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Chrome Division - One Last Ride
06/03/2019
( 652 letture )
This is where our story begins
The doomsday riders return from the wastelands
For one last ride….


L’avventura dei Chrome Division giunge dunque all’uscita definitiva, l’ultima. Come infatti dichiarato dalla band è arrivato il momento di chiudere il cerchio pubblicando il quinto album della propria storia, dopo quindi anni di esistenza e poi lasciare semplicemente che sia il tempo a far cadere la propria polvere. Tutto questo, comunque, non prima di aver messo giù altre undici tracce che vadano a regalare un ultimo scalciante saluto, per questo gruppo che può essere a ragione definito sia un side project che una band vera e propria. Formati infatti nel 2004 da Shagrath e Stian Arnesen, come divertissement al di fuori degli orari di prova e registrazione dei Dimmu Borgir, i Chrome Division hanno poi trovato una loro stabilità, arrivando appunto a pubblicare quattro album con cadenze più o meno regolari. Quello che divide One Last Ride dall’ultimo uscito Infernal Rock Eternal è in effetti il lasso di tempo più ampio fin qui registrato tra un’uscita e l’altra. Dalle dichiarazioni rilasciate in fase di uscita, non c’è un vero e proprio motivo per questo, se non gli impegni nelle formazioni principali di ciascuno dei componenti. In effetti, pare che addirittura ci fossero due ore e mezza di musica registrata, alla quale Shagrath e Mr. Damage hanno dato forma definitiva, riducendo poi la durata complessiva dell’album ad una quarantina di minuti. Una lunghezza più che ragionevole considerando il tenore del disco in questione e la musica in esso contenuta.

Come da tradizione di casa, infatti, inutile attendersi particolari novità o grandi slanci di originalità: i Chrome Division non nascono per questo e non hanno alcuna velleità che vada oltre il divertimento per se stessi e per l’ascoltatore. Il rischio semmai, come ha fatto notare qualche critico, è che questo divertimento fosse molto più tangibile per il gruppo che per chi comprasse i loro album. Un rilievo sostanzialmente corretto, seppur severo nei confronti di una formazione che non fa mistero di essere secondaria rispetto agli impegni di Shagrath con i Dimmu Borgir e di non avere in fondo altra pretesa che suonare un hard rock cafone e rumoroso, tra Motorhead, AC/DC, Black Label Society, Spiritual Beggars etc. Per l’ultima uscita la band vede il ritorno dietro il microfono del cantante originale Eddie Guz, il quale riprende il posto che era stato in precedenza occupato da Shady Blue. Il suo vocione sgraziato e dal timbro caldo resta comunque un tratto che ben si adatta alle atmosfere del gruppo, andando nuovamente ad integrarsi con naturalezza nel contesto musicale di One Last Ride. Il concept espresso nella citazione che apre il disco offre l’occasione per scherzare un po’ col tema western, che viene integrato nelle parti acustiche delle chitarre e offre più di qualche spunto nel corso dell’album. Altra sorpresa è la partecipazione di una ospite, la cantante Misssela: la sua voce soul si adatta in maniera perfetta alla canzone Walk Away in Shame e il duetto con Eddie Guz si rivela una delle cose più interessanti del disco, visto il risultato finale. Difficile trovare un vero punto debole comunque, non fosse per l’evidente aria di già sentito che aleggia ovunque. Il livello di professionismo è al solito molto alto e in particolare le parti soliste confermano che si scherza gran poco da queste parti. Purtroppo, manca anche qualcosa che allontani la sensazione del disco di maniera, professionale e fatto alla grande, ma se vogliamo piuttosto fine a se stesso e tutto sommato inutile. In ogni caso, tracce come Back in Town fanno rockeggiare alla grande e il sentore blues che emerge qua e là è tutt’altro che spiacevole. Certo pezzi come You Are Dead to Me, The Call e I’m on Fire Tonight hanno davvero poco da aggiungere alla storia dell’hard rock, ma come per quasi tutto il resto dell’album fanno il loro lavoro ed è probabile che dal vivo assumano tutt’altro spessore, che sia sul piccolo e sudato palco di un pub o sul megastage di un festival estivo. Sulla sparata This One Is Wild, che presenta anche qualche armonizzazione che definiremo “maideniana” per comodità, torna a farsi sentire Misssela e ancora una volta conferma che la sua partecipazione al disco è un vero valore aggiunto. Qualche tentativo di costruire un brano più articolato arriva nella seconda parte del disco, con Staying Until the End, la titletrack e la conclusiva We Drink le quali, senza inventare comunque nulla, offrono qualche passaggio più ragionato e meno ancorato al solo riffing a motosega, lasciando maggior spazio agli intrecci di chitarra, purtroppo non sempre presentando refrain all'altezza. In particolare We Drink, per quanto in palese omaggio al duo Lemmy (per la musica) e Ronnie James Dio (per il titolo), sul chorus scarseggia davvero di incisività. Chiude Towards the Unknown la quale, nei suoi centodieci secondi di durata, è forse la cosa musicalmente più interessante di One Last Ride.

In sostanza, come da facili pronostici, il disco di chiusura della storia dei Chrome Division conferma in tutto e per tutto quello che è stato l’approccio scanzonato e affatto serioso tenuto fin dall’inizio. I quattro anni di attesa e l’uscita di scena di Shady Blue non hanno in alcun modo spostato l’ago della bilancia e le poche novità introdotte a livello di ispirazione servono più che altro a confermare le coordinate di base tipiche della band. Nel bene e nel male, questo è quello che i Chrome Division sono sempre stati ed evidentemente non hanno voluto cambiare proprio in chiusura. Forse avrebbe potuto essere grandioso uscire di scena con qualcosa di totalmente inaspettato o con un album tutto di collaborazioni, ma One Last Ride è “solo” il quinto album di una band coerente con se stessa fino all’ultimo. Chi li apprezzati fin qui, continuerà senz’altro a farlo. Chi non li conosce, può tranquillamente iniziare da qui senza timore di incappare in un album di qualità inferiore al resto o disomogeneo rispetto agli altri. Chi li ha fin qui considerati solo un inutile passatempo di musicisti affermati, può continuare a farlo senza per questo sbagliare totalmente il bersaglio. In sostanza, alla fine, tutti contenti.

Adiós, Chrome Division, so long.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
Metal Shock
Giovedì 7 Marzo 2019, 13.01.05
3
Mah, ascoltati più volte ma non mi hanno mai colpito più di tanto, non ne sentirò la mancanza.
Graziano
Giovedì 7 Marzo 2019, 12.55.31
2
Scusate, ma finiti i Motorhead (per ovvie ragioni) e loro smettono proprio ora? Forse aveva più senso proseguire la loro carriera e sfruttare il vuoto di Lemmy (non che sia colmabile).
Grezzo
Giovedì 7 Marzo 2019, 11.54.54
1
Disco grandioso e freschissimo! Graditissimo il ritorno di Eddie Guz, che per me è sempre stata la vera perla dei CD. Un vero peccato che si ritirino proprio adesso. Vi prego ripensateci. Non sono per niente d'accordo con la recensione (soprattutto col paragrafo finale)e con il voto. Per me è 80 pieno, perché i voti non si danno solo per l'originalità o l'innovazione, ma qui c è del gran songwriting, ritmo, tecnica e del gran gran feeling.
INFORMAZIONI
2018
Nuclear Blast
Heavy Rock
Tracklist
1. Return from the Wasteland
2. So Fragile
3. Walk Away in Shame
4. Back in Town
5. You Are Dead to Me
6. The Call
7. I'm on Fire Tonight
8. Staying Until the End
9. This One Is Wild
10. One Last Ride
11. We Drink
12. Towards the Unknown
Line Up
Eddie Guz (Voce)
Shagrath (Chitarra, Basso, Cori)
Mr Damage (Chitarra, Basso, Cori)
Tony White (Batteria, Cowbell, Percussioni)

Musicisti Ospiti
Misssela (Voce su tracce 3,9)
 
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