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Downfall of Gaia - Ethic of Radical Finitude
04/03/2019
( 705 letture )
Footprints from the past, slowly covered in dust
Scorching echoes and voices of a time gone by
Crippled and broken, lost along the way
Still dreaming or drowning
Tell me, what have I become?

A glimpse of light is burning my flesh
The innocent are cursed
We are marching into oblivion
Betrayed by infinity

The illusion of time, the illusion of being
Seduced by the grotesque.



Cosa sono diventato? Cosa siamo diventati? In chi o cosa stiamo mutando? Pochi quesiti, tante, troppe risposte. Tuttavia, trattasi di domande che continuano a non trovare risposta alcuna: vani tentativi di soluzione si dissolvono nel vuoto. Par quasi l’estrema conseguenza di quella “finitudine”, evocata sin dal bellissimo titolo del lavoro in esame, quel confine immaginario, tratto intrinseco in ognuno di noi -e che dovrebbe condurci ad uno stralcio di riflessione extra-musicale sull’opera in questione…
È con le parole di The Grotesque Illusion of Being, che siamo lieti di presentare all’interno di queste pagine i Downfall of Gaia, quartetto per tre/quarti tedesco, che con il suddetto Ethic of Radical Finitude inanella il quinto lavoro sulle lunghe distanze della propria carriera e strappa il biglietto del primo decennio d’attività discografica. Ed è con le parole di The Grotesque Illusion of Being che chi scrive si è sentito dannatamente appagato, fin dal primo giro di ascolti. Si è ritrovato, si è rivisto, è stato compreso. Da chi, non ha importanza alcuna, forse nemmeno per il sottoscritto. Ma è stato appagato, soprattutto, per la qualità dei brani offerta dai quattro musicisti, che, a conti fatti, è l’unica cosa che conta. “Sì, qualcuno ascolta i nostri pensieri”, questo mi son detto, e – di questo ne sono convinto - , altri confermeranno questa mia suggestione (realizzatasi in questi quaranta minuti secchi). Dati e date alla mano, vediamo la band muovere i primi passi nel sottobosco dell’underground tedesco fin dal lontano 2008, fra demo, EP ed altre uscite brevi. L’esordio lungo d’inediti, Epos (pubblicato per la nostrana Shove Records), esce allo scoccare degli anni ’10: un’era fa. Da lì in avanti Metal Blade Records si occuperà dell’uscita degli album successivi, compreso il neonato Ethic of Radical Finitude: Suffocating in the Swarm of Cranes (2012) chiude, parzialmente, una prima parte di carriera, poiché sarà l’ultimo lavoro che vedrà tra i ranghi uno dei membri fondatori, il batterista Johannes Stoltenburg. Il sostituto, un tale Michael Kadnar, newyorchese, entra dopo aver conosciuto i Downfall of Gaia mentre si trovava in tour con la propria band di allora, i post blacksters Black Table. L’oceano che li separa non pare essere un problema: nel 2014 vede la luce quella che forse è la loro miglior fatica discografica, Aeon Unveils the Throne of Decay, caratterizzata ancora da testi in tedesco, eccetto qualche spiraglio di cantato in inglese. Con Atrophy (2016) si apre ufficialmente il secondo corso dei Nostri: il tedesco viene quasi del tutto accantonato a favore dell’inglese, ma soprattutto è il primo lavoro che vede il chitarrista italiano Marco Mazzola in sostituzione della colonna portante che fu Peter Wolff, ma senza prendere parte al cantato.

Archiviato questo doveroso excursus biografico, lasciamo che sia Ethic of Radical Finitude a divenire il protagonista delle prossime righe. Questa quinta uscita d’inediti è un’uscita matura: matura perché i Nostri rimuovono ogni qualsivoglia incursione sludge/crust delle origini (perlomeno acusticamente) e introiettano nella loro “nuova” proposta soffici e delicati passaggi melodici, i quali dipingono paesaggi e sensazioni più che attuali, narrati da testi che si potrebbero etichettare, in un certo senso, decadenti. Mai come prima d’ora hanno predominato, nella proposta “post black” dei Downfall of Gaia, le varie tonalità del grigio: quando i brani sembrano affondare in una spirale nera, sopraggiungono improvvisi squarci candidi, bianchi segmenti posizionati qui e là nei vari brani, che danno vita a sei tasselli (cinque, se si esclude la prima strumentale) privi di luce vera e propria, piuttosto imbevuti nella rassegnazione più totale. Sembra risuonare come un’eco lontana la strumentale introduttiva Seduced by…, due minuti che valgono il prezzo del biglietto per un viaggio di sola andata in un mondo, il nostro, che collassa su sé stesso giorno dopo giorno. Ma sono la maestosa apertura delle chitarre di dos Reis/Mazzola e i blast beat forsennati quanto chirurgici di Kadnar ad aprire questo turbine e a fugare ogni dubbio sulla qualità dell’intero platter: in The Grotesque Illusion of Being predominano sfuriate violente e screaming lancinanti, alternati a frangenti strumentali atmospheric dall’alto tasso melancolico, sentitissimi, in un gioco sapiente che non offre pause, ma solo tensione e disperazione. A sottolineare ancora la nostra finitudine è il terzo gioiello, We Pursue the Serpent of Time: nove minuti modellati su intere sezioni di etereo tremolo picking, dapprima su toni bassi, e poi spostati su altri più alti, per poi approdare a soluzioni slow e introspettive, sostenute dal drumming variopinto del batterista statunitense. Altri elementi a favore del brano sono la voce in pulito che compare nella prima metà e la chiosa di pianoforte, conferenti entrambi una certa eleganza al tutto. “Tutto” avallato dal saggio pessimismo dei versi finali:

Suffocating by the grace of time
Starving by the hand that feeds
Bury me in the soil
The weight of life becomes my curse
Vestiges of the past
Vestiges of the fallen
Woe is me
In athrophy we will remain.


Superate più che agevolmente le prime tre canzoni, si viene dapprima avvolti dall’arpeggio di Guided Through a Starless Night e travolti dal tremolo picking delle asce farcite dagli ululati in sincrono di dos Reis / Lisovoj sulla scorta del materiale neurosisiano, ma modellati, per portare un esempio più “recente”, sullo stile di Jake Superchi, vocalist degli Uada. Si prosegue con le incursioni di chitarre dissonanti, che continuano a strizzare l’occhio alla melodia, e ad altre pause di riflessioni offerte da una voce femminile “fuori campo” presente nella traccia precedente. Altri nove minuti sono volati, e in un battibaleno volgiamo alla doppietta conclusiva. In As Our Bones Break to the Dance cala il minutaggio, ma non la qualità: la scena del riff portante e dei fraseggi limitrofi, macinati alla solita velocità e con la solita efficacia, viene rubata dall’intenso assolo, il cui incipit a 3.01 (e i bending che lo compongono…) sono un bel segnale sulle doti soliste dei due chitarristi. Con Of Withering Violet Leaves si ritorna all’inquietudine e alla desolazione spirituale evocata dai fasti iniziali: anche qui non si può non apprezzare il lavoro cristallino della coppia dos Reis/Mazzola, diafano rispetto alla corporatura che acquisisce il brano, mano a mano che trascorrono i secondi, seppur non riesca a stupire e a toccare come uno dei quattro brani posti in apertura.

Con Ethic of Radical Finitude i Downfall of Gaia pubblicano un album che sarà, senza dubbio alcuno, un avversario di prim’ordine per tutti coloro che viaggiano su questi binari acustici. Certo, i Nostri maturano ed evolvono il proprio, di sound, ma globalmente si aggrappano a soluzioni che non possono essere definite “innovative”, poiché le strutture dei brani sono prevedibili e ripetitive (onde evitare fraintendimenti traduciamo “prevedibili” e “ripetitive”: segmento veloce, segmento lento, segmento veloce, segmento lento e via dicendo). E forse, è proprio questa caratteristica a rendere questo lavoro un album post black accessibile, piuttosto facile e, mi sembra logico, riuscito: far volare quaranta minuti imbevuto di umori negativi non è una cosa da non considerare in sede di valutazione. Meglio percorrere strade sicure, calpestate in un decennio di carriera, piuttosto che affrontare un sentiero totalmente sconosciuto. I Downfall of Gaia hanno scelto, saggiamente, la prima via e hanno partorito un lavoro dove dubbi, quesiti e sensazioni del nostro tempo prendono vita come pallidi fantasmi pronti a divorarci. Provateci voi a renderla artistica, la nostra finitudine!



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
93 su 4 voti [ VOTA]
Pacino
Lunedì 4 Marzo 2019, 12.24.29
1
Grande band, forse non raggiunge i precedenti, ma è un nuovo (ma non troppo) Black Metal che mi piace. Voto 75
INFORMAZIONI
2019
Metal Blade Records
Black
Tracklist
1. Seduced by…
2. The Grotesque Illusion of Being
3. We Pursue the Serpent of Time
4. Guided Through a Starless Night
5. As Our Bones Break to the Dance
6. Of Withering Violet Leaves
Line Up
Dominik Goncalves dos Reis (Voce, Chitarra)
Marco Mazzola (Chitarra)
Anton Lisovoj (Voce, Basso)
Michael Kadnar (Batteria)
 
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