Venerdì 8 Febbraio 2019, 12.01.30
8
@Michele: tranquillo, non penso tu sia il solo, nel mio dialetto d'origine vi è un'assonanza molto simile allo stesso insulto Goditi l'album in ogni caso, è un capolavoro!
Semola13
Venerdì 8 Febbraio 2019, 10.15.28
7
Ho dato un primo, frettoloso ascolto, ma questo album è stupendo. Spesso mi faccio influenzare dalla recensione, ma in questo caso l'autore non ha minimamente esagerato: ogni singola traccia è un capolavoro. Ci terrei a sottolineare la scelta del tema: spesso ciò che manca agli artisti di oggi (non solo metal) è il coinvolgimento, l'autenticità; ciò non manca certo in quest'album. Complimenti. P.s. bellissima recensione, rende giustizia all'album.
Michele
Venerdì 8 Febbraio 2019, 8.28.21
6
Scusate, non metto in dubbio il valore del disco, che nemmeno ho ascoltato, ma il titolo sembra un insulto salentino XD
M.V.F.
Mercoledì 6 Febbraio 2019, 18.00.42
5
"Compassion Forlorn" era un capolavoro, questo devo ancora assimilarlo bene (ho l' impressione che sia molto meno immediato rispetto al succitato precedente) ma direi che son riusciti a bissare i risultati di qualche anno fa. Bravi, bravissimi davvero!
Halo
Mercoledì 6 Febbraio 2019, 12.49.22
4
non li conosco e non sono un amante del gothic, ma la recensione mi ha incuriosito parecchio. Darò un ascolto
Graziano
Mercoledì 6 Febbraio 2019, 10.25.03
3
Dopo aver letto questa splendida recensione ho rotto gli indugi e ordinato. 3 commenti per lo meno ci sono...
No Fun
Mercoledì 6 Febbraio 2019, 0.31.40
2
Non conosco la band ma conosco i miei gusti e, come a volte mi succede, (e non mi sono mai pentito) me lo compro perché la recensione mi ha convinto.
inflames69
Martedì 5 Febbraio 2019, 23.35.23
1
Per il nuovo annacquato e superfluo lavoro dei WITHIN TEMPTATION sprechi di commenti (inclusi i miei)!!. Vediamo quanti avranno da scrivere su questo MOSTRUOSO disco sospeso tra i migliori Paradise Lost e Draconian. Concordo con il recensore: il primo capolavoro del 2019 è questo.
INFORMAZIONI
2019
BadMoodMan Music
Gothic / Doom
Tracklist
1. A Sail to Sanity
2. Goodbye, Hope
3. Blackened Waves
4. Aurora
5. Forgotten Fields
6. Nostrum Mare (Et Deixo un Pont de Mar Blava)
7. Once upon a War
8. The Path to Puya
9. La Sibil-la
Line Up
Josep Brunet (Voce)
Samuel Morales (Chitarre)
Sandro Vizcaino (Chitarre)
Enrique Sierra (Tastiere)
Guillem Calderon (Basso)
Xavi Gil (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Heike Langhans (Voce in traccia 8)
 
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