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SEPTICFLESH + KRISIUN + DIABOLICAL + XAON
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Queensryche - The Verdict
08/03/2019
( 2314 letture )
Prima Recensione di: Simone Radici "Nòesis"


Il 2019 si è aperto, in questi primi mesi, come meglio non potevamo desiderare rispetto a ciò di cui ci occupiamo in questa webzine. Le uscite di alto livello sono in consistente quantità, le ferventi attese degli affezionati ripagate con la stessa moneta dai propri beniamini, insomma una situazione artistica che si preannuncia ideale e di cui ci rallegriamo. Non fa eccezione il nuovo album di una delle band più importanti della storia dell’heavy metal, un gruppo in grado di unire come nessun'altro l’heavy e il progressive che ha spopolato durante gli anni Ottanta e Novanta, capace in questi ultimi anni di ricompattarsi ottimamente dopo l’abbandono del loro faro dietro al microfono. I Queensrÿche sono tornati e, a prescindere dal risultato, è un fatto positivo ritrovarli sempre più affiatati giunti al terzo LP dall’uscita di Geoff Tate. Ingaggiando Todd La Torre e puntando così sulla prosecuzione stilistica date le somiglianze vocali, gli statunitensi non hanno assolutamente sfigurato, al contrario dell’ex leader con i suoi Operation Mindcrime, tornando almeno parzialmente al sound atipico che caratterizzò i loro più grandi successi e parcheggiando a tempo indeterminato le velleità sperimentali che stavano prendendo il sopravvento prima della “rivoluzione” avvenuta nel 2012. The Verdict è il titolo, il verdetto che può essere inteso come ennesimo risultato della loro classe innata oppure, molto più probabilmente, ci si riferisce al verdetto presentato dal nostro mondo dopo anni e anni di ingiustizie e problematiche di vario tipo, tema da sempre caro ai Queensrÿche e ai loro fan. Di conseguenza troviamo la traccia d’apertura intenta a parlarci della guerra in Siria oppure Bent con i suoi rimandi, nascosti tra le linee, alle terre usurpate ai nativi americani e agli interessi finanziari che guidano le principali politiche a stelle e strisce, non mancando all’appello della denuncia sociale. Per quanto riguarda la produzione invece viene riconfermato al timone Chris Harris (per gli amici Zeuss), che già aveva operato con il convincente Condition Hüman e conosciuto per le molte collaborazioni di alto livello.

The Verdict prosegue sulla falsariga del suo predecessore con un importante concentrato di canzoni dirette, dai suoni moderni, orecchiabili, in pieno stile Queensrÿche. In questo verso la componente prog riecheggia in misura minore tra i solchi dell’album rispetto a numerosi esempi passati, pur facendosi ugualmente sentire in diversi passaggi, e viene data la precedenza all’abilità di creazione di riff pesanti e molto “in your face”. Per rendersi conto di ciò basta schiacciare il tasto play e venire catapultati nella dimensione che soggiace alle note del singolo Blood of the Levant, l’epitome della traccia heavy perfetta per questo periodo storico poiché al passo con i tempi e allo stesso tempo debitrice della scuola che i Queensrÿche stessi hanno contribuito a forgiare. Poco da scrivere riguardo ai musicisti all’opera che non si percepisca limpidamente da sé: Todd La Torre, che per l’occasione si è occupato di registrare anche le parti di batteria causa indisponibilità di Scott Rockenfield, possiede una sinuosità vocale abbinata a grande tecnica che lo rende irresistibile; la coppia di sei corde tesse con facilità trame a volte energiche e altre volte più riflessive e tendenti addirittura all’intimismo, come avviene in Light Years, stupenda composizione esempio dell’eclettismo del gruppo di Michael Wilton con un finale che strizza l’occhio ai Tool. Il basso di Eddie Jackson funge invece da ottimo supporto per il sound della band, riuscendo a ritagliarsi alcuni spazi da protagonista e dettando la linea compositiva generale. Nonostante l’esperienza macinata e quella che gli anglofoni chiamano legacy generata da diverso tempo nell’ambiente, i Queensrÿche non hanno mai smesso di contaminare il proprio suono, di prendere spunti a destra e a manca, soprattutto da complessi più giovani di loro. Ecco che dunque ad un attento ascolto di Propaganda Fashion i rimandi sembrano non finire ed unire assieme, chiaramente e oggettivamente, i Monster Magnet primo periodo, i Velvet Revolver di Contraband, i Soundgarden più “sognanti” (è di fatto una Searching with My Good Eye Closed al doppio della velocità) e gli Alice in Chains. Un’emozione unica trovare tante connessioni, avvalorata dal fatto che la qualità pare essere costante per tutta la durata del disco e sopravvive tranquillamente ai cambi stilistici. Sono stati estrapolati altri due singoli da The Verdict che espongono egregiamente le due anime della band, ovverosia quella ruspante e cattiva di Man the Machine e quella più elegante e contorta di Dark Reverie. Ciò che accomuna questi due idealtipi è la grande bellezza che scaturisce da tali note, bellezza che solo autentici fuoriclasse riescono a riprodurre su supporto sonoro. Menzioni obbligate vanno infine a Inner Unrest, efficace nel riportarci quasi ai fasti di Operation Mindcrime grazie ad una costruzione così perfetta da ricordarci la magnifica ratio artistica che fece la fortuna di quel disco, e a Inside Out, a metà strada tra cavalcata epica da eighties e sound alternative.

Per tirare le somme finali è doveroso parlare di un’ottima uscita discografica, praticamente esente da difetti, giacché i tre quarti d’ora scarsi rubati nell’ascolto scivolano via fin troppo in fretta e la voglia di un replay è assicurata. I recenti risultati del gruppo confermano sostanzialmente la bontà della decisione di separazione nei confronti di Geoff Tate, dal momento che si era arrivati senza dubbio ad un periodo di secca compositiva e di difficile mantenimento dei rapporti umani, situazione insostenibile per un decente prosieguo di carriera. The Verdict è garanzia di freschezza, professionismo, fedeltà verso i loro sostenitori e, potremmo aggiungere, manifesta superiorità rispetto alla stragrande maggioranza di rappresentanti heavy in circolazione. Mai come in questo caso vale il detto “gallina vecchia fa buon brodo”. Da non perdere per alcuna ragione.

VOTO Prima Recensione: 79



Seconda Recensione di: Gabriel "Fox" Galiano


Il tempo è detentore di un potere a dir poco unico e insoverchiabile. Con la stessa facilità può sia deteriorare qualsiasi cosa gli si ponga davanti, sia donargli lo scettro dell’eternità. Non pochi artisti si sono interfacciati con questa immensa maledizione, spesso sperimentando entrambe le facce della medaglia. Vedendosi consegnati lo scettro, cominciava infatti a gravare sulle loro spalle il peso della responsabilità, un fardello che imprimeva un timbro irremovibile su ogni opera successiva alla detentrice del trono eterno. Alcune volte non si tratta di un’opera sola ma di un intero ciclo di produzione artistica, altre di un semplice riff o assolo di pochi secondi; il tempo su questo non sa essere discriminatorio. Cosa succede dunque quando si immortala la propria effige in un eterno attimo? Come ci si deve comportare quando l’avvenire davanti a noi è da noi stessi plasmato? Sono domande che forse saranno nate più di una volta nella mente di artisti del calibro dei Queensrÿche. Dal 1981 -anno della fondazione- ad oggi la loro carriera sinusoidale è l’esemplificazione dell’effetto del tempo. Nell’arco di soli dieci anni (su una carriera che attualmente sfiora i quaranta) sono riusciti a scolpire il loro genio, la loro più profonda intimità in qualche "mera" ora di musica. Inutile citare i dischi che proprio in quel decennio che va dal 1984 al 1994 hanno consegnato loro questo maledetto ma elitario scettro dell’eternità, inutile descrivere le orribili conseguenze che ne sono derivate quando ogni singolo disco da quel momento in poi è stato condannato al paragone, all’invincibile confronto. Nonostante ciò, nel 2019 li ritroviamo ancora lì, insieme ai loro cugini Dream Theater, pronti a rifarsi carico di questa inevitabile condizione, pronti a sfidare nuovamente… il tempo.

Michael Wilton alla chitarra ed Eddie Jackson al basso sono istituzioni, statuari nella formazione da quel lontano The Warning ad oggi. Todd La Torre si ritrova nel suo terzo lavoro con la band di Seattle e Parker Lundgren compie i suoi dieci anni come chitarrista queensrÿchiano. Wilton ha definito The Verdict come un’opera frutto di un lavoro di gruppo encomiabile, di una band che si è riscoperta fresca di idee e di stimoli nonostante i decenni alle proprie spalle e quindi pronta a ricominciare come fosse la prima volta. Idee rintracciabili già nella primissima Blood of the Levant: inizio massiccio, ritornello decisamente apprezzabile e buona performance di La Torre (in particolare sulle tonalità più alte). Il lavoro alle pelli è ispirato, il rullante intona marce militari calzanti ad hoc con le liriche, popolate dal governo siriano, l’Isis e le varie fazioni schierate in questa complessa situazione che ormai ci accompagna nella nostra quotidiana insensatezza. Un’apertura discreta per questo singolo, il cui compito di aprire le danze dopo quasi quattro anni da Condition Hüman non risulta affatto rovinoso. Meglio però la successiva Man the Machine, anch’essa lodevole per il suo riff iniziale quadrato, pesante e arricchito dai virtuosismi solisti del guitarwork. Geoff Tate diventa sempre più un lontano ricordo, poiché Todd valorizza anche questo secondo brano con buoni spunti vocali. L’headbanging poi non è per niente trascurato, sfidando a muso duro la contrapposta parte conclusiva del brano, dai tratti decisamente più melodici. Light Years continua sulla falsariga delle precedenti canzoni e le cinque corde di Jackson riescono anche a ritagliarsi secondi di interessante autonomia, la batteria è chirurgica dall’inizio alla fine e l’assolo completa un guitarwork ragionato. Il primo tris dell’album è quindi una piacevole introduzione al nuovo lavoro dei Queensrÿche, le cui sonorità sono energiche al punto giusto e riescono ad apparire coerenti con l’impronta della band senza alcun déjà-vu di sorta.
Le tonalità arabeggianti abbracciano l’atmosfera erta dall’arpeggio di Inside Out, quarta traccia di The Verdict. Qui il furore lascia spazio alla rievocazione ambientale e il fardello passa all’immaginazione dell’ascoltatore; peccato per un bridge appena discreto e un ritornello abbastanza dimenticabile, obnubilati solo in parte dalla produzione e dall’intermezzo melodico tutto sommato riuscito a carico delle sei corde. I quattro minuti e mezzo del brano sono quindi privi di particolare mordente e sarà difficile saltare dalla sedia ascoltandolo ma l’incipit è interessante e il lavoro svolto comunque soddisfacente. La produzione inizia però ad accelerare troppo sull’effettistica, in particolare dalla quinta traccia sino alla conclusione del disco, appiattendo le tonalità vocali di La Torre e "plastificando" il sound, forse in preda a una forte esigenza di ritrovarsi al passo con i tempi. Nonostante ciò gli intrecci strumentali rendono comunque Propaganda Fashion decisamente godibile e la sua impronta rock saprà farsi apprezzare sia dai profani che dai fan di vecchia data. Buone le chitarre, ispirate nei loro labirinti prog e nei loro goliardici riff, e il ritornello realizzato ad hoc per essere cantato a squarciagola, grazie alla sua radiofonica orecchiabilità. Discorso simile per Dark Reverie che, noncurante della produzione sopraccitata, sa essere unica. La quiete iniziale dell’arpeggio orchestrato dai cordofoni di Wilton e Lundgren -ripetuto più volte come leitmotiv durante il brano- è solo un monito per l’esplosione incombente. Il ritornello è meraviglioso, l’assolo chitarristico incomincia come lavoro cooperativo dell’intera troupe per poi emanciparsi e puntare su di sé ogni riflettore, mentre le tastiere sono la ciliegina sulla torta di un pezzo davvero ben riuscito e oscuro, forse il migliore.

L’impegno politico e sociale nei testi dei Queensrÿche, come abbiamo visto sia in passato che all’interno dello stesso The Verdict, non è nulla di nuovo. L’originalità non è la qualità da attribuire alle loro idee o alle loro critiche, ma allo stesso tempo risulta sempre piacevole l’interesse verso determinate tematiche in un’arte così comunicativa come la musica, e il conseguente inserimento di liriche non fini a sé stesse innalza di fatto il livello realizzativo del disco. Bent ne è l’esempio: la devastazione dei nativi americani è il perno intorno al quale ruota l’intero pezzo; le influenze heavy si mischiano con intrecci prog e con la buona prestazione vocale, il tutto impreziosito da toni speranzosi pronti a dissolversi in un climax di drammaticità. Discrete Inner Unrest e Launder the Conscience, in cui le ormai tarate sonorità prog e heavy danzano in concomitanza con la sezione ritmica e sia assoli che ritornelli risultano piacevoli. Menzione d’onore al piano di Launder the Conscience, presente sia a metà che alla conclusione del pezzo. Il brano meno riuscito -ma non per questo insufficiente- è la ballata conclusiva, Portrait. Le sonorità stoner non risultano ispiratissime, così come il guitarwork e il ritornello all’interno del quale appare troppo invasiva la già citata plasticosità della post-produzione. Un brano che quindi non rapisce particolarmente, seppur privo di gravi lacune.

I lavori storici della band sono stati esentati da qualsivoglia menzione e rimarranno tabù non a caso, poiché il loro marchio e il loro scettro eterno risultano irremovibili. Parlare di The Verdict vuol dire quindi parlare di un album decisamente riuscito, forse il più riuscito della nuova discografia queensrÿchiana. Quasi quarant’anni compressi in idee nuove, energiche e cupe allo stesso tempo, talvolta difficili da accostare a musicisti di tale longevità e la cui esperienza è risultata fondamentale al fine di discostare l’album dai tanti altri presenti sul mercato. The Verdict è un disco dei Queensrÿche a tutti gli effetti, scalfito da una produzione troppo artificiale in alcuni punti e forse non sempre originalissimo sul piano compositivo, ma sa come accrescere nell’ascoltatore il desiderio di ripetuti e attenti ascolti. Lasciandosi quindi andare e abbandonandosi al sound di quest’opera difficilmente si rimarrà delusi, anche accettando che certe imprese non verranno ripetute. D’altronde se fosse possibile, esse rimarrebbero tali?

Visualize your dream
Record it in the present tense
Put it into a permanent form
If you persist in your efforts
You can achieve dream control
(Queensrÿche,"Silent Lucidity")


VOTO Seconda Recensione: 79



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
80 su 8 voti [ VOTA]
AL
Domenica 17 Marzo 2019, 23.06.45
30
Album decisamente riuscito. Molto piacevole e mai noioso. Sicuramente il migliore dai tempi d'oro. L'unico pezzo che mi convince meno è l'ultimo mentre ho rivalutato dark reverse che inizialmente non mi aveva convinto. Per me 78.
Daveg68
Sabato 16 Marzo 2019, 19.57.32
29
Gran bel disco!!
evil never dies
Venerdì 15 Marzo 2019, 15.26.58
28
Bel Disco !!!
CeccoProg
Mercoledì 13 Marzo 2019, 20.52.03
27
Ottimo disco, le prime 4 canzoni valgono da sole l'acquisto del cd. Ottima Bent e molto suggestiva la conclusiva Portrait. che a tratti mi ha ricordato le atmosfere di Promised Land. Miglior disco dei Queensryche dai tempi di Promised Land a mio parere, una piacevole sorpresa.
Metal Shock
Mercoledì 13 Marzo 2019, 12.14.33
26
Da grandissimo fan del gruppo dico: ma chi se ne frega di Tate!!! Ma che resti dov'è è faccia quel che gli pare. A me oggi i Ryche vanno bene così, non ho la minima nostalgia dello sputacchione che in questi anni di buono ha solo cantato un paio di canzoni negli Avantasia. E sinceramente cosa ci sentite degli AB in questo disco lo sapete solo voi, massimo viene citata una canzone e a me neanche sembra, per il resto è un buonissimo album di heavy metal....mah
Sadwings
Mercoledì 13 Marzo 2019, 11.56.14
25
Io non ho mai auspicato un ritorno alle origini perchè solitamente lo si fa quando si è alla frutta o non si ha più idee valide. Poi c è chi ha la capacità di saper scrivere ottime canzoni pur senza inventare nulla di nuovo, ma non è questo il caso. La caratteristica che ho sempre amato dei queensryche è stata quella di crearsi una propria idenità particolare ed unica a volte scegliendo strade meno popolari (io penso ad un disco come promise land dopo un album come empire). Per quanto attiene alle tre canzoni degli avantasia con tate, queste canzoni dimostrano che se tate si affianca a persone che lo sanno indirizzare o che sanno interpretare le sue idee con un buon songwriting , può ancora dare tanto con la sua voce e la sua interpretazione. Quindi mi auguro che questa esperienza gli faccia capire la direzione da intraprender.(
tino
Mercoledì 13 Marzo 2019, 11.52.58
24
, il primo del nuovo corso era abbastanza ordinario confrontato con condition human che è veramente ben riuscito e pieno di pezzi memorabili
AntonioS
Mercoledì 13 Marzo 2019, 10.11.34
23
Io ho accolto con entusiasmo il nuovo corso, La Torre è bravissimo e i precedenti due dischi erano ottimi dischi metal. Alla luce di quanto scritto prima quindi, per me, questo nuovo "The Virdict" è una grandissima delusione. Tre pezzi più che buoni in una mare di mediocrità e la voglia di riprendere parzialmente le influenze alternative che non hanno portato loro molta fortuna. A me sembra di sentire dei ragazzini che scimmiottano Alter Bridge, uscendo, dal confronto con gli "originali", con le ossa rotte. Voto 50
P2K!
Mercoledì 13 Marzo 2019, 7.28.11
22
Certo però è strana la vita, e lo dico da devoto di Geoff Tate. All'epoca del periodo alternative senza De Garmo, quasi tutti a criticare la scelta stilistica presa (o imposta). Poi quando ci fu la rottura con Tate quasi tutti a dire che la band meritava di rinascere auspicando un ritorno alle origini, e a incensare La Torre crocifiggendo Tate. Oggi leggo molti dire che senza Tate non sono i Queensryche. Nonostante poi abbiano fatto uscire dischi di buona fattura , facciano live molto coinvolgenti, mentre Tate da solo in studio ha preso delle cantonate orripilanti, ad eccezione di soli tre brani degli Avantasia dove li si è limitato a interpretare. Penso che si stia palesando la stessa situazione degli Helloween con Daris, dove la nostalgia per la voce cristallina di Kiske aveva in buona parte ofuscafo i meriti di Deris. Penso quindi chd il desiderio di sentire Tate tornare a cantare bei brani targati Queensryche sia molto alto, tanto che tutto il buon lavoro svolto da Todd non basta
Diego75
Mercoledì 13 Marzo 2019, 1.55.55
21
No Tate...no party!....senza di lui non sono i queensryche!
Luka2112
Mercoledì 13 Marzo 2019, 0.35.36
20
Ho visto i “ nuovi Queensryche “ live in azione con la Torre che trovo un buon imitatore di Tate quando canta i classici, allo stato attuale delle cose pero’ non rimane molto dei Queensryche, mancando pure il batterista originale.Gusti a parte la proposta musicale odierna è solo buona dal mio punto di vista.Certamente Heavy ma priva di quell’ imprevedibilità creativa che aveva caratterizzato i passati capolavori.
Diego
Lunedì 11 Marzo 2019, 16.05.57
19
Ma non potevano coinvolgere Casey Grillo, visto che è pure nei video ufficiali?
Danimanzo
Lunedì 11 Marzo 2019, 15.08.37
18
I Queensrÿche dell'epoca DeGarmo - Tate erano e restano una band superiore in tutto in ambito Metal/Rock. Quella che abbiamo davanti oggi è una band che soprattutto nel bene cerca di portare avanti un certo modo di suonare con attitudine e serietà. La Torre è un cantante ed un frontman eccezionale, ma come batterista preferisco di gran lunga Mr. Rockenfield ( che spero torni e presto ). I brani sono ispirati e coinvolgenti e dimostrano una volta di più la bravura spesso sottovalutata di Michael Wilton. Voto: 80/100.
Hard N' Heavy
Lunedì 11 Marzo 2019, 11.42.30
17
bell'album the verdict non raggiunge i due capolavori precedenti 2013 – Queensrÿche e 2015 – Condition Hüman, ma ci sono canzoni che si lasciano ascoltare con molto piacere cioè ''Blood of the Levant'' - ''Light-years'' - ''Dark Reverie'' - ''Bent'' - ''Inner Unrest'' il mio voto è: 7.4
Andrew Lloyd
Lunedì 11 Marzo 2019, 10.23.57
16
Da fan di vecchia data degli Anni 80, dico che gli spunti sono buoni come nei precedenti Condition Human e Queensrÿche. Forse quest'album è addirittura meglio. Il segreto è non aspettarsi NULLA, così tutto quello che viene è grasso che cola. Siamo nel 2019, non dimentichiamolo. Album, gli ultimi 3, che comunque hanno raddrizzato la baracca e reso credibile il monicker dopo gli ultimi devastanti anni con Tate. LaTorre è bravissimo (ma non sarà mai Geoff per il semplice motivo che non basta avere l'estensione vocale più alta, se capite ciò che voglio dire) : dai primi ascolti "Dark Reverie" , "Bent" e Light-years sono delle gran belle song. Apro una finestra sui famosi album post Promised Land che vengono spesso tirati in ballo come spartiacque della vena creativa della band: riascoltandoli oggi non sono poi così male e, come ho detto altre volte, prendendo le migliori di HITNF e Q2K viene fuori un ottimo album. Tribe appartiene già agli Anni Duemila ed è un'altra storia. Alla resa dei conti, a parte il baratro di Dedicated to Chaos e American Soldier comunque sufficiente ( classico 6 meno meno, per capirci) la discografia della band rimane inimitabile per il 99% delle band del panorama hard'nì'heavy.
tino
Lunedì 11 Marzo 2019, 6.40.03
15
Comunque Michael wilton e' uno dei chitarristi più sottovalutati di sempre
Metal Shock
Lunedì 11 Marzo 2019, 5.36.41
14
Io ho scritto che hanno tutto il diritto di chiamarsi ancora Queensryche e ci mancherebbe; la qualità di questo disco è indiscutibile ed è inutile fare paragoni con capolavori inimitabili, ma di certo Mindcrime II per me non dovrebbe neanche avere quel nome e di certo i dischi post Promise land sono pessimi, ma quando mai fanno canzoni sia loro che Tate dal vivo di quei dischi?? Ed infine, magari in studio Tate si riesce ancora ad esprimere bene, ma non dal vivo e la qualità dei suoi dischi è evidente a tutti, pessima, mentre La Torre è molto meglio in questo senso.
Ayreon
Lunedì 11 Marzo 2019, 1.11.22
13
Ascoltatevi tate sull'ultimo avantasia,se gli danno i brani giusti e' ancora uno dei migliori frontman degli ultimi 35 anni
Sadwings
Domenica 10 Marzo 2019, 22.47.44
12
io la penso come ayreon sentire questi queensryche personalmente è uno strazio. De garmo e Tate erano stati il motore della band riuscendo a spostare l'asticella di qualità della band. Ovviamente amo i primi lavori ma è innegabile che da operation mindcrime qualcosa era cambiato e l'asse portante nettamente spostato verso il duo de garmo e tate. Ultimamente mi sono rivisto interviste, il live unplagged e lo status raggiunto all'epoca era di una caratura diversa e superiore. Poi dopo c'è stato un declino anche se, e forse sarò uno dei pochi a pensarla così, preferisco alcuni lavori come operation mindcrime 2 o unknow soldier a questi ultimi. Non erano capolavori ma vedevo ancora lampi di genio, mentre con la nascita dei nuovi queensryche non vedo. Mi sembrano dei primal fear (con tutto il rispetto)qualsiasi. Sinceramente anche la torre è un buon cantante ma lontano anni luce dal tate che fu ( e sentendo l'ultimo dei avantasia direi anche di cio che ancora è). Tate ha delle sfumature e un modo di interpretare le canzoni che il bOun la torre si sogna. Mi stupisce che questo lavoro venga accostato ai fasti di un tempo perchè non si avvicina .
tino
Domenica 10 Marzo 2019, 20.35.00
11
attenzione che i ryche ottantiani erano un gruppo che spingeva su 5 fronti, è vero che de garmo era (è) un fuoriclasse e assieme a tate ha scritto pagine importantissime, ma wilton (soprattutto) jackson e rockenfield sono stati importatissimi e non sono dei semplici gregari quindi hanno tutto il diritto di portare avanti avanti questo nome glorioso, anche perchè il nuovo cantante è in grado benissimo di interpretare i pezzi dal vivo quindi sarebbe uno spreco enorme non farli in nome di un passato che non c'è più
Metal Shock
Domenica 10 Marzo 2019, 20.29.33
10
Primo: è vero, potrebbero cambiare nome, oramai sono 2/5 dei Ryche originali, ma penso che per il marketing non lo faranno mai. Secondo: La Torre è un buonissimo batterista. Terzo: La Torre è un grandissimo cantante che per me in questo disco si esprime al meglio, allontanandosi dall'imitare Tate e trovando una sua grande strada. Quarto: questo è un gran disco. È vero, è inferiore, ma non di molto, a quanto fatto dal gruppo fino a Promise land, ma è nettamente superiore a quello fatto dopo e della nuova era è sicuramente il migliore. Tra bordate di classico metal e pezzi più particolari, lenti o tendenti al prog, il disco si attesta su una buonissima prova condotta da Wilton e La Torre. Un disco che merita di essere ascoltato più volte per capirne la grandezza. Condivido in pieno il voto dei recensori, 80/100.
ayreon
Domenica 10 Marzo 2019, 20.18.38
9
da fan dei qr ( quelli con tate) dico che in questo campo loro con "The warning" avevano già dato tutto e ancor di più , ora sarebbe meglio cambiassero nome e la smettessero di fare roba "tate era" dal vivo ,peraltro manca pure rockenfield
Albert Speer
Domenica 10 Marzo 2019, 14.16.07
8
Che voto è 79? perchè non 79,0675 . boh
entropy
Domenica 10 Marzo 2019, 11.00.38
7
Disco in linea con i due precedenti di la torre. Buono, molto meglio degli ultimi di tate, per me anche di tutti gli album post promised land. Voto 75
Franco 73
Sabato 9 Marzo 2019, 20.23.42
6
Bel disco, tosto, diretto e riascoltabile con piacere. 80 ci potrebbe anche stare
tino
Sabato 9 Marzo 2019, 19.45.41
5
personalmente sono fan di la torre che ha ridato credibilità al gruppo ma tate rimane il mio cantante preferito e mi sarebbe piaciuto sentire questi pezzi interpretati anche da tate, comunque fanno dischi onesti di ottima qualità segno comunque che non tutto era farina del sacco di de garmo e tate ma anche il sottovalutato wilton (sia come compositore che come chitarrista) è stato fondamentale per la carriera del gruppo.
P2K!
Sabato 9 Marzo 2019, 13.56.58
4
Devo ancora sentirlo come si deve, mi sembra un disco compatto di buona fattura, anche se il gusto di Todd nelle melodie vocali non mi ha mai preso del tutto (anche sui due dischi precedenti). Sarei curioso di leggere le recensioni mancanti nel database di “Q2k” e di “Tribe”
Pacino
Sabato 9 Marzo 2019, 10.03.05
3
Un disco più di sciabola che di fioretto, come preferisco io. Voto 75
Harlan
Venerdì 8 Marzo 2019, 21.32.45
2
Ottimo disco, anche superiore al precedente Condition Human che mi era comunque piaciuto. Se ripenso a quali porcherie avrebbero continuato con Tate in formazione... Fortuna che si sono separati. Voto 83
Testamatta ride
Venerdì 8 Marzo 2019, 18.45.42
1
Band rinata dopo la separazione con Tate (senza fare inutili paragoni con gli inarrivabili anni di gloria, come giustamente specificato dai recensori). Ma attualmente qual'è la situazione di Rockenfield? Credevo fosse un'assenza momentanea e invece, visto che non ha neanche suonato sull'album, si è ormai tirato fuori definitivamente? Peccato perché, oltre ad essere membro fondatore e gran batterista, nel gruppo è sempre stato molto attivo dal punto di vista compositivo.
INFORMAZIONI
2019
Century Media Records
Heavy/Prog
Tracklist
1. Blood of the Levant
2. Man the Machine
3. Light-years
4. Inside Out
5. Propaganda Fashion
6. Dark Reverie
7. Bent
8. Inner Unrest
9. Launder the Conscience
10. Portrait
Line Up
Todd La Torre (Voce, Batteria)
Michael Wilton (Chitarra)
Parker Lundgren (Chitarra)
Eddie Jackson (Basso)
 
RECENSIONI
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