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Candlemass - Chapter VI
23/03/2019
( 1024 letture )
La fine di un’epoca. La banalità dell’affermazione nulla toglie alla cruda realtà dei fatti. L’uscita di Messiah Marcolin dalla band, a seguito di Candlemass Live, album dal vivo del 1990, mise in moto una dinamica che purtroppo si rivelerà distruttiva per i Candlemass, alfieri del doom metal e band tra le più importanti nate negli anni Ottanta. Se fino a quel punto il gruppo aveva conosciuto una generale affermazione, grazie ad album che hanno segnato la Storia del genere e che sono a tutt’oggi pietre miliari ineguagliate, tanto classiche quanto refrattarie ad ogni invecchiamento, il guastarsi dei rapporti interni segnò un punto di rottura che era in realtà il culmine di processi forse anche inevitabili. La formula realizzata dalla band, che da Nightfall in poi aveva realizzato infatti tre album praticamente giocati sulle stesse caratteristiche fondanti, cominciava a mostrare qualche segno di affaticamento e in questo è inevitabile citare proprio l’elemento più caratteristico, ovverosia lo stile e il timbro di Messiah Marcolin, come il limite più evidente ad un qualsiasi cambiamento o evoluzione. Difficile migliorare ciò che nasce perfetto, ma certo ribattere sempre sugli stessi fondamentali alla lunga produce quel fenomeno che fin troppe band conoscono: perdita di ispirazione e desiderio di rinnovare la proposta per trovare nuove soluzioni e vie alternative all’asfissia compositiva. Purtroppo, in questo lo stile di Marcolin non aiutava affatto, essendo invece l’elemento più statico e immutabile di una formula che, già di per sé, risultava cristallizzata. I problemi personali e il comportamento non certo esemplare del cantante portarono quindi all’inevitabile separazione. Come di sua natura, Leif Edling non si scoraggiò affatto e, anzi, proprio l’occasione dell’uscita di Marcolin sembrò risollevare lo spirito del bassista, leader e quasi unico compositore, che nonostante tutto, riuscì in poco tempo a ritrovare la giusta ispirazione per comporre nuova musica e affidarla ad un nuovo singer, lo splendido Thomas Vikström, cantante dal curriculum lunghissimo, del quale citeremo solo Stormwind, Brazen Abbott e Therion.

In questa ottica, dopo aver chiuso un’era con la pubblicazione del Live, il nuovo nato Chapter VI già dal titolo avrebbe dovuto semplicemente rappresentare un nuovo capitolo della storia dei Candlemass, arrivati al terzo cantante e quindi assolutamente intenzionati ad andare avanti e a scrivere nuove pagine della loro personale epopea. In effetti, i cambiamenti stilistici contenuti nell’album, rispetto a quanto fatto in precedenza, sono abbastanza relativi, per quanto fin da subito identificabili: sonorità appena più terrose e catacombali, con una distorsione appena più sporca e ruvida che in precedenza, l’inserimento in pianta stabile di tastiere che accompagnano praticamente ogni canzone del disco e in qualche caso si presentano anche in fase solista e, naturalmente, un cantante dall’approccio e dalla timbrica che difficilmente avrebbe potuto essere più vicino all’incrocio perfetto tra il primo singer Johan Längqvist e l’uscente Messiah Marcolin. Figlio di un vero tenore d’opera, infatti, Vikström possiede una tecnica canora superiore ai suoi due predecessori e riesce ad emulare sia lo stile operistico di Marcolin sia quello più sporco e intimista di Längqvist, dimostrandosi cantante heavy metal a tutto tondo, dotato di una ottima estensione e di un timbro caldo e ruvido al tempo stesso, che si adatta perfettamente alle tipiche sonorità doom dei Candlemass. Un traghettatore verso nuove avventure che sembrava quindi capace di rendere a livello interpretativo tutte le diverse sfumature del sound degli svedesi.
L’album chiamato a rilanciare le ambizioni degli svedesi si apre alla grande con The Dying Illusion, classico uptempo di casa, che non fa che confermare quanto tutto dovesse cambiare per rimanere uguale: d’altra parte è evidente che le linee vocali interpretate da Vikström sono quelle già modellate per Marcolin. Il nuovo arrivato fa comunque valere tutta la propria strepitosa vocalità dimostrandosi non solo valido sostituto, ma in un certo senso dando ragione sulla scelta compiuta nell’attribuirgli un così scomodo scranno sul quale sedere. Appena meno convincente Julie Laughs No More, che a fronte dell’ennesimo clamoroso riff, sembra non riuscire a trovare una propria soluzione melodica e resta quasi anonima, nell’eccellenza del songwriting di Edling. Ad una leggera claudicanza, ecco che i Candlemass rispondono sfoderando un vero e proprio capolavoro: Where the Runes Still Speak è un brano che senza dubbio va ad affiancarsi ai migliori classici della band e qui Vikström giganteggia letteralmente, con una prestazione clamorosa che sposa una composizione epica ed evocativa ai massimi livelli, con il solo difetto di regalare forse un minuto di troppo al proprio trionfo. Segue The Ebony Throne che nel riff iniziale presenta un giro di tastiera seventies piuttosto peculiare che non ritroveremo più nello sviluppo del brano: anche in questo caso è evidente come Vikström si trovi ad interpretare linee melodiche scritte per un’altra voce, cavandosela in maniera più che egregia. Da segnalare comunque anche l’ottima prestazione della sezione solista, con un Johansson tanto efficace quanto misurato nell’esaltazione tecnica. Pezzo non trascendentale, ma comunque valido e dal refrain azzeccato. Decisamente più complessa nella struttura la seguente Temple of the Dead, brano che avvia sempre da un giro di tastiera, per dare poi vita ad un riff portante che potrebbe ricordare lo scorrere di un fiume o il movimento di serpenti nella sabbia per il suo ondeggiare ossianico. Si fa notare nello sviluppo un richiamo abbastanza evidente a sonorità seventies che ben si adattano alla voce del cantante e fanno da contraltare all’ispirazione prettamente heavy delle parti solistiche. Il ritorno continuo al riff iniziale sembra voler dividere il brano in varie sezioni, con gli ultimi minuti che sembrano ripercorrere lo stesso sviluppo della prima parte, salvo poi invece lasciare una coda strumentale enfatica e minacciosa. Nel complesso, un brano particolare, che forse non risulta pienamente riuscito nella costruzione, ma offre molti spunti interessanti. Tutt’altro avviso per la seguente Aftermath, che fa la sua forza nel refrain, assolutamente coinvolgente e quasi catchy per gli standard dei Candlemass, ma è l’utilizzo della chitarra acustica a dare il valore aggiunto alla canzone, con le parti strumentali a donare una sensazione di abbandono decadente, come quello appunto di un armistizio che lascia vuoti i campi di battaglia devastati dalla furia della guerra. Ancora una volta è giusto sottolineare l’ottima prova di un Vikström dai polmoni d’acciaio, che ancora più faranno la differenza nella successiva Black Eyes, traccia decisamente più veloce e che rialza i bpm dell’album e che trova nel dinamismo e nell’interpretazione clamorosa del singer le proprie chiavi di volta. Chiude una ottima The End of Pain, nella quale forse per la prima volta nell’album, si può sentire una linea melodica che non sembra scritta per Messiah Marcolin e che forse poteva essere rivelatrice di un futuro sviluppo negli orizzonti dei Candlemass. Un futuro che invece prenderà una piega del tutto diversa.

Le premesse per rilanciare le ambizioni dei Candlemass e trovare di conseguenza un nuovo corso che aprisse nuovi orizzonti alla propria storia c’erano tutte. Chapter VI è un disco che al netto di qualche brano non eccelso, ma comunque ben più che buono e assai lontano dall’essere un riempitivo, assolutamente non sfigura accanto ai classici della prima ora e trova in Thomas Vikström un interprete di alto livello che avrebbe meritato di vedersi riconosciuto un ruolo di primaria importanza in una auspicata rinascita. Purtroppo, le cose andranno in maniera diametralmente opposta e l’album fu un tale insuccesso di vendite da mettere fine alla prima parte della carriera dei Candlemass, spingendo Leif Edling a dedicarsi a tempo pieno ai propri Abstrakt Algebra. I motivi di un tale tonfo possono essere diversi, dal dispiacere per l’uscita di Marcolin che comunque agli occhi di tanti fan resta il solo vero cantante del gruppo, al periodo storico di riferimento, nel quale il doom metal dei Candlemass “soffriva” in qualche modo la concorrenza dell’ondata stoner in arrivo da un lato e quella del death/doom dall’altro oppure, ancora, una naturale “stanchezza” verso una band comunque al sesto album, dopo una non esaltante accoglienza anche per il precedente Live o ancora una copertina tutt’altro che invitante, che abbandona lo stile dei precedenti per un minimalismo piuttosto anonimo. Tutto può essere e in ogni caso per gli stessi Abstrakt Algebra il successo rimarrà di gran lunga un’utopia. Resta comunque un vero peccato che Chapter VI abbia pagato uno scotto così grande senza avere demeriti propri e, anzi, dimostrandosi ancora oggi album assolutamente da avere e rivalutare all’interno della discografia di una delle più grandi metal band di tutti i tempi.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
86.5 su 4 voti [ VOTA]
Aceshigh
Domenica 24 Marzo 2019, 9.37.25
5
Ottimo album, quanto sfortunato. Volenti o nolenti un frontman come Marcolin, per via di una timbrica unica, per via anche della presenza scenica, era stato fino a quel momento uno degli elementi caratterizzanti della band, anche musicalmente. Ai followers dell'epoca ascoltare il nuovo Candlemass senza la sua voce sarà potuto sembrare... "strano"; il che probabilmente non avrà aiutato l'affermazione di quest'album, calcolando pure che in quegli anni sono state tante le bands provenienti dal decennio precedente che hanno dovuto affrontare momenti di grandissima difficoltà. Tornando a Chapter VI, Vikstrom si dimostra degno sostituto; un paio di brani poco efficaci nella seconda parte abbassano un po' la media generale di quello che però rimane un gran bel disco : The Dying Illusion e Where The Runes Still Speak sono due pezzi che assolutamente non sfigurano accanto ai grandi classici della band. Voto 82
OathBound
Sabato 23 Marzo 2019, 23.48.51
4
Disco clamoroso, mai capito perché così sottovalutato da Edlling stesso. Where the Runes still Speak varrebbe all'album 98 anche se le altre canzoni fossero tutte di Gigi D'Alessio.
Diego75
Sabato 23 Marzo 2019, 22.38.07
3
I dischi anni 90 dei Candlemass a me piacciono tutti...anche se si discostano leggermente dal sound classico della band... ma alla fine hanno quel leggero tocco di freschezza niente male!
gianmarco
Sabato 23 Marzo 2019, 20.24.46
2
c manca dactylis glomerata .
tino
Sabato 23 Marzo 2019, 16.12.14
1
Un disco che parte bene con pezzi strepitosi poi si perde verso la fine con brani abbastanza anonimi, era difficile fare meglio dopo i primi 4 capolavori, specialmente senza il messiah, c'è ancora l'impronta vincente ma evidentemente qualcosa si è inceppato. Comunque vikstrom offre una prestazione ottima, un cantante troppo sottovalutato, ottimo nei therion
INFORMAZIONI
1992
Music for Nations
Doom
Tracklist
1. The Dying Illusion
2. Julie Laughs No More
3. Where the Runes Still Speak
4. The Ebony Throne
5. Temple of the Dead
6. Aftermath
7. Black Eyes
8. The End of Pain
Line Up
Thomas Vikström (Voce)
Lars Johansson (Chitarra)
Mats Björkman (Chitarra)
Leif Edling (Basso)
Jan Lindh (Batteria)
 
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