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Labirinto - Divino Afflante Spiritu
14/03/2019
( 822 letture )
Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa… che non sia stato per banale “supponenza geografica” figlia della anomala provenienza della band ma solo l’involontario effetto dell’impegnativo volume di arrivi in redazione che rende problematico intercettare tutte le uscite in tempo reale, il risultato non cambia: il recensore stavolta non ha brillato per tempismo e lungimiranza, avventurandosi con colpevole ritardo nei solchi di un grande album che avrebbe meritato una considerazione immediata, sulle pagine di Metallized. Era il 2017 e un gruppo di ragazzi brasiliani tutt'altro che alle prime armi, anche se fino ad allora prevalentemente alle prese con EP, singoli e split, rilasciava il suo secondo full length in oltre dieci anni di carriera, regalando un lavoro che non aveva nulla da invidiare alle celebrate eccellenze scandinave o a stelle e strisce. Persa l’occasione di occuparsi di un simile platter in tempo utile per una recensione ragionevolmente contemporanea alla data di rilascio, chi scrive ha se non altro avuto la prontezza di spirito di tornare sui suoi passi a mesi di distanza, una volta appurato che per quel Gehenna si erano scomodate le auguste mani di Billy Anderson in sede di produzione e, sia pure per un solo brano, quelle non meno nobili di un mostro sacro della scena post internazionale del calibro di Mathieu J. Vandekerckhove, maestro delle sei corde di casa Amenra e fine cesellatore di atmosfere drone nel progetto solista Syndrome.

Prima di Gehenna, in realtà, le radici dei Labirinto sembravano saldamente ancorate a un humus post rock decisamente più elegante e raffinato che orientato ad approdi muscolari (un ascolto anche veloce all’album di debutto, Anatema, chiarirà immediatamente il concetto), ma il sestetto di San Paolo ha progressivamente spostato il baricentro verso la lezione neurosisiana, incrementando la densità delle atmosfere e il carico complessivo di claustrofobia, senza dimenticare aperture liricamente intrise di malinconia e improvvisi sussulti carichi di enfasi e solennità, quando non di vera e propria magniloquenza. Al netto di qualsiasi considerazione sul processo di metamorfosi in atto, che aveva di fatto ormai catapultato i brasiliani in pieno territorio post metal, a colpire era soprattutto la straordinaria capacità dei Nostri di maneggiare da consumati veterani quella dimensione cinematografica che in più di un’occasione abbiamo indicato essere uno dei termometri più attendibili per certificare le potenzialità di un combo post in emersione dall’anonima folla dei mestieranti, a maggior ragione quando, come in questo caso, gli artisti abbiano scelto di percorrere una rotta che non preveda apporti dal comparto vocale e affidi al solo intreccio degli strumenti la sorte di un lavoro.

A due anni di distanza, il ritorno sulle scene dei Labirinto è affidato a questo Divino Afflante Spiritu e anche stavolta i palati più esigenti del genere possono stare tranquilli, i ragazzi non solo non hanno perso il tocco magico sfoggiato nel predecessore, ma hanno ulteriormente perfezionato il rapporto coi modelli e arricchito la tavolozza dell’ispirazione con altri colori e sfumature. Registrata in premessa l’ennesima collaborazione “d’autore” (stavolta è toccato a Magnus Lindberg occuparsi di produzione, mixaggio e masterizzazione), sottolineiamo subito come il rapporto con uno dei padri fondatori dei Cult of Luna vada ben oltre il semplice aspetto professionale, prefigurando una corrispondenza di propensioni artistiche che i solchi si incaricano immediatamente di confermare.
Scoperchiato in Gehenna il vaso di Pandora dell’oscurità e dei suoi tormenti, Divino Afflante Spiritu è allora la successiva, praticamente obbligata tappa in un viaggio sempre più caratterizzato da stati di trance a metà strada tra l’estasi e lo straniamento, in cui la psichedelia gioca le sue carte (ancora vincenti, ma decisamente meno che in passato) con una componente abrasiva che in più di un passaggio rimanda alle incendiarie sfuriate di casa a Umea. Se, dunque, la conferma della dimensione prevalentemente strumentale porta inevitabilmente a scomodare sullo sfondo nomi come Rosetta, Pelican o Russian Circles, sull’altro piatto della bilancia va detto che l’incontro con sonorità a discreto tasso di spigolosità modifica in buona parte le classiche architetture armonicamente definite di cui siffatti moniker sono universalmente considerati maestri e campioni, moltiplicando le frecce all’arco della band.

Quando poi, come nell’opener Agnus Dei, i Labirinto apparecchiano un’eccezione alla regola e ospitano al microfono una delle storiche front women della scena crust-punk verdeoro, Elaine Campos, l’orizzonte sludge si spalanca completamente grazie allo scream acidissimo della vocalist dei Rastilho, qui davvero non lontana dalle monumentali rese core di una Zofia Wielebna Fras o di Paulina Richards, divine nocchiere degli allucinati vascelli Obscure Sphinx e Show of Bedlam. L’ora delle venature psichedeliche sembra scoccare inesorabile nelle prime note di Penitência, ma è importante sottolineare come qualsiasi spinta verso la “diafanizzazione” venga robustamente controbilanciata da una sezione ritmica che sviluppa incessantemente trame potenti e massicce, complici i sempre riuscitissimi intrecci tra lady Muriel Curi alla batteria e Lucas Melo alle percussioni (con i fremiti tribalistici di Asherdu a incarnarne il picco più significativo). Anche il tris di sei corde, Cruxen e Bueno in servizio permanente, Naressi alternativamente alle tastiere, regala una prova memorabile, incastonando con grande intelligenza i classici ricami melodici di scuola post su un telaio a cui non viene mai meno la solidità (provare per credere la “cultofluniana” Eleh Ha Devarim), soluzione tutt’altro che scontata in un habitat strumentale dove, in casi analoghi, altre band privilegiano le astrazioni space (qui peraltro non del tutto assenti, ma, come in Demiurge, costantemente declinate in modalità “primae inter pares”). A una tracklist già a questo punto più che caleidoscopicamente orientata non poteva mancare il tocco di classe finale e all’uopo provvede la conclusiva titletrack, magnifico episodio tutto ombre e sospiri in malinconico equilibrio tra una ninna nanna lisergica e un crepuscolare stato di appena accennato turbamento. Metà ritorno alle fonti post rock delle origini, metà cartina al tornasole degli spettacolari passi avanti compiuti dal sestetto in termini di maturità e coscienza dei propri, ragguardevoli mezzi, al termine di questi sette, incantevoli minuti il recensore non può però astenersi dall’esprimere un rammarico in cui, probabilmente, risiede l’unico difetto di un album altrimenti alle soglie dell’impeccabilità… solo trentacinque minuti e bisogna già scendere?!?

Un ritorno sulla scena che non tradisce le attese suscitate da un illustre predecessore già foriero di promesse per un grande futuro, un riuscito percorso di affinamento del linguaggio che diventa capolavoro di forme senza rinunciare a un solo grammo di carica emozionale, Divino Afflante Spiritu è un album che certifica la qualità di una band in evidente stato di grazia creativa. Molto, molto più di un semplice affluente secondario del grande fiume post metal a cui accostarsi magari nei momenti di minor portata dei rami principali, i Labirinto le meritano tutte, le attenzioni dovute ai grandi interpreti del genere.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
75 su 1 voti [ VOTA]
Luky
Giovedì 14 Marzo 2019, 22.43.18
2
Sentito adesso l'album per la prima volta. Non male.
Graziano
Giovedì 14 Marzo 2019, 16.43.53
1
Approfondirò. Recensione stuzzicante.....
INFORMAZIONI
2019
Pelagic Records
Post Metal
Tracklist
1. Agnus Dei
2. Penitência
3. Eleh Ha Devarim
4. Demiurge
5. Vigilia
6. Asherdu
7. Divino Afflante Spiritu
Line Up
Erick Cruxen (Chitarre)
Kiko Bueno (Chitarre)
Luis Naressi (Chitarre, Tastiere)
Hristos Eleutério (Basso)
Lucas Melo (Percussioni)
Muriel Curi (Batteria)

Musicisti Ospiti

Elaine Campos (Voce in Traccia 1)
 
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