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Queensryche - Tribe
16/03/2019
( 569 letture )
Chiunque può sbagliare, ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore. (Cicerone, "Filippiche, XII, 5")

Le parole di Cicerone summenzionate ben si sposano con un album come Tribe, ottavo disco degli statunitensi Queensrÿche. Uscito nel 2003 sotto l’etichetta di Sanctuary Records, è ancora oggi annaspante in pareri antipodali. Tribe è infatti un disco dicotomico, di cui molti apprezzeranno i richiami alle opere precedenti, i suoi spunti e il suo concept ricercato; al contempo, però, altrettanti rimarranno delusi dal livello qualitativo dell'opera, chiaro abbaglio nella discografia della band di Seattle. Imporsi in una produzione come quella dei Queensrÿche, uno dei gruppi più importanti della storia del metal, non è di certo una passeggiata. Farlo dopo dei capolavori senza tempo come Operation: Mindcrime e Promised Land (solo per citare le punte di diamante) risulta utopico. Bisogna quindi gettarsi nell'arduo compito di trattare questo disco con le pinze, cercando di analizzarlo con la giusta freddezza e con i giusti mezzi.

La formazione è quella canonica e ormai statuaria, la partecipazione di Chris DeGarmo –ex membro nonché vero e proprio pilastro della band e delle sue composizioni- è sicuramente un’ottima notizia per i fan, così come le chitarre di Mike Stone e gli arrangiamenti di Tim Truman (partecipanti come ospiti). Per il resto, come già detto, ritroviamo i volti storici: Geoff Tate al microfono, Michael Wilton alla chitarra, Eddie Jackson al basso e Scott Rockenfield alla batteria. Tutto inizia con Open, che dopo un inizio apprezzabile (anche se leggermente scialbo) si lascia ascoltare soprattutto per il ritornello discretamente realizzato. Qui Tate fa indubbiamente un buon lavoro ma la piattezza complessiva del pezzo non valorizza di certo il suo consolidato timbro. Plauso dovuto alle cinque corde di Jackson, che si fanno sentire positivamente in questo brano d’apertura. Il livello qualitativo rimane quasi invariato nella successiva Losing Myself, i cui riff e ritornello convincono anche più della canzone precedente, ma le sonorità tribali –con utilizzo del digitale– sono decisamente sottotono. Nel complesso rimane orecchiabile e radiofonica ma sicuramente nulla a che vedere con i capolavori di questa titanica formazione, capace in più di tre decadi di graziare i timpani dei progster di tutto il mondo. Desert Dance è probabilmente il punto più alto della produzione. L’atmosfera claustrofobica che si respira è convincente e l’intro ci getta in un giro chitarristico di spessore estremamente massiccio ad opera di DeGarmo e Wilton. La sezione ritmica accompagna egregiamente il tutto, insieme agli ottimi spunti vocali a carico di Geoff Tate. Un brano che non risulta indimenticabile, ma innegabilmente ispirato e interessante. Falling Behind continua sulla falsariga delle prime due tracce, risultando trascurabile nonostante la gradevole sezione acustica che accompagna il brano dall’inizio alla fine. Le tonalità qui si fanno più sentimentali e romantiche, ricadendo sporadicamente anche in sfumature nostalgiche. Il ritornello, tuttavia, è mediocre e tedioso, privo di mordente e con linee vocali per niente memorabili.
Quelle canzoni che nel complesso apparivano come poco convincenti risultano vere e proprie pietre miliari se comparate con la quinta traccia The Great Divide. Essere di buon cuore, in questo caso, è encomiabile, perché dopo numerosi ascolti permane un giudizio distruttivo a riguardo. Si tratta di un brano lento, scontato, vocalmente sottotono e con un ritornello vicino alla cacofonia. Tutta la sezione strumentale non convince, e ogni singolo musicista sembra essersi spento. Qui il discorso trascende i Queensrÿche, dato che questo pezzo risulta di difficile ascolto a prescindere dal nome presente in copertina. Le successive Rhythm of Hope e la title track sono anch’esse mediocri, seppur decisamente più ascoltabili della precedente. La batteria di Rockenfield convince in entrambi i brani, scandendo un ritmo ben ideato e cadenzato. Il guitarwork allo stesso modo si trova ad alzare l’asticella della qualità, peccato per i ritornelli e le melodie stucchevoli. Le liriche della title track sono le uniche da considerare realmente apprezzabili, creando nell'immaginazione dell’ascoltatore un’ambientazione tribale ben congegnata e che nel complesso risultano coerenti con il concept ambientale dell’album. L’ottava traccia nominata Blood risulta sufficiente, con una sezione ritmica e dei riff appena accettabili. La sezione vocale è di qualità e l’atmosfera che si crea discretamente ispirata. Bisogna però evidenziare la sua ripetitività, che la rende una parentesi solo positiva in un album decisamente deludente. Mediocri anche gli ultimi otto minuti di Tribe: The Art of Live e Doin’ Fine sono effigi di questa produzione, anch'esse ripetitive e noiose, e non lasciano nulla all’ascoltatore se non un senso di amarezza.

Solo ora le iniziali parole dell'oratore di Arpino risultano coerentemente accostabili al disco, al suo essere un passo falso da parte di veri e propri pilastri della musica. Questo album, per quanto possa piacere anche ai fan, non è minimamente comparabile a nessun album che dal 1984 al 2003 è stato pubblicato dai pionieri del progressive metal. Le carte in tavola erano più che positive, dall’idea di fondo alla formazione presentatasi in studio, eppure il tutto è stato cadenzato male e con pochissime idee realmente valide. Le linee vocali vengono rette solo dalla grandiosità del timbro di Tate e la qualità del guitarwork è discontinua. Fortunatamente la sezione ritmica riesce ad emergere (seppur in sordina) per spunti e tecnica, ma non conferendo nulla di trascendentale al disco. Partendo dal presupposto che è impossibile che il proprio giudizio non venga influenzato dalla conoscenza dell’artista che c’è dietro a un determinato album, ma ammettendo una completa ignoranza nei confronti della band, può Tribe piacere ai profani di questa musica? Difficilmente tali sonorità per niente accattivanti ed emozionanti (tra cui in particolare la lentezza dei brani) potranno rimanere nella testa degli ascoltatori più acerbi. Indubbiamente l'album continuerà a dividere la critica e il pubblico negli anni a venire, ma d'altronde il lato negativo di essere dei mastodonti nel proprio ambiente è proprio questo: ogni passo è una potenziale caduta nel baratro. Ma l’artista non è proprio colui che, commesso l’errore, riesce a uscirne a testa alta?



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
69.33 su 3 voti [ VOTA]
Eagle Nest
Domenica 17 Marzo 2019, 17.43.01
16
American Soldier superiore senza dubbio... ma questo è un bel disco per gran parte, con qualche passaggio a vuoto, ma nel complesso molto valido.
Harlan
Domenica 17 Marzo 2019, 16.06.30
15
Gran bell'album, sicuramente il migliore di tutti quelli da Hear In The Now Frontier fino a Dedicated To Chaos. Come detto sotto, bastano canzoni come Losing Myself, The Great Divide, o Blood per farlo arrivare a un buon 74. Niente di trascendentale, ma neanche questo schifo che molti all'epoca descrissero.
Sadwings
Domenica 17 Marzo 2019, 15.37.15
14
secondo me è un buon album pezzi come blood, the art of lif, rythom of hope sono pezzi che valgono da solo il prezzo del disco. 75
Aceshigh
Domenica 17 Marzo 2019, 10.21.32
13
Riascoltato stamattina. È un album che ho sempre trovato più convincente dei due che l'hanno preceduto (per me abbastanza... traumatici). Niente di trascendentale, ci mancherebbe, ma sicuramente non da 5 in pagella. Anzi, assieme al successivo OM2 per me rappresenta il momento migliore dei Queensryche post Promised Land (e ante La Torre). Molto buona la prima metà, un po' meno il resto. Voto 77
InvictuSteele
Domenica 17 Marzo 2019, 3.29.12
12
Oh cavolo, non pensavo piacesse così tanto questo album, sono contento perché io l'ho sempre apprezzato tantissimo. In scaletta ci sono dei pezzi bellissimi, tutti belli davvero. Non sono i Queensryche heavy e veloci degli anni 80, ma chissenefrega, amo questa band perché ha cambiato stile in ogni album. I dischi con LaTorre pur essendo buoni non mi colpiscono troppo, non c'è più il genio la magia e la sperimentazione.
Doeho75
Domenica 17 Marzo 2019, 3.10.28
11
Non capisco cosa non vada in questo disco...a me e’ sempre piaciuto....tanti lo stroncano per il semplice fatto che si affidano a qualche recensione da rivista dell’ epoca ....che lo bollava come un passo falso e non si sa bene il perche’ ....forse non piaceva al recensore o forse il mercato discografico non era piu’ interessato al genere proposto da questo tipo di band... comunque sia questi sono i queensryche originali con la formazione classica ...meglio di cosi’! ....e’ inutile fare paragoni col passato....e che cavolo non potevano comporre empire all’ infinito....voto80!
Galilee
Sabato 16 Marzo 2019, 20.27.55
10
A me invece i primi non piacciono perché troppo heavy classico. Con la Torre sono una band heavy qualsiasi. A me lavori come Tribe, American e Operation 2 garbarono un sacco.
Fox
Sabato 16 Marzo 2019, 20.26.15
9
Ragazzi buonasera a tutti! Invito tutti a leggere attentamente le mie parole perché (esempio casuale) non ho scritto che Losing Myself sia meglio di Open ma solo in alcuni aspetti, per poi calare drasticamente per altri. Detto questo, come potete notare ho precisato che è un disco destinato a dividere critica e pubblico -nonché la critica stessa al suo interno- ma vorrei che venissero create delle belle "recensioni edulcorate" nei commenti, sarebbe costruttivo per gli utenti e ovviamente anche per me! Togliete il vino ai commentatori direi io ahahah. Scherzo ovviamente, buon proseguimento. Fox
alifac
Sabato 16 Marzo 2019, 20.16.52
8
Ho sempre amato questo disco....
Metal Shock
Sabato 16 Marzo 2019, 20.15.48
7
@Galilee: già il tuo ultimo commento esplicita quanto ne capisci di musica, ahahahah!! Scherzo dai, ognuno ha le sue opinioni: per me dal primo ep a Promise solo capolavori, poi declino assoluto. Per fortuna é arrivato LaTorre😁
Galilee
Sabato 16 Marzo 2019, 20.09.25
6
Pensa che io lo preferisco anche ai primi 3.
Galilee
Sabato 16 Marzo 2019, 20.04.32
5
Povero ultimo disco. Qui ci sono pezzi da infarto. Basta una the Great divide a sopprimere gli ultimi 5 dischi dei Queensryche. Almeno per me.
Metal Shock
Sabato 16 Marzo 2019, 20.00.42
4
Io invece concordo in pieno con la recensione: disco di una noia pazzesca, lento, senza un brano che faccia saltare dalla sedia. II ritorno di De Garmo illusorio, sembra la continuazione pessima di Hear in... La sola buona cosa è la voce di Tate; se poi uno fa un confronto col nuovo disco....
InvictuSteele
Sabato 16 Marzo 2019, 18.40.24
3
Non concordo nemmeno io con la recensione, per me si tratta di un buonissimo lavoro, sporco, intenso e con una serie di perle in scaletta. È un approccio diverso rispetto al passato, qui il prog incontra il grunge, sperimentando suoni particolari, come quelli tribali in un paio di canzoni. Testi bellissimi e ottime melodie. Sottovalutatissimo. Voto 75
P2K!
Sabato 16 Marzo 2019, 18.39.43
2
Concordo pienamente con il giudizio del commento di Galilee. Raramente mi sono trovato tanto in disaccordo con una recensione, tanto da pensare che chi l’ha redatta non abbia idea di cosa parlasse (Open mediocre e Loosing Myself gradevole?! Hai sentito le track al contrario?). Ritengo a uesto disco il migliore della produzione “alternativa” (Da hear in poi). A parte “Loosing Myself” e la conclusiva “Doin’ Fine” (la prima volta che i ‘ryche ciccavano la chiusura di un disco) che ritengo brutte, il disco mi è sempre suonato più ispirato dei due precedenti (soprattutto di “Q2K”). Unico difetto che trovo (a parte i due filler di cui sopra) è una generale lentezza nei tempi e nelle atmosfere. Le punte di diamante sono “Open”, “Desert Dance”, “Rythm of Hope” e la title track. P.s: togliete il vino al recensore!!!!
Galilee
Sabato 16 Marzo 2019, 14.30.14
1
Che dire non concordo per nulla con la recensione. Bocciata in pieno. Per me è uno dei dischi belli dei Queensryche, tranne un paio di song direi che è perfetto. Il migliore da Promised Land. Ispirato, scorrevole, intenso e mai banale. Con alcuni tra i pezzi migliori della loro carriera. 80/100
INFORMAZIONI
2003
Sanctuary Records
Prog Metal
Tracklist
1. Open
2. Losing Myself
3. Desert Dance
4. Falling Behind
5. The Great Divide
6. Rhythm of Hope
7. Tribe
8. Blood
9. The Art of Life
10. Doin' Fine
Line Up
Geoff Tate (Voce)
Michael Wilton (Chitarra)
Eddie Jackson (Basso)
Scott Rockenfield (Batteria)

Musicisti Ospiti
Chris DeGarmo (Chitarra)
Mike Stone (Chitarra)
Tim Truman (Orchestrazioni)
 
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