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Kansas - Point of Know Return
09/02/2019
( 981 letture )
Cosa c’è di meglio dopo un album che venderà quattro milioni di copie che pubblicarne un altro capace di fare altrettanto, bissando non solo il successo, ma anche l’altissima qualità compositiva ed esecutiva? In effetti sarebbe l’obbiettivo di molti, ma la verità è che in pochissimi sono stati capaci di questi exploit: i Kansas sono tra questi. Dopo aver pubblicato un album di qualità eccelsa come Leftoverture, contenente quella Carry On Wayward Son che ancora oggi viene ricordata come uno dei singoli di più grande impatto della scena prog rock settantiana, il gruppo si ritrovò ancora una volta nello studio in mezzo alle paludi della Louisiana chiamato non a caso “Studio in the Country” e ne uscì con un altro capolavoro, che sfondò nuovamente le classifiche americane, trasformando la band in una vera e propria leggenda del Rock. Detto così sembra tutto facile ma, in effetti, le cose non furono proprio così lisce, almeno stando ai fatti: non è un segreto che Steve Walsh, strepitoso cantante/tastierista/compositore, fosse in pieno trip egocentrico e che fosse ben più che tentato dalla carriera solista, tanto da uscire effettivamente dal gruppo proprio a metà delle registrazioni. Fortunatamente, qualcosa lo richiamò indietro e così oggi abbiamo un ulteriore meraviglioso album composto da quella che comunque da lì a poco sarebbe diventata la formazione "storica" dei Kansas, dato che l’uscita di Walsh di fatto arriverà nel 1980. La momentanea "fuitina" risulta ulteriormente estemporanea, alla luce del fatto che a differenza di quanto accaduto per Leftoverture, il contributo del cantante sarà tutt’altro che secondario e la sua firma risulterà invece in tutti i brani di Point of Know Return, anche in solitaria.

Anche a livello strumentale e di coesione interna risulta difficile credere che ci fossero tensioni all’interno del gruppo e il livello di interplay tra i musicisti è davvero magnifico, forse addirittura siamo ad un livello anche superiore al precedente album, mentre le scelte compositive mantennero un indirizzo piuttosto similare. E’ chiaro a tutti infatti che i due dischi siano tra loro strettamente collegati e stilisticamente ci troviamo quindi sempre alle prese con un classico prog rock settantiano, fortemente debitore della scena inglese e di band come Gentle Giant e Genesis in primis, ma innervato da robuste iniezioni di rock e fortemente orientato verso il nascente AOR, con una vaga quanto costante e sempre percepibile aura western e country, data in primis dal background musicale del violinista, corista e cantante Robby Steinhardt. I brani tendono sempre più ad asciugarsi sia nelle strutture che nella durata e, di conseguenza, troviamo solo due tracce che superino i cinque minuti, mentre le altre sono tutte abbondantemente sotto. Come detto, però, questo non si traduce in un abbandono della matrice prog che resta invece primaria e contribuisce ad elevare a dismisura il valore e lo spessore delle composizioni. In questo senso, il vero punto di non ritorno del disco sarà proprio costituito dal singolo e clamoroso successo radiofonico Dust in the Wind: brano a tutt’oggi più famoso tra quelli rilasciati dai Kansas, si tratta però di una netta cesura rispetto allo stile del gruppo, con il suo approccio pop/folk. La ballata è struggente, immortale nella sua semplicità, col giro di chitarra che era in pratica un esercizio che Kerry Livgren aveva creato per sviluppare la propria tecnica in fingerpicking e che la moglie aveva insistito perché venisse proposto anche agli altri. La canzone raggiungerà la terza posizione della classifica Billboard e trascinerà in alto le vendite del disco, il quale arriverà quell’anno alla posizione numero quattro: un risultato incredibile per un gruppo prog rock americano. Ma Point of Know Return non è solo il “disco di Dust in the Wind” e anzi ascoltato tutto di seguito è difficile che sia proprio quella traccia a risaltare in mezzo alle altre. Già la titletrack che apre il disco col suo riff di tastiera e lo strepitoso refrain, costituisce infatti un must assoluto per i fan del gruppo e non solo. L’incredibile voce di Walsh e lo straordinario contributo del violino di Steinhardt fanno il resto, senza dimenticare la grandiosa sezione ritmica di Hope ed Ehart, due musicisti troppo poco menzionati nell’economia della band e che invece costituiscono una coppia notevolissima per feeling e potenza. Paradox alza il livello della componente prog, con il suo intro intrecciato di tastiera/organo e violino, lasciando poi a Walsh il proscenio per una esplosione vocale che fa letteralmente venire i brividi e finalmente anche Livgren riesce a dire la sua in fase solista. Il baffuto chitarrista resta in questa prima parte infatti più in disparte, ma avrà modo di dimostrare come l’affiatamento con l’altro chitarrista Rich Williams costituisca uno dei valori aggiunti del gruppo. Spider, pur nella sua brevità, è l’esaltazione prog del disco e lo sfogo per tutto il talento strumentale della band, proprio a partire dal compositore Steve Walsh. Il finale tronco apre al riff di basso di Portrait (He Knew). Terzo singolo dell’album, questa meravigliosa canzone rappresenta una delle perle assolute di Point of Know Return: in poco più di quattro minuti infatti i Kansas svariano tra rock e prog con una classe eccelsa e la perfezione melodica della strofa e del refrain sono solo la ciliegina sulla ricca torta di un intreccio strumentale da cardiopalma, che raggiungerà il suo climax nelle prolungate versioni dal vivo, vera palestra per i soli degli strumentisti e di Steinhardt in primis. Da riscoprire assolutamente, anche per il curioso testo, che parla di Albert Einstein o addirittura di Gesù Cristo nella versione da solista di Livgren. Closet Chronicles riprende il classico stile prog del gruppo, tanto che potrebbe senza fatica essere presa per una delle tracce di Leftoverture, cosa questa che vale per tutto il disco. Si tratta di una delle tracce più lunghe e infatti contiene una parte strumentale centrale piuttosto complessa, poi comunque ricondotta al solito da Walsh ad una melodia preponderante e indimenticabile. La Side B dell’album è invece quasi totalmente dominata dalle composizioni di Livgren e si nota di conseguenza una maggior preponderanza della chitarra, con un taglio più orientato al rock delle omologhe composizioni di Walsh. Altra curiosità è costituita dal fatto che tre canzoni su cinque sono cantante da Robby Steinhardt, a partire proprio da Lightning’s Hand, divertente canzone che prende spunto da un evento drammatico che riguardò proprio il violinista durante uno show, quando un effetto di luce sul palco rischiò di fulminarlo sul posto. E’ la prima traccia a contenere un vero e proprio assolo di chitarra prolungato ed è anche una delle più sostenute. Il contrasto con Dust in the Wind non potrebbe essere più forte: la dolcezza della canzone resta come detto struggente a distanza di oltre quarant’anni, come la riflessione in essa contenuta. Qua di prog non c’è quasi traccia e non sono gli interventi degli archi a fare la differenza in tal senso, ma un capolavoro resta tale a prescindere dal genere e questa splendida melodia di chitarra e voce lo è senza dubbio. Si torna subito su atmosfere più rockeggianti con Sparks of the Tempest, che anzi nella strofa si apre ad influenze funky piuttosto marcate e piacevoli e libera ancora l’estro solista di Livgren. Nobody's Home è un gioiellino di atmosfere malinconiche e intrecci piano/violino condite dalla classica enfasi barocca ed epica tipica dei Kansas. Chiude il disco Hopeless Humans, brano che supera i sette minuti e che, rispetto alla Magnus Opus contenuta in Leftoverture, contiene delle parti cantate che confermano comunque l’andamento di Point of Know Return verso un indirizzo più orientato alla forma canzone. Il risultato è pregevole e chiude in maniera più che degna l’album, pur risultando paradossalmente forse la composizione meno interessante tra quelle presenti.

Il risultato delle vendite di Point of Know Return fu tale che per il tour i Kansas poterono permettersi il lusso di suonare nelle arene di tutto il Paese, ottenendo sold out ovunque e realizzare di conseguenza il loro live album, Two for the Show, che uscirà nel 1978, a chiusura di tre anni a dir poco strepitosi. Sicuramente avere in formazione due compositori in pieno stato di grazia come Walsh e Livgren e un gruppo affiatato e composto da musicisti di livello stellare, con Steinhardt a comporre un elemento di imprevedibilità che permetteva di variare non solo lo stile dei brani, ma anche le parti cantate, costituiva per i Kansas un valore aggiunto notevolissimo. L’evoluzione della band fu comunque piuttosto lineare e per niente affrettata: se si considera l’anno di uscita di questo Point of Know Return, infatti, in piena esplosione della furia punk, si comprende come un album di questa natura potesse in realtà risultare del tutto fuori tempo, come stava avvenendo per i dischi dei capostipiti inglesi e italiani del genere. La componente hard rock e AOR fu quella che di fatto permise invece ai Kansas di cogliere i propri più grandi successi senza dover snaturare il proprio sound, che rimase ancorato alle proprie radici. Point of Know Return fa quindi coppia fissa con il precedente Leftoverture e, con quello, condivide l’apice del successo del gruppo statunitense e, probabilmente, anche quello compositivo, oltre ad avere una delle copertine più suggestive e significative dell’epoca. E’ il classico album da avere a qualunque costo, invecchiato anche a livello di produzione, ma godibile ieri come oggi e assolutamente inscindibile dalla definizione di capolavoro.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
95.8 su 5 voti [ VOTA]
Ayreon
Lunedì 11 Febbraio 2019, 17.51.51
19
Dei Kansas bisognerebbe averli tutti,io consiglio anche"audio vision"e del periodo aor con Elefante"drasticamente measures"e"vinil confession".
progster78
Lunedì 11 Febbraio 2019, 16.17.54
18
Insieme a Leftoverture il mio disco preferito,Title track e Dust In The Wind straconosciute e stupende. Voto 90
Enrico
Lunedì 11 Febbraio 2019, 15.29.45
17
Capolavoro senza tempo.
Hard N' Heavy
Lunedì 11 Febbraio 2019, 12.29.51
16
Grazie Baglioni, accetto anche altri consigli e commenti sul periodo AOR dei Kansas grazie a tutti.
Lizard
Domenica 10 Febbraio 2019, 14.19.13
15
Claudio Baglioni: puoi togliere il maiuscolo, gentilmente?
CLAUDIO BAGLIONI
Domenica 10 Febbraio 2019, 13.35.51
14
CAPOLAVORI ERA AOR DEI KANSAS: AUDIO-VISIONS (RELENTLESS, HOLD ON, BACK DOOR, DON'T OPEN YUOR EYES, COURTAIN OF IRON) VINYL IN CONFESSIONS DRASTIC MEASURES POWER IN THE SPIRIT OF THINGS FREAKS OF NATURE
Hard N' Heavy
Domenica 10 Febbraio 2019, 13.25.27
13
mi consigliate i capolavori dell'era AOR dei KANSAS? Quali sono? Grazie.
Barry
Domenica 10 Febbraio 2019, 9.57.48
12
Deve essere ancora sconvolto per la vittoria di Mahmood
Lizard
Domenica 10 Febbraio 2019, 9.53.37
11
Direi che se togliessi il caps lock sarebbe cosa buona e giusta
CLAUDIO BAGLIONI
Domenica 10 Febbraio 2019, 0.47.44
10
ALBUM DISCRETO,MA INFERIORE AL CAPOLAVORO ASSOLUTO CHE È THE MASQUE,INGIUSTAMENTE DIMENTICATO! INOLTRE ANCHE GLI ALBUM CON JOHN ELEFANTE (VINYL IN CONFESSION E DRASTIC MEASURE) SONO MOLTO BELLI,E DA RISCOPRIRE SONO ASSOLUTAMENTE IL TRITTICO DISUMANO POWER IN THE SPIRIT OF THINGS E FREAKS OF NATURE
kukkozia
Sabato 9 Febbraio 2019, 22.45.46
9
Mi unisco al coro dei commenti entusiastici su questo album, nei 10 brani proposti non c'è né uno solo di livello men che ottimo, per cui il mio voto concorda con quello del recensore. La cover potrebbe piacere molto ai sedicenti "terrapiattisti"...
RALPH
Sabato 9 Febbraio 2019, 21.48.32
8
Band incredibile ... !!!
duke
Sabato 9 Febbraio 2019, 21.25.03
7
....sicuramente piu' del 90.....
InvictuSteele
Sabato 9 Febbraio 2019, 15.43.08
6
Uno dei migliori album prog, o artrock, di sempre. Di che parliamo! Voto 90
Rob Fleming
Sabato 9 Febbraio 2019, 14.17.28
5
Album che è probabilmente il loro vertice assoluto. Troppo facile menzionare Dust in the wind una ballata che è un capolavoro immortale, ma altrettanto bellissime sono Portrait e la title track. Mi piace ricordare, però, Hopelessly Human ove i musicisti tradiscono tutte le loro influenze, dal rock alla classica. Gruppo e disco strepitosi (PS: non riesco a votare, avrei messo 95)
marmar
Sabato 9 Febbraio 2019, 13.54.51
4
Basterebbe "Dust in the wind" per classificare quest'album come capolavoro, ma poi c'è molto altro, sempre a livelli altissimi. Che dire, adoro i Kansas e Steve Walsh è uno dei miei cantanti/artisti preferiti, quando li ho visti live mi è scesa una lacrima, ricordo indelebile, band semplicemente stratosferica.
Jo-lunch
Sabato 9 Febbraio 2019, 13.36.55
3
Unici e inimitabili. Band senza tempo.
ayreon
Sabato 9 Febbraio 2019, 13.14.34
2
io gli avrei dato ben più di 90 , qui si va nel pantheon non solo delp prog ma anche di quello che sarà il prog metal ,chi non ha questo disco a casa non si deve neanche svegliare alla mattina che già la sua è una giornata persa.
nonchalance
Sabato 9 Febbraio 2019, 12.18.30
1
Praticamente d'accordo su tutto: io, a volte, faccio davvero fatica a scegliere il migliore tra questo e il precedente. Magari non sono più quelli dei precedenti..ma, la qualità qui è proprio strabordante!
INFORMAZIONI
1977
Kirschner/CBS
Prog Rock
Tracklist
1. Point of Know Return
2. Paradox
3. The Spider
4. Portrait (He Knew)
5. Closet Chronicles
6. Lightning’s Hand
7. Dust in the Wind
8. Sparks of the Tempest
9. Nobody’s Home
10. Hopeless Humans
Line Up
Steve Walsh (Voce, Organo, Sintetizzatori, Vibrafono, Piano, Cori, Percussioni)
Kerry Livgren (Chitarra elettrica, Chitarra Acustica, Sintetizzatori, Piano, Clavinet, Percussioni)
Rich Williams (Chitarra elettrica, Chitarra acustica)
Robby Steinhardt (Violino, Viola, Voce su tracce 5, 6, 8 e 10, Cori)
Dave Hope (Basso)
Phil Ehart (Batteria, Timpani, Campane, Percussioni)
 
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