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Steve Hackett - At the Edge of Light
16/03/2019
( 343 letture )
In questa seconda decade degli anni 2000 Steve Hackett sta vivendo un buon momento di ispirazione e prolificità, spinto dal discreto successo di Genesis Revisited II, pubblicato nel 2012, e del conseguente tour. Dopo due dischi piuttosto piacevoli che hanno seguito quest'ultimo, il chitarrista ritorna con una nuova uscita, intitolata At the Edge of Light. L'album segue la scia di un periodo di ricerca musicale e personale intrapreso da Hackett, durante il quale si è avvicinato in particolare alla world music e a sonorità meno convenzionali rispetto al progressive rock sinfonico a cui ci ha abituato durante la sua carriera. Per la realizzazione di At the Edge of Light, inoltre, il musicista si è avvalso dell'abilità di importanti turnisti e musicisti di un certo calibro. Tra i più noti è possibile citare i batteristi Nick D'Virgilio (Spock's Beard) e Simon Phillips (Toto). Andiamo quindi a scoprire che cosa si nasconde dietro il cielo in tempesta della copertina.

At the Edge of Light è introdotto da Fallen Walls and Pedestals, breve ed incalzante intermezzo dal sentore tra neoclassicismo e hard rock, che funge da preludio al primo vero brano, Beasts in Our Time. Questo, al contrario è un episodio lento, orchestrale e sinfonico, alla Steve Hackett vecchia maniera –richiamando in qualche frangente le sonorità cupe di Darktown- in cui l'ottimo sassofono di Rob Townsend duetta con la chitarra del musicista inglese. Un pezzo decisamente riuscito, complice anche la virtuosa coda strumentale. Under the Eye of the Sun è un discreto brano dall'anima rockeggiante, che tuttavia dice in poco più di 7 minuti quello che potrebbe essere detto nella metà del tempo. Meglio la seguente Underground Railroad, in cui negli arrangiamenti vocali cominciano ad affiorare quei sentori di musica folk citati in apertura e dove la sezione solista di Hackett ha modo di venir fuori senza costrizioni. La lunga These Golden Wings è l'emblema della direzione intrapresa nella maggioranza dei brani di questo album, caratterizzata dall'equilibrio tra le orchestrazioni e, come dichiarato dallo stesso chitarrista, un approccio rock più diretto, senza dimenticare in questo caso le sezioni vocali ispirate al gospel ad opera di Durga e Lorelei McBroom, già note per le loro collaborazioni con i Pink Floyd. Le idee ci sono e ascoltare l'ensemble di professionisti chiamati a metterle in pratica è un vero piacere. Shadow And Flame è invece l'esempio perfetto delle influenze di musica etnica, grazie a strumenti quali didgeridoo, tar e sitar che prendono il posto della chitarra elettrica del padrone di casa, che compare solo verso la fine, sorretti egregiamente dalle percussioni. Si tratta sicuramente di un brano distante dal classico Hackett, ma è apprezzabile notare come il musicista non voglia fossilizzarsi sullo stile che lo ha reso famoso. Hungry Years, dal canto suo, è un brano leggero e scanzonato, che poco dà e poco toglie, risultando dimenticabile salvo il bell'assolo di Steve. Gli ultimi tre brani compongono una trilogia, che segue i concetti che sottendono a Beasts in Our Time (gioco di parole su una dichiarazione di Neville Chamberlain denominata "Peace in our time", pronunciata prima dello scoppio della seconda guerra mondiale), ovvero la costante crescita di razzismo e individualismo, che inevitabilmente porteranno al collasso dell'umanità. Il messaggio di Steve Hackett, però, finisce con positività e infatti il brano conclusivo è intitolato Peace. Musicalmente, i tre brani riflettono i rispettivi titoli. In Descent, con la sua pseudo marcetta militare e gli archi in primo piano -e successivamente la chitarra distorta in un crescendo di durezza- si ha il preludio della tensione, mentre in Conflict le armonie dissonanti delle orchestrazioni e della chitarra rendono perfettamente l'idea di un conflitto in atto. La tensione –nonché l'album- termina con Peace, riuscita power ballad di speranza, caratterizzata da un coro preponderante e dalle consuete orchestrazioni marchio dell'album.

È indubbiamente difficile muovere delle critiche a un musicista storico come Steve Hackett, autore durante la sua carriera solista di numerosi dischi di ottimo livello. At the Edge of Light non fa eccezione e pur non essendo un capolavoro è un disco solido, ben suonato e ben prodotto, seppur con qualche sporadico momento sottotono; ma del resto chi si aspettava di meno? C'è inoltre da constatare positivamente che la volontà di ricerca musicale dell'ex chitarrista dei Genesis è ancora viva e vegeta dopo parecchi anni e questo non è da tutti. Un gradito ritorno.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
85 su 1 voti [ VOTA]
ELIO MARRACINY
Lunedì 18 Marzo 2019, 17.30.41
1
BELL'ALBUM, SUPERIORE A WOLFLIGHT, MA AL DI SOTTO DEL CAPOLAVORO DELLA TERZA EPOCA DI ZIO STEVE!
INFORMAZIONI
2019
InsideOut Records
Prog Rock
Tracklist
1. Fallen Walls and Pedestals
2. Beasts in Our Time
3. Under the Eye of the Sun
4. Underground Railroad
5. Those Golden Wings
6. Shadow and Flame
7. Hungry Years
8. Descent
9. Conflict
10. Peace
Line Up
Steve Hackett (Chitarra elettrica e acustica, Chitarra 12 corde, Chitarra dobro, Basso, Armonica, Voce)

Musicisti ospiti
Amanda Lehmann (Voce)
Durga McBroom (Voce)
Lorelei McBroom (Voce)
Benedict Fenner (Tastiere e programmazione)
Roger King (Tastiere, programmazione e arrangiamenti orchestrali)
Jonas Reingold (Basso)
Gulli Briem (Batteria, percussioni)
Nick D’Virgilio (Batteria)
Gary O’Toole (Batteria)
Simon Phillips (Batteria)
Malik Mansurov (Tar)
Sheema Mukherjee (Sitar)
Paul Stillwell (Didgeridoo)
Christine Townsend (Violino, Viola)
Dick Driver (Contrabbasso)
John Hackett (Flauto)
Rob Townsend (Sax tenore, Flauto, Duduk, Clarinetto basso)
 
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