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Magnum - Wings of Heaven
23/03/2019
( 1263 letture )
Wings of Heaven: le ali del paradiso. Esiste, forse, un titolo più evocativo di questo? Retorica a parte, il lavoro in esame è il settimo lungo ad opera dei Magnum ed è, con tutta probabilità, il disco della consacrazione definitiva (leggi “classifica”). Parliamoci chiaro fin da subito: quando si parla di Magnum, termini quali numeri, vendite, fama e successo devono essere usati con una certa cautela, perché non sono mai andati di pari passo con la band di Birmingham. Perché? Non lo sanno loro, figuriamoci se può saperlo il recensore di turno: un mistero era allora, quando dischi e musicassette si vendevano, e un mistero rimane tuttora. Tuttavia, per chi non lo sapesse, i Nostri stavano già inanellando un classico dopo l’altro, almeno dal 1982 (Don’t Chase the Dragon, pubblicato per Jet Records), con un apice – mai più superato - chiamato On a Storyteller’s Night. La storia ha visto passare meteore e stelle che brillano ancora oggi nel firmamento della musica rock: i Magnum appartengono alla seconda categoria e, nel loro periodo aureo (1982-1988), probabilmente giocavano, addirittura, un campionato a parte. All’uscita di Wings of Heaven, i Magnum macinano album da dieci anni esatti: 1978 è datato il loro esordio, Kingdom of Madness (pubblicato per Jet Records). Non vi rifilerò nessuna pappardella biografica, tra l’altro facilmente reperibile un po’ ovunque (attendibilità delle fonti permettendo). Non riassumerò dieci anni di carriera, sempre radenti livelli grandiosi, in poche righe, nemmeno sparerò iperboli sospese fra l’esagerazione e la castroneria. Piuttosto, mi preme dare un consiglio a chi vive con il mito degli anni ’80 (alzo la mano), per chi ne apprezza i suoi pro e i suoi contro (alzo la mano), per chi si diverte ad associare i fenomeni socio-culturali alla musica prodotta in quel decennio (alzo la mano): non snobbate i Magnum, come fece chi sta scrivendo, perdendo anche tempo con uscite inutili, perché senza i Magnum nel proprio bagaglio personale di ascolti si corre il forte rischio di non avere una panoramica completa di quello che son stati quegli anni, perlomeno dal punto di vista acustico, perlomeno in ambito rock.

Sfoghi e consigli a parte, poco sopra si parlava di “successo”. Con Wings of Heaven, i Magnum entrano per la prima (e ultima…) volta in carriera nella Top Ten del Regno Unito, piazzandosi in quinta posizione, con qualche centinaio di migliaio di copie venduto e un disco d’argento appeso al muro. Nonostante il buon responso da parte di critica e pubblico ottenuto dal precedente Vigilante, i Nostri, dubito per volontà loro, cambiano produttori: la coppia Roger Taylor/Dave Richards abbandona la nave, sulla quale salirà nel 1987 un certo Albert Boekholt. L’ingrato compito di Wings of Heaven (e di chi ne ha seguito la lavorazione…) è quello di chiudere quella che diventerà una tripletta che odora di leggendario. Lo scopo verrà centrato: la scelta vincente è stata quella di recuperare le sonorità più ruvide della prima parte di carriera, che idealmente termina con The Eleventh Hour (1983, pubblicato per Jet Records) e miscelarle con l’AOR e la melodia da classifica inaugurati da Vigilante, in un periodo di massima diffusione del genere. Preludio ai brani capolavoro posti in scaletta, Days of No Trust apre questo classico di un’epoca svanita nel migliore dei modi: gusto melodico di Clarkin e Stanway si fondono per creare un brano hard ‘n heavy nella ritmica, ma ammorbidito dalle tastiere, confezionando così un gioiellino da dare in pasto a pubblico ed etichetta. Con Wild Swan si entra nella storia del rock melodico, ed è un giro bluesy di Clarkin che non avrebbe sfigurato nei solchi degli Whitesnake americanizzati, ad aprire il brano. Ma è solo un illusione, i Magnum hanno la loro identità e lo mettono in chiaro con il riff che esplode nella prima strofa. “Wild swan, follow the river // Don’t fly through dangerous skies // On and on, from bow and quiver // Ride over mountains so high”. È con queste parole che Bob Catley si prende finalmente la scena, e dopo le armonizzazioni di Clarkin, i Nostri riescono a superarsi, costruendo un bridge in cui Stanway parla un linguaggio ormai dimenticato, di una bellezza sconvolgente, e Catley cita nella strofa il titolo del platter: “Out to sea on the wings of heaven // Where silver cuts like a knife // Say farewell to the ships of the ocean // We travel into the night”. Capolavoro romantico. Nella successiva Start Talking Love incontriamo atmosfere complessivamente più solari, di tanto in tanto smorzate dagli arpeggi tipici di Catley (0.23-0.26). È la volta del secondo carico da novanta del lotto, che giunge con One Step Away: tastiere sospese, chitarre sensuali e basso in primo piano marchiano il primo minuto e mezzo sotto il segno del progressive. 1.19: “I live in this world, yes, I know where I belong”. Il resto è semplicemente il connubio perfetto tra i Magnum del 1985 e quelli del 1988: tecnica, emozioni, classe, pathos, colori. Una brano che graffia come il miglior rock della “golden age” e incanta come il miglior AOR d’Oltreoceano, coronato da un voce infinita, mai troppo elogiata. It Must Have Been Love è un altro classico del repertorio “ballate” in casa Magnum: tappeti sognanti di chitarra e tastiere disegnano un vortice delizioso e mai pacchiano e mai scontato, dominato ancora dalla performance sontuosa di Catley. Different Worlds guarda verso la band di Steve Perry: è un brano in cui ad essere i protagonisti sono Clarkin e il refrain “arena”, con tanto di cori che innestano nel pezzo un’ottima spinta adrenalinica. Da antologia il rifframa d’apertura di Pray for the Day sotto il segno di Dio Jim Peterik, che si spegne di lì a poco per far spazio al cantato di Catley, per poi far capolino fino alla fine nel momento del refrain. I Nostri potrebbero salutarci sulle note di Pray for the Day e la valutazione oscillerebbe lo stesso attorno a cifre “importanti”. E invece no, perché in chiusura decidono di regalarci non solo una delle migliori suite del rock melodico (qui l’AOR propriamente detto non è più affar loro), e per analogia una delle migliori suite del rock tutto, ma anche la loro summa artistica, un’annichilente lezione di classe. Gentili lettori: Don’t Wake the Lion (Too Old to Die Young) . Mai titolo fu più azzeccato. Traccia maestosa, comincia assopita, con un Catley che consiglia, quasi sussurrando, di “non risvegliare il leone che è in ognuno di noi”: tastiere dai sapori futuristici e drum-kit in primo piano spianano la strada a quello che, con tutta probabilità, è il fraseggio più toccante mai scritto da Clarkin (4.51-5.03). Si spalanca il portone che conduce all’epicità sontuosa della seconda parte, “Too Old to Die Young” appunto, fra stoppate avvincenti, lacerate ancora, di nuovo, dai bending del fraseggio sottolineato prima. Piaciuto? Spero di sì, ma avanzano altri tre minuti, tre minuti imperiosi, storici, magniloquenti: un ultimo arrembaggio sprizzante NWOBHM da ogni nota, lanciato da un riff in palm-muting e tempestato da altri memorabilia di Clarkin (9.51-10.13), che entrano di diritto nella storia del genere.

Luci spente, si volta pagina, si cambia decennio. Nessun commento sugli anni novanta per la band (culminati con lo scioglimento), nessuno sfogo sul perché non abbiano riscosso gli stessi tributi e onori toccati in sorte ad altre band celebrate all'epoca per lavori dalla qualità tutt'altro che trascendentale, Wings of Heaven è, con la sua produzione cristallina e bombastica figlia di quell’epoca, un capolavoro di un genere plurimo (melodic rock, pomp rock, AOR) che solo i Magnum sono riusciti a coniugare, e a riunire, in queste otto papabili hits. Testa a testa fra questo e On a Storyteller’s Night per lo scettro nella loro discografia? Noi siamo per l’amore e non per la guerra, e anche se in questa sfida dai connotati titanici potrebbe spuntarla il platter del 1985 sul piano dell’innovazione, è pur vero che una “Don’t Wake the Lion” vien scritta una volta ogni chissà quanti album…e anche questo va considerato quando si fronteggiano ostiche questioni numeriche.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
91.11 su 9 voti [ VOTA]
Luka2112
Martedì 28 Gennaio 2020, 0.22.14
9
Probabilmente basterebbe Don’t Wave the Lion, ma tutto l’album è straordinario, presi il vinile all’epoca e più tardi il CD , indimenticabile punto.
cowboy
Lunedì 25 Marzo 2019, 22.50.22
8
pochi dischi sbagliati, in questo periodo c'e' chi preferisce questo altri Goodnight L.A. , dove c'e' rockin chair, il disco piu' yankee di tutti. Per il resto loro sono inglesi vicino a g. moore e thin lizzy. Dare e Ten unici degni successori
Warrior63
Lunedì 25 Marzo 2019, 10.24.03
7
Che dire... Faccio parte di quelli che negli 80 li snobbavano... Non sufficientemente heavy.. Troppo mosci... Poi a distanza di anni ascolti qualcosa qua e là... E capisci che sei stato un fesso.. E corri ad acquistare ogni album... E per farti perdonare compri cd e vinili.. E vai al concerto decadi dopo è ti dai del fesso mille volte.. Perché avevi ignorato una band meravigliosa.. Con musicisti fantastici capaci di scrivere e suonare canzoni stupende.. Questo album è fantastico.. Anche nella versione live.. Grandi Magnum... Perdonate questo fesso
Sadwings
Lunedì 25 Marzo 2019, 8.33.23
6
Un altro capolavoro di questa band. 90
marmar
Sabato 23 Marzo 2019, 23.45.36
5
Il più bel disco dei Magnum, non c'è ombra di dubbio, l' ho apprezzato subito tantissimo quando è uscito e lo riascolto sempre volentieri. "Days of no trust", "Pray for the Day" e " Dont wake the Lion" sono tre gemme di valore assoluto di un lavoro che miscela sapientemente suoni, melodie e capacità di comporre, un disco che a distanza di tre decenni risulta ancora fresco e arioso e fa sempre la sua gran figura. I Magnum faranno ancora tanta bella musica negli anni, ma qui c'è pura magia, di quella che capita una volta sola in carriera. Classico senza tempo.
Diego75
Sabato 23 Marzo 2019, 22.39.34
4
Semplicemente un classico di fine anno 80....la classe non e’ acqua
Rob Fleming
Sabato 23 Marzo 2019, 19.38.53
3
Stesso discorso fatto per Vigilante. Un tantino meglio in virtù di Don't wake the lion: 10 minuti di pura epicità
InvictuSteele
Sabato 23 Marzo 2019, 17.34.45
2
Aor Band fenomenale, non mi stancherò mai di ripeterlo. Album fantastico.
duke
Sabato 23 Marzo 2019, 14.48.10
1
....disco di classe superlativa.....
INFORMAZIONI
1988
Polydor Records
Rock
Tracklist
1. Days of No Trust
2. Wild Swan
3. Start Talking Love
4. One Step Away
5. It Must Have Been Love
6. Different Worlds
7. Pray for the Day
8. Don’t Wake the Lion (Too Old to Die Young
Line Up
Bob Catley (Voce)
Tony Clarkin (Chitarra)
Wally Lowe (Basso)
Mark Stanway (Tastiera)
Mickey Barker (Batteria)

 
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