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Artillery - The Face of Fear
17/03/2019
( 487 letture )
A volte scrivere un disco che verrà poi considerato quasi all’unanimità un capolavoro è una sensazione meravigliosa. Altre volte, una maledizione eterna. Specialmente se questa consacrazione arriva troppo tardi o comunque non sposta di una virgola l’esistenza di chi lo ha prodotto. In generale, l’aver realizzato un capolavoro è già di per sé un traguardo enorme, certo è che quello che accade immediatamente dopo è quasi sempre inevitabile: il confronto continuo col passato e la continua richiesta di un nuovo capolavoro all’altezza o superiore al precedente. E’ una legge ferrea, alla quale non si scappa. Quasi tutti i fan del thrash metal, infatti, chiamati ad indicare un album che sia rappresentativo della carriera dei danesi Artillery, sceglieranno inevitabilmente By Inheritance, terzo sigillo della band e indimenticata pietra miliare del genere. Poco importa che quel disco risalga ormai a 29 anni fa e che possa essere considerato un unicum nella carriera della band: diverso tanto quello che lo ha preceduto, che pure poteva vantare una personalità già unica, quanto da quello che è venuto dopo, infatti, By Inheritance resta l’unico album che possa definirsi compiutamente techno thrash all’interno della loro discografia. Eppure, proprio in conseguenza della sua enorme rilevanza, la band nata nel sobborgo di Taastrup resta identificata per tutti proprio da quel disco. Una fortuna, dicevamo, perché la credibilità acquisita con quella uscita resta patrimonio della band e perché anche a distanza di tempo il suo valore resta intoccato e inviolabile, come per tutti i classici. Un limite, perché pur mantenendo un proprio trademark e una propria precisa identità, tutto quello che viene rilasciato dagli Artillery deve essere necessariamente paragonato con “quel” disco ed uscirne ridimensionato. Poco importa che il gruppo sia riuscito costantemente a riproporsi su livelli che vanno dal buono all’ottimo, continuando ad innovare la propria formula, pur proponendo un fiero thrash metal classico, sopravvivendo anche alla definitiva uscita di quel Flemming Rönsdorf che per tutti resta l’unico vero cantante adatto agli Artillery e ai continui cambi di formazione che, di fatto, lasciano i soli fratelli Stützer come membri originali. In effetti, la transizione avviata da Søren Adamsen, cantante che per primo aveva preso il testimone di Rönsdorf, dimostrando una grande personalità e una timbrica che pur distante dall’inimitabile originale, aveva portato valore in termini di tecnica e apertura verso nuove soluzioni melodiche, aprendo la strada anche al successivo ingresso dell’attuale Michael Bastholm Dahl. Questi è un cantante dalla timbrica ancora più apertamente orientata all’heavy classico e, attualmente, costituisce la croce e la delizia dell’attuale formazione. Per entrambi i subentrati, in ogni caso, resta lo scotto da pagare di “non essere Rönsdorf”, fermo restando che probabilmente neanche lui avrebbe la stessa voce di ventinove anni fa, come peraltro evidente già in B.A.C.K..

Dalla seconda reunion, la strada intrapresa dagli Artillery cerca egregiamente di coniugare il passato storico della band ad un nuovo corso che si estrinseca nell’abbandono della matrice techno thrash, fermo restando l’elevato tasso tecnico in possesso dei musicisti coinvolti, a favore di costruzioni comunque ricercate, ma senz’altro più lineari e votate ad un approccio vocale più votato alla melodia, il quale crea un discreto contrasto con la base strumentale, ancora ben riconoscibile come thrash. Vero trademark e trait d’union con i gloriosi anni che furono, resta l’utilizzo di alcune scale che definiremmo “orientali” o mediorentiali che negli anni sono diventate un elemento caratterizzante la proposta dei danesi e ancora oggi troviamo nei loro brani. Certo la percezione verso la proposta del quintetto, che oggi per certi versi viene assimilata ad un power/heavy/thrash meno aggressivo, risulta forse eccessivamente schiacciata sull’enfasi legata alla voce di Michael Bastholm Dahl. E’ indubbio che il singer abbia ben poco del tipico cantante thrash europeo, ma nel tempo, proprio come fatto da Adamsen, ha anche dimostrato di possedere una versatilità e delle qualità che in molti faticano ad apprezzare.
The Face of Fear costituisce il nono album da studio della formazione danese, il terzo con Dahl, il quale festeggia così i sette anni di militanza negli Artillery. Rispetto alle due uscite precedenti non molto cambia in realtà, se non forse una ulteriore tendenza verso soluzioni melodiche di buon impatto, con refrain tutti piuttosto identificabili e perfino canticchiabili. Il fulcro delle composizioni restano senza dubbio le due chitarre dei fratelli Stützer, trascinatrici e capaci sempre di fare la differenza, tanto nel profluvio solista, quanto nella concretezza ritmica. Inevitabile però che la voce di Dahl rivesta un ruolo centrale e in un certo senso rappresenti un biglietto da visita evidente e, in qualche caso, perfino invadente nel mixaggio conclusivo. Le prime due tracce sono a tutti gli effetti bordate thrash tout court, con un occhio alla melodia, ma assolutamente ineccepibili nella forma. Ancor più diretta e thrash nel midollo Sworn Utopia, almeno fino al refrain, decisamente più heavy/oriented. Nel mezzo New Rage, brano ancorato ad un tipico midtempo epico ed eroico, tipicamente heavy metal. Ancora più evidente la vena melodica nella successiva Through the Ages of Atrocity, nella quale convivono armoniosamente riff thrash, assoli hard rock e un refrain apertissimo e perfettamente riuscito. Gran bel pezzo comunque, probabilmente uno dei più interessanti dell’album, proprio per la sensazione che sia qualcosa di diverso rispetto allo standard consolidato degli Artillery. L’adrenalina torna a salire con la successiva Thirst for the Worst, altra gran bella traccia che conferma la qualità del songwriting della band, con un break centrale perfetto che lancia l’ennesimo ottimo doppio assolo, nel quale ricompaiono le scale mediorientali che già avevano caratterizzato la titletrack. La sorpresa vera arriva però con Pain, power ballad dall’arpeggio fatato che potrebbe addirittura richiamare i Black Sabbath dell’era-Martin e dall’evidente ispirazione hard rock/heavy metal: non è probabilmente roba adatta ai puristi del thrash, ma come negare che si tratti di una composizione ai limiti della perfezione? Ecco però che per recuperare i cuori di quanto si sentiranno traditi da tanto sfoggio di melodia, arriva Preaching to the Converted, mazzata thrash senza respiro nella quale comunque il cantante conferma di essere assolutamente all’altezza del compito. Pezzo di ottimo livello, nel quale gli Artillery sbattono in faccia a tutti che sanno ancora tirar fuori gli artigli quando serve. A sorpresa, il disco si chiude con due rifacimenti: Mind of No Return proveniente dal demo We Are the Dead datato addirittura 1982 e la Doctor Evil già presente sul recente Legions, primo disco dell’era Dahl. Entrambe ottimamente eseguite e piacevoli all’ascolto, finiscono per spostare alla fine la lancetta della bilancia verso la componente thrash del sound degli Artillery, restituendo respiro a coloro che preferiscono questa faccia della medaglia del DNA danese. Molto divertente il confronto in particolare tra la versione originale di Mind of No Return, praticamente una versione thrash/punk degli Iron Maiden di inizio carriera e questa nuova veste ultramoderna e tecnicamente superiore anni luce. Vale la pena godere di entrambe.

The Face of Fear conferma la tendenza ad un leggero quanto progressivo ammorbidimento del sound degli Artillery. Un processo che non svia la band dalla propria natura profonda e rivela solo il desiderio di innovare quel tanto che basta ad evitare di rendersi una ridicola e scialba ripetizione di sé stessi. Il livello tecnico e la superiorità del duo chitarristico restano l’elemento chiave per godere di quanto fatto, seppure in qualche caso non si riesca ad evitare un certo manierismo nelle composizioni. Il contrasto tra la parte strumentale e le linee melodiche di Dahl funziona meglio quando è la musica a piegarsi alla voce e questo è purtroppo inevitabile ma, con qualche ascolto, tutto scorre in maniera più fluida. In effetti, la cosa che resta è in un certo senso la consapevolezza che un disco come The Face of Fear finirà inevitabilmente per soffrire non per la propria qualità intrinseca, comunque più che buona, ma per il confronto con quello che è e resterà sempre il capolavoro ineguagliato della band. Un confronto che a distanza di ventinove anni appare comunque piuttosto ozioso e fine a sé stesso, se si considera che il ritorno con Flemming Rönsdorf a fine anni Novanta fu snobbato praticamente da tutti, tanto che il gruppo tornò nell’oblio con la massima velocità, per ripresentarsi solo sette anni dopo e con una formula del tutto rinnovata. Gli Artillery dimostrano quindi ancora una volta di essere ben più che vivi e rilasciano l’ennesimo album di qualità indiscutibile, che spazza allegramente via la concorrenza di quasi tutti i contemporanei ancora attivi del fronte thrash, con pochissime esclusioni, per freschezza e convinzione. L’aumento della componente heavy/power nell’economia delle composizioni della band farà inevitabilmente storcere il naso a chi preferiva un approccio più feroce e legato alla tradizione, eppure sarebbe assurdo negare che l’ispirazione è ancora di buonissimo livello e sono poche le formazioni storiche che possono permettersi il lusso di uscire oggi con un disco del genere suonando comunque un thrash tradizionale, farcito di assoli e sfuriate old style. L’elogio alla band e ai buoni brani presenti in The Face of Fear non vuole però mascherare che questo non sia il miglior disco pubblicato dalla formazione danese e, anzi, probabilmente non è neanche uno dei migliori prodotti negli ultimi dodici anni. Resta un album che merita rispetto e che cresce tantissimo agli ascolti, con la certezza che dal vivo brani come questi faranno la differenza in ogni caso. Gli Artillery sono una garanzia di qualità inossidabile, dategli ben più che una chance: non sono molti i gruppi che possono permettersi un album “minore” della qualità di The Face of Fear.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
78 su 1 voti [ VOTA]
Silvia
Lunedì 18 Marzo 2019, 10.55.00
12
Si' si' rik, certo, avevo capito benissimo ma figurati potevi anche esprimere pareri super negativi, ci mancherebbe, non l'avrei mai presa come mancanza di rispetto perche' so bene come scrivi. Era solo una chiacchierata . Tu dici "sanno scrivere song di un certo valore" e infatti, sai, questo album e' stato accolto molto bene in generale ma con scetticismo dai vecchi fans, soprattutto x la ballad . Poi se il thrash in bilico con l'heavy/US power non piace (come a te) difficilmente si amera' questo lavoro, anzi la nostalgia sara' ancora maggiore.
Rik bay area thrash
Lunedì 18 Marzo 2019, 10.25.19
11
Silvia, guarda che il mio commento al tuo post è fatto con tutto il rispetto assoluto nei tuoi confronti, anche perché come ho scritto, lo hai argomentato. So che a te piace il power, quindi un tipo di voce. Considerato che gli artillery sanno scrivere song di un certo valore, non mi stupisce il fatto che apprezzi questa loro ultima prova. Concordo inoltre con quanto dici, per il fatto che, nonostante siano trascorsi decenni, vengono ancora ricordati singer come flemming e baloff (rip), e ciò significa che hanno caratterizzato una band e quindi un sound, con la loro voce. È un tasto dolente di molte band, il cambio di singer. Però, ripeto, sono contento che ti sia piaciuto questo album 😉😅
Silvia
Lunedì 18 Marzo 2019, 9.52.00
10
***un’impronta intendevo
Silvia
Lunedì 18 Marzo 2019, 9.51.04
9
Ciao @rik, aspettavo il tuo commento, hahaha 😅😉. Ti diro’ a me piace molto anche When Death Comes. Sui “veri” Artillery non saprei, nel senso che alla fine con Flemming hanno scritto 4 album (e come sottolinea Lizard su B.A.C.K. la sua voce non era come in passato) e 5 con Adamsen e Bastholm Dahl quindi forse il gruppo ha sempre cercato di non impantanarsi in uno stile 🤔. Diciamo che Flemming aveva una voce e uno stile particolari e anche x me è IL loro cantante perche’ dava un taglio unico e sicuramente quello cui i fans sono piu’ affezionati. Fra l’altro è notevole pensare come a distanza di anni la sua figura sia cosi’ “ingombrante” da spingere a far riferimento a lui. Come l’indimenticato Baloff, due voci che hanno lasciato un impronta indelebile nel tempo (purtroppo anche stessa sfortuna 😔
Rik bay area thrash
Lunedì 18 Marzo 2019, 8.43.21
8
Ho letto con interesse tutti comments, ovviamente è quello della Silvia, il più argomentato e di parte 😉😅. Come ha scritto @Metal Shock, io sono uno di quelli che dice che questi non sono i veri artillery. Per quello che ho ascoltato, la voce è fuori contesto. Troppo power troppo enfatica, e a me proprio irrita. Ho un loro cd, when death comes, che ho ascoltato 'forse' una volta, con un altro singer, e anche in quel caso, troppo power oriented. Flemming rónsdorf era 'IL' singer degli artillery e fino a b.a.c.k. erano sicuramente tra le top band thrash (di nicchia ovviamente).
Vitadathrasher
Domenica 17 Marzo 2019, 22.13.49
7
E' un album, che come i precedenti è sorretto dai due fratelli fondatori, come sempre non sbagliano mai. Con un altro cantante non so se farebbero di meglio, ma lo trovo un po fuori contesto in tutti i pezzi, anche nella ballad, secondo me ha doti tecniche ma non canta con la " testa" non è un interprete. L'album comunque è buono e non si inceppa darei sempre un 80 politico a questa band da sempre di nicchia, che non ha mai fallito se non in termini di consensi.
Aceshigh
Domenica 17 Marzo 2019, 20.11.03
6
Bel dischetto! Lo trovo più ispirato del precedente, anche se continuo a preferire i due dischi con Adamsen. Album con un bell'impatto e senza troppi fronzoli. Singer, asce e sezione ritmica: tutti molto in palla. La title-track, Through the Ages of Atrocity e Pain sono pezzi che lasciano il segno, così come pure la rispolverata Mind of No Return. Voto 78
Metal Shock
Domenica 17 Marzo 2019, 20.04.36
5
Sono solo cinque mesi su....Ci sono dischi ormai persi nel limbo. Il disco?? Discreto ma questa voce troppo power non mi piace affatto: qualcuno direbbe che questi non sono i veri Artillery ed ha ragione. Sei di stima.
Silvia
Domenica 17 Marzo 2019, 18.08.02
4
@Lizard l'importante che sia arrivata! 😁 Comunque hai scritto una bellissima recensione, molto articolata e che ha toccato tutti gli aspetti del contesto di questo disco. Disco che a me è piaciuto non un casino (come dice lisa!) ma ancora di più 😅! Praticamente il mio preferito delle uscite 2018 se parlo di gusti e di ascolti. Dico questo perché sicuramente sono usciti altri dischi più importanti, ma questo si fa ascoltare in loop. Come sottolinei tu è molto fresco e ha dei pezzi veramente massicci che penso verrebbero apprezzati molto di più se non fossero a nome Artillery, indissolubilmente legato alla voce di Flemming e di conseguenza alle rasoiate vocali che contribuivano a rendere By Inheritance un gioiello. L'attuale cantante è totalmente diverso, molto potente ma anche più morbido e x niente sgraziato... io lo apprezzo parecchio ma in certi punti (es di Through the Ages of Atrocity) fa desiderare un approccio più aggressivo (o forse è solo il ricordo del passato del gruppo). Thirst for the Worst è la mia preferita, in generale nell'album molto curate le chitarre (bellissimo lo sviluppo delle scale "orientali", ne avrei voluto sentire di più 😉!) belli i suoni soprattutto nella cassa in cui si sente il battente "umano", oggi sempre più raro. Insomma sono entusiasta di questo lavoro, x me incredibilmente efficace. Grandi Artillery 😃
duke
Domenica 17 Marzo 2019, 17.38.03
3
....bentornati artillery......
lisablack
Domenica 17 Marzo 2019, 16.27.45
2
Mi è piaciuto un casino..bravi Artillery! 75.
Lizard
Domenica 17 Marzo 2019, 14.30.43
1
Per la serie “meglio tardi che mai”.... 🤣
INFORMAZIONI
2018
Metal Blade Records
Thrash
Tracklist
1. The Face of Fear
2. Crossroads to Conspiracy
3. New Rage
4. Sworn Utopia
5. Through the Ages of Atrocity
6. Thirst for the Worst
7. Pain
8. Under Water
9. Preaching to the Converted
10. Mind of No Return (Bonus Track)
11. Doctor Evil (Bonus Track)
Line Up
Michael Bastholm Dahl (Voce)
Michael Stützer (Chitarra)
Morten Stützer (Chitarra)
Peter Thorslund (Basso)
Josua Madsen (Batteria)
 
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