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Eldritch - El Nino
09/03/2019
( 656 letture )
Non c’è niente da fare, passano gli anni ma l’atteggiamento “medio” nei confronti delle metal band tricolori capaci di riscuotere successo e consensi oltre i patri confini rivela quasi sempre un sottofondo di provincialismo che lascia tra lo scoraggiato e il basito. Da una parte le legioni dei penitenti in autoflagellazione permanente convinti che l’orizzonte pentagrammatico della penisola sia irrimediabilmente segnato dalle colonne d’Ercole sanremesi, dall’altra i tetragoni paladini del sostegno a prescindere a qualsivoglia prodotto concepito tra il Brennero e Pantelleria nel nome della difesa dell’italica “scena”. Sommando e invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia, e a rimetterci è troppo spesso la necessaria serenità che dovrebbe guidare valutazioni e giudizi, con annessa, fatale incomunicabilità tra i due eserciti fieramente accampati sulle proprie posizioni. Fortunatamente, pur in presenza di quella che possiamo definire come una poco edificante tendenza di fondo, può capitare di imbattersi in lodevoli eccezioni intorno a cui i contendenti firmano una tregua e abbandonano l’innata propensione alla sterilità del dibattito per riconoscere il valore di una band e della sua traiettoria artistica.

È sicuramente questo il caso dei toscani Eldritch, che con il recente Cracksleep hanno tagliato il ragguardevole traguardo del trentennale di carriera (comprendendo nel conteggio il triennio iniziale, affrontato con il moniker Zeus) e che, negli undici album fin qui rilasciati, hanno sempre sfoggiato un’invidiabile linea di galleggiamento, tanto da diventare sicuro punto di riferimento per tutti gli amanti di sonorità prog, declinate però secondo canoni del tutto personali, consentendo al quintetto di sfuggire al pericoloso rischio-clonazione che non di rado dilaga, su queste frequenze. Prima di attirarci eventuali strali in materia di catalogazione, sgombriamo subito il campo da potenziali equivoci e, pur riconoscendo che la carriera degli Eldritch non va letta monoliticamente e rivela comunque punti di snodo significativi, ci permettiamo di rivendicare la scelta di ascriverli alla galassia “prog” in ciascuno degli episodi che li ha visti protagonisti, nell’ovvio mutare dei dosaggi delle altre componenti. Il risultato è che, fin dal full-length di debutto Seeds of Rage, i Nostri hanno dimostrato un’innata (e fuori dal comune) capacità di innovazione e sperimentazione che, se da un lato ha fatto storcere il naso ad alcuni (le reazioni non entusiaste di più di un fan della prima ora all’uscita di Revenge sono solo uno degli esempi possibili), dall’altro hanno consentito loro di raggiungere una platea più vasta e, soprattutto, di più ampie vedute, motivo tutt’altro che secondario per spiegare l’affermazione della band nel panorama internazionale.

Ed è proprio il coraggio di azzardare percorsi su sentieri sempre nuovi che si materializza già graficamente sulla cover di quello che, per parere quasi unanime, è da ritenersi come uno dei sicuri vertici della loro produzione, El Niño. L’espressione dell’Icaro ritratto in copertina, allora, con la sua pluralità di mani e una muscolatura possente pronta a raccogliere la sfida del volo, ha in sé tutta la fierezza figlia del rischio, mentre gli occhi spiritati ci ricordano che nessuna grande impresa può prescindere da un pizzico di follia. E cos’altro è, se non musicale follia, spingere in un frullatore prog, power, thrash e classic metal e premere il tasto ON per capire se un nuovo centro di gravità sarà in grado di avere la meglio sulle forze centrifughe dei singoli generi chiamati a convegno? La risposta in arrivo da questi quarantasei minuti è semplicemente definitiva e dimostra che, mescolata dalle mani giuste, la pozione distillata può essere magicamente accattivante. Non resta che immergersi nel flusso ininterrotto e nella multiforme combinazione di richiami e reminiscenze ottantiane e novantiane, mai squadernate a scopo ornamentale o come saggio di bravura autoreferenziale ma sempre funzionali alla resa complessiva.
Dream Theater, Symphony X, Savatage, Fates Warning, finanche qualche scampolo degli Helloween più scanzonati (alla Dr. Stein o alla Future World, per intenderci); la coperta dei riferimenti “nobili” può essere tirata in molteplici direzioni, ma sempre a patto di non aspettarsi una riproposizione troppo spinta dei modelli, soprattutto alla luce di prove individuali capaci di muoversi ad ampio raggio su tutto lo spettro metallico. Così ad esempio, rispetto ai grandi classici prog, le tastiere (qui ancora, per l’ultima volta, nelle mani di un Oleg Smirnoff ormai prossimo al definitivo trasferimento alla corte Death SS) riescono a mantenere un ruolo di primissimo piano anche senza occupare prepotentemente il centro della scena, mentre le sei corde sanno spingersi oltre la classica lezione power, sia in chiave thrash sia sfoggiando (più rare) incastonature atmosferiche. Un capitolo a parte merita la prova vocale del solito, monumentale Terence Holler, mirabilmente sospeso tra potenza e melodia e alla ricerca di un ideale e proficuo punto di incontro tra la teatralità declamatoria di Zak Stevens che marchia a fuoco Dead Winter Dead e la grande tradizione hard rock (pensiamo a un Rik Emmett “depurato” delle punte in falsetto).

Dopo i refoli industrial/effettistici della breve Fall from Grace, El Niño parte ufficialmente sulle note di No Direction Home, picco prog del lotto con la sua struttura se non proprio a suite quantomeno a sezioni separate da repentini cambi di ritmo e tempo, con particolare nota di merito per i cammei di pianoforte dispensati da un ispiratissimo Smirnoff. L’anima thrash della band si affaccia prepotentemente nei brucianti riff che caratterizzano Heretic Beholder, ma al lavoro sulla velocità di Eugene Simone fa da contraltare un comparto vocale melodicamente orientato, a creare un riuscito effetto straniante. La sapiente gestione dei contrasti è la cifra stilistica anche della successiva Scar, che incorpora su una base cadenzata addirittura suggestioni elettroniche che arrivano a sporcare persino il cantato di Holler, il tutto immerso in un’atmosfera per larghi tratti segnata da una densità quasi di estrazione doom. Qualche problema in più, invece, emerge affrontando Bleed Mask Bleed; per carità, niente che configuri una caduta rovinosa, ma le lande power ad alto tasso di orecchiabilità sono abbondantemente presidiate e servirebbe ben altro alla traccia, per ritagliarsi anche solo uno spicchio di spazio al sole. Funziona decisamente meglio il pur altrettanto inflazionato tributo all’intervallo-ballad (che arriva con una The Last Days of the Year su cui l’ombra dei Savatage lascia tracce indelebili) e si riprende definitivamente quota con From Dusk till Dawn, interessante esperimento di “powerizzazione” di una base che rimanda alle grandi cattedrali hard rock di scuola Triumph. Detto di una To Be or Not to Be a lungo avvolta da un velo ipnotico squarciato all’improvviso nel finale da un sussulto di tastiere dreamtheaterianamente arroventate, la chiusura è affidata all’ottima title track, ancora una volta alle prese con gli stilemi che alla fine degli anni Ottanta hanno reso immortali gli intrecci degli strumenti di due ragazzi di cui probabilmente più di qualcuno avrà sentito parlare, tali Petrucci, John e Moore, Kevin.

Un grande classico che respira tradizione da ogni anfratto senza mai correre il benché minimo rischio di crollare sotto il peso di echi così impegnativi, un lavoro che coniuga maturità e freschezza compositiva con una tecnica di primissimo ordine, El Niño è un album che merita di uscire da quella sorta di sia pur dorata “riserva a quote predefinite” in cui troppi hanno rinchiuso gli Eldritch limitandosi a lodare la tricolore provenienza degli attori. Il palcoscenico su cui da trent’anni recitano questi ragazzi non ha un sipario geografico, si chiama semplicemente qualità.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
84.33 su 3 voti [ VOTA]
entropy
Martedì 12 Marzo 2019, 14.36.26
9
Adoro questo gruppo, ma personalmente preferisco altri loro lavori (tasting the tears , gais's legacy o portrait). Diciamo che non capisco perché per molti sia questo el nino il loro apice. Cmq ottimo album anche questo.
Gabriele
Lunedì 11 Marzo 2019, 20.49.29
8
Disco grandioso, uno dei vertici più alti mai toccati dal metallo tricolore. Da sottolineare come pochi mesi prima fossero usciti Return to Heaven Denied e Symphony of Enchanted Lands (senza dimenticare Eternity Ends dei Time Machine e A New Religion? degli Athena) a completare un annata incredibile, mai più eguagliata e probabilmente irripetibile.
duke
Sabato 9 Marzo 2019, 15.07.06
7
.....orgoglio del metal italico......un gran disco.....
enrico86
Sabato 9 Marzo 2019, 13.54.01
6
che perla avete tirato fuori. Uno dei migliori album prog metal da un adelle migliori band italiane
Galilee
Sabato 9 Marzo 2019, 13.31.20
5
Gran disco, che però ai tempi mi deluse un po'. La produzione era migliorata rispetto al passato, ma la bellezza delle composizioni non era ai livelli del precedente, è secondo me nemmeno del successivo sottovalutato Reverse, che io trovo eccelso. Anyway sempre un capitolo fondamentale della discografia eccezionale di questa magnifica band.
Voivod
Sabato 9 Marzo 2019, 13.18.40
4
Lo prestai tanti anni fa a un amico...mai più rivisto, nè il cd nè l'(ex)amico. Me lo ricordo come un ottimo lavoro, ma non lo ascolto da troppo tempo...comunque anche i primi 2 (soprattutto "Headquake") sono ottimi album e tra le cose migliori prodotte dal prog-metal tricolore. Peccato che dopo abbiano cambiato genere con risultati, a mio parere, più modesti. Comunque gli Eldritch nei primi anni di attività avevano un cantante dotato di personalità, un chitarrista strepitoso e un tastierista geniale.
DraKe
Sabato 9 Marzo 2019, 13.11.18
3
@aceshigh sottoscrivo a mia volta quanto hai aggiunto riguardo headquake (sarebbe bello avere la sua rece su metallized) e la considerazione sugli album successivi della band
Aceshigh
Sabato 9 Marzo 2019, 12.33.00
2
Sottoscrivo in toto quanto appena detto da DraKe: anche per me El Nino è il punto massimo della carriera degli Eldritch, senza però dimenticare quell'altro grandissimo album che lo precede, ovvero Headquake (un filo più ostico). In seguito, nelle loro evoluzioni e nei successivi recuperi di sonorità primigenie, hanno comunque mantenuto un livello medio molto alto nelle loro pubblicazioni. Indimenticabile la tripletta Heretic Beholder / Scar / Bleed Mask Bleed (su quest'ultima non mi trovo molto d'accordo con Red Rainbow, che ha tirato giù peraltro un'ottima recensione). Per me El Nino è da 90 almeno!
DraKe
Sabato 9 Marzo 2019, 12.03.26
1
Beh questo dischetto personalmente è il migliore degli eldritch, quello più maturo. Smirnoff sfoggia una prestazione da urlo sia nei soli che negli arrangiamenti utilizzando sapientemente suoni e sound fx, holler incastona melodie azzeccatissime e sfrutta a pieno le sue capacità teatrali, Simone come ben detto in rece si ritaglia un ruolo importante nel dare un forte carattere heavy ai pezzi grazie ad una serie di riff, melodie e soli ispiratissimi e la sezione ritmica martella incastri prog senza strafare e sempre al servizio dell'economia del brano. Non ultima per importanza la produzione chiara e di ottima qualità che rende giustizia alla qualità della musica e addirittura la innalza. Per me è un disco da 90!
INFORMAZIONI
1998
InsideOut Music
Power/Prog
Tracklist
1. Fall from Grace
2. No Direction Home
3. Heretic Beholder
4. Scar
5. Bleed Mask Bleed
6. The Last of the Year
7. From Dusk till Dawn
8. To Be or Not to Be
9. El Niño
Line Up
Terence Holler (Voce)
Eugene Simone (Chitarre)
Oleg Smirnoff (Tastiere)
Martin Kyhn (Basso)
Adriano Dal Canto (Batteria)
 
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