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Myrath - Hope
23/02/2019
( 728 letture )
Once, while I was walking, I saw an angel down on earth
Taking my fears away, he sang some song from heaven
Love, nothing but love, can break this spell of loneliness
He told me his story, so cruel but not so far
Faith is there inside you, now and forever
I'll be there beside you, here and wherever


2006. Ez-Zahra, cittadina costiera poco distante da Tunisi.
Un giovane gruppo chiamato Xtasy, partito come cover band dei Symphony X, rompe i confini della propria nazione e rimedia un contratto discografico (prima band tunisina a riuscire nell'impresa, se si considera il solo ambiente metal). Tale grande passo rende tuttavia necessaria una variazione del monicker. Se da un lato, difatti, la label intendeva evitare associazioni con qualsivoglia sostanza stupefacente, dall’altro vi era il desiderio di palesare a colpo d’occhio le origini nordafricane dei Nostri. Nascono così ufficialmente i Myrath (“speranza” in arabo) e ad appena un anno di distanza, ecco materializzarsi, in patria e fuori, il loro primo lavoro: Hope.

Un album progressive metal proveniente dalla Tunisia: si tratta di per sé di una combinazione destinata a suscitare curiosità. Non dobbiamo tuttavia ritenere che si tratti di un amalgama aprioristicamente efficace, anche perché risulta facile -in contesti del genere- lasciarsi distrarre dalla provenienza geografica e finire involontariamente in quel corto-circuito mentale che ci porta a pensare più ad un fenomeno da baraccone che alla band vera e propria. A scongiurare il rischio ci sono, fortunatamente, le capacità esecutive e artistiche dei quattro membri della combo: non ce n'è uno che non abbia frequentato per anni il conservatorio e non padroneggi a fondo la tecnica e l'arte dell'arrangiamento. La giovane età dei musicisti influisce nella misura in cui, dalle note di Hope, emerge un amore enorme per la scena progressive americana, e su tutti i Symphony X (ma non solo). Quindi: quattro ragazzi molto preparati, una forte influenza dei loro idoli e un background culturale piuttosto esotico ma altrettanto forte ed importante: quale prevarrà?
Anticipiamo la risposta: i loro idoli.

Hope è un platter progressive metal che non ha nulla da invidiare, qualitativamente parlando, ai lavori delle band americane che lo ispirano. Malek Ben Arbia, con la sua sei corde, si dimostra il fulcro attorno al quale gravita il grosso degli arrangiamenti: passa dal costruire ritmiche aggressive in palm muting (Hope), a lenti assoli di matrice rock (Confession), passando per svisate neoclassiche (All My Fears), dolci passaggi di chitarra acustica (Last Breath) e combinazioni di acustico e clean (con annesso wah-wah), che escono fuori in momenti impensati dei brani (My Inner War costituisce forse la composizione più propriamente prog del lotto). Il focus è indubbiamente su Malek, poiché è lui a tratteggiare i lineamenti delle tracce, che sono qui più prog che mai nel vero senso che il termine reca con sé. Non è mai intuibile un pattern definito (elemento che invece emergerà maggiormente nei dischi successivi della band, che saranno più blandi in tal senso) e i cambi di atmosfera sono così repentini e ben riusciti da apparire quasi casuali. La sezione ritmica è da urlo.
Dietro le pelli Saif Ouhibi sfrutta il drumkit in tutta la sua estensione, costruendo passaggi articolati e tirando fuori filler sempre complessi ed articolati, utilizzando in maniera eguale piatti e fusti. Regge accelerazioni aggressive ed improvvise (Confession) e accompagna in modo delicato le parti più lente (My Inner War, con un uso dell'hi-hat da manuale). Il tutto senza mai strafare o impiegare tecniche fini a sé stesse. Al basso Anis Jouini si dimostra uno dei musicisti più abili della scena metal con il sei corde, arrangiando linee di una complessità enorme e facendo un uso ampio di qualsiasi tecnica un bassista possa usare in un frangente del genere. Livelli tecnici da solista (My Inner War) e capacità di relazionarsi con chitarra e batteria con una naturalezza disarmante. Dialoga alla pari, non come subordinato. Considerando che l'ingresso di Zaher Zorgat avvenne solo con il successivo Desert Call, il comparto vocale è qui affidato al tastierista Elyes Bouchoucha.
Una scelta provvisoria, in attesa di trovare un vero cantante, direte voi. Niente di più sbagliato:
Elyes, pur non avendo la tecnica rifinita di Zaher, è un “piccolo Russel Allen”, con un'estensione notevole, controllo sulle note più basse e la capacità di raggiungere quelle più acute, che tendono a “scappargli” di più. Si tratta tuttavia di piccoli difetti mascherati da un effetto sporcato con cui spesso arricchisce la sua interpretazione, anche se anche in clean completo riesce a dimostrare una certa abilità (Confession). La sua prova alle tastiere è variegata quasi quanto quella di Malek alla chitarra: pianoforte classico, momenti quasi jazz, archi più standard, rarissimi violini mediorientali, assoli (spesso intrecciati con la chitarra) dove riesce a far emergere leggermente l'influenza mediorientale con un uso sapiente del bending. Non c'è ancora un uso dello strumento votato alla componente etnica come ci sarà nei dischi successivi, ma, prendendo Hope per quello che voleva essere, la sua risulta essere una prova estremamente completa.

La produzione dell'opera prima dei Myrath è estremamente curata, soprattutto per un esordio. C'è però un motivo: i tunisini sono arrivati ad Hope dopo anni di carriera con l'altro moniker e questo è -de facto- il loro primo album realizzato in un'ottica professionale. C'è la guida del produttore francese Kévin Codfert, già tastierista degli Adagio, che ha seguito tutte le fasi di realizzazione, dall'incisione al mixaggio.
Il risultato è un ensemble pulito, dove ogni singolo strumento emerge dal mix in modo definito e tranchant. Nessuno prevale sull'altro ed è possibile cogliere ogni nota anche nei momenti più concitati. Il lavoro certosino in fase di mixaggio ha in un certo senso "patinato", ma l'effetto non ricorda minimamente le produzioni più "plasticose". A voler trovare il pelo nell'uovo si sarebbe forse potuta lasciare qualche dinamica in più al drumkit di Saif (il sospetto è che sia stata registrata con un mix di microfoni e trigger) e curare maggiormente il suono del pianoforte di Elyes (povertà di armoniche), ma si tratta veramente di questioni di lana caprina.
Ci sono band che ucciderebbero perché il loro primo lavoro suoni così.

Hope è dunque un disco di alto livello.
Mostra le infinite potenzialità di una band che -pur ancora priva dell'ugola di Zaher Zorgati- riusciva come assoluto outsider a tirar fuori progressive metal di elevata fattura, pur provenendo da un paese senza tradizione in quella nicchia ristretta. Che sia merito degli studi in Francia dei singoli musicisti, che ci sia di mezzo l'amore per i grandi maestri del genere (i citati Symphony X), il quartetto di Tunisi in quel 2007 sfornò un lavoro che non dovrebbe mancare nella collezione di qualsiasi appassionato del genere. Il suo unico lato “negativo” è il non rappresentare appieno cosa saranno poi in futuro i Myrath.
Non per limiti tecnici (anzi, questo è forse uno dei loro dischi più articolati), ma per la ridotta implementazione di inserti e melodie che richiamino la tradizione tunisina e nord-africana in generale. Ci sono dei vaghi echi in tal senso, ma Hope potrebbe tranquillamente venir confuso come un -grande- disco della scena progressive a stelle e strisce. Bisognerà attendere i full-length successivi perché le influenze etniche dei Nostri si esplichino appieno, ma se, da un lato, il risultato che otterranno li porterà ad essere quasi un unicum nella loro porzione di mondo, da un altro ciò non è un buon motivo per ignorare il loro esordio e tutte i pregi che reca. Da ascoltare e, nel caso, recuperare.

All the time we spent together
I knew you were the perfect sinner
I believe there is no need to cry
I believe there is no need to hide
So please don’t go
Please don’t go
Please don’t go



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
87.5 su 2 voti [ VOTA]
SkullBeneathTheSkin
Lunedì 25 Febbraio 2019, 14.13.45
7
A parte il trascurabile (secondo me) extazy, da qui si comincia a menare la sabbia! Grandissimo esordio. E' evidente come quanto i franco-tunisini faranno in seguito sia diverso, meno evidente il perché un album del genere non possa essere replicato (pensateci bene, vale anche per i DT che solo una volta hanno provato the gallery-bis ma sono stati abbastanza furbi da non provarci una terza volta). Quanto hanno fatto dopo, pur in chiave rivisitata, è anche meglio e ad oggi restano unici. Mi sbilancio, sono il gruppo che più ho apprezzato negli ultimi 10 anni... mi piace considerarli come "la voce del mediterraneo" e Ben Arbia è un musicista fenomenale. Ancora non li ho visti live ma non mancherò. Questa è una band da sostenere!
Aelfwine
Lunedì 25 Febbraio 2019, 13.36.21
6
Finalmente la review di quest'album, a parer mio ancora imbattuto nella loro carriera. Ottima recensione, che analizza e sviscera pienamente ciò che quest'album rappresenta. Vero ciò che dice il recensore riguardo al fatto che Hope non rappresenti il futuro dei tunisini, eppure io continuo a prediligere tali sonorità rispetto a quelle successive.
Tatore
Domenica 24 Febbraio 2019, 11.45.05
5
Oooops...il concerto era del 2016 ^ ^'
Tatore
Domenica 24 Febbraio 2019, 11.43.50
4
Album bellissimo per un gruppo che quando l'ho ascoltato per la prima volta mi ha sorpreso tantissimo. Visti dal vivo al concerto dei SX del 2015...fantastici!!!!
Hard N' Heavy
Sabato 23 Febbraio 2019, 18.55.10
3
per me questo album è un capolavoro del Prog Metal, 95 su 100.
tino
Sabato 23 Febbraio 2019, 18.31.51
2
Gruppo strepitoso che unisce melodie mediorientali a prog metal con risultati ottimi. Qua lo straordinario tastierista canta con uno stile molto simile ai Symphony x e il gruppo risulta molto derivativo, ora con zorgatti e uno stile più easy sono più maturi e scorrevoli. Ciò nonostante album ottimo e musicisti straordinari,
duke
Sabato 23 Febbraio 2019, 17.46.17
1
....band molto interessante.....in seguito con l'aggiunta di piu' ampi inserti di musica etnica saranno ancora ....piu' particolari ed unici....
INFORMAZIONI
2007
Brennus Music
Prog Metal
Tracklist
1. Intro
2. Confession
3. Hope
4. Last Breath
5. Seven Sins
6. Fade Away
7. All My Fears
8. My Inner War
Line Up
Elyes Bouchoucha (Voce, Tastiera)
Malek Ben Arbia (Chitarra)
Anis Jouini (Basso)
Saif Ouhibi (Batteria)
 
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