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Unhold - Here Is the Blood
27/03/2019
( 533 letture )
“Adelante con juicio”… ci scuseranno, gli accaniti lettori dei Promessi Sposi, se ci permettiamo di scomodare uno dei più noti aforismi manzoniani e di utilizzarlo in un contesto del tutto differente, ma ci sembra che le proverbiali parole pronunciate dal Gran Cancelliere Antonio Ferrer all’indirizzo del cocchiere Pedro inquadrino molto puntualmente la traiettoria artistica di una band svizzera che zitta zitta ha ormai varcato la soglia tutt’altro che banale del quarto di secolo di carriera, sia pure senza abbandonare una dimensione tutto sommato di nicchia e rimanendo sempre discretamente lontana dai riflettori della metal ribalta internazionale. Concentrato sulla manipolazione di una materia sludge contraddistinta da una solida base core ad alto tasso di abrasività ma non del tutto impermeabile a contributi in arrivo dal versante della potenza e, in misura decisamente minore, da quello melodico, l’allora quartetto di Berna ha attraversato i lustri con una proposta inquadrabile a grandi linee come un tentativo di incontro tra Crowbar e Kylesa (con decisa prevalenza di quest’ultima pietra di paragone), guadagnando ad ogni rilascio qualche grammo di personalità e allargando progressivamente l’orizzonte dell’ispirazione.
Se infatti le sfuriate core erano state lo straripante tratto distintivo della doppietta d’esordio Walking Blackwards/Loess, già a partire da Gold Cut i Nostri cominciano a varcare sempre più spesso i confini del post metal, mantenendo comunque tesi i muscoli ma non disdegnando un lavoro in punta di cesello sulla componente atmosferica. Ad aspettare al (decisivo) varco gli Unhold, però, c’era un incontro inevitabilmente destinato a diventare fatale e non certo per la mera “variazione numerica” di una line up passata da quattro a cinque elementi: il quarto album, infatti, segna l’ingresso nel roster di Miriam Wolf e immediatamente l’asticella della qualità ha ricevuto un’irresistibile spinta verso l’alto, svelandoci una band ormai pronta ad abbandonare le secche dell’apprendistato e ad avventurarsi con armi proprie nella metal arena. Reduce da un’esperienza ahinoi troppo breve in un moniker culto del calibro dei Crippled Black Phoenix (assolutamente da applausi la sua prova al microfono in Of a Lifetime, cover dei Journey che impreziosisce ulteriormente il comunque ottimo nella sua interezza Live Poznan), la vocalist/tastierista rossocrociata è entrata con la dovuta discrezione in meccanismi rodati ma che avevano forse bisogno di un terminale in più, a cui affidare le sorti di una formula condivisa con troppi emuli.

Ecco allora che Towering aveva assunto i tratti della pista di rullaggio ideale prima di spiccare definitivamente il volo (brani come Voice Within e Dawn illustrano con dovizia di particolari il livello di maturità raggiunto) e oggi, a tre anni di distanza, questo Here Is the Blood certifica l’accesso degli Unhold nella mai troppo affollata cerchia degli artisti che meritano ben più di un ascolto distratto. E la ripetizione degli ascolti è anche la chiave per entrare in sintonia con un lavoro articolato su una molteplicità di contributi e suggestioni che, se non sufficientemente metabolizzate, rischiano di spiazzare chi si accosti a queste otto tracce aspettandosi una granitica e ostinata fedeltà ai canoni di un genere. E’ allora assolutamente opportuno prendere con le dovute cautele anche la catalogazione a cui noi stessi abbiamo fatto ricorso, intendendo il post metal come approdo prevalente ma tutt’altro che esclusivo e, anzi, continuamente messo in discussione in un gioco di contaminazioni che non mancheranno di mettere alla prova puristi e ortodossi. Se è vero, infatti, che il permanere della pur calante eredità sludge/core del passato non è ovviamente in contraddizione con metamorfosi a sfondo post (vengano alla cattedra per l’interrogazione Neurosis, Cult of Luna e, soprattutto, Amenra), il discorso è meno lineare rispetto alle più che robuste iniezioni doom che in molte occasioni occupano il centro della scena, oltretutto declinate spesso in quella forma “esoterica” caratteristica dei gruppi che si affidano a un’ugola al femminile per incamminarsi sulle orme sabbathiane (qui valgano per tutti i nomi di Jex Thoth e Subrosa).
Con questa premessa, è già sufficientemente chiaro come il ruolo di Miriam Wolf risulti dilatato in confronto al predecessore e di questo incremento si giova l’intero platter, che può ora sfoderare un’invidiabile batteria di registri grazie all’alternanza di scatti claustrofobici, acidi sfoggi muscolari e improvvise sospensioni del ritmo che aprono squarci in cui penetra una delicata vena lirico/melodica dagli esiti non troppo lontani dalle diafane astrazioni di casa Black Mare (e forse il parallelo complessivamente più immediato per la prova di Mara è proprio con una signora dei chiaroscuri come Sera Timms). A fare da contraltare alle sfumate trasparenze del cantato al femminile provvede lo scream della coppia Tschuor/Thöni, con la cui spigolosità non è oggettivamente facile entrare subito in sintonia, complice un retaggio core del passato in apparenza non del tutto in linea con i nuovi orizzonti sonori della band, ma che alla lunga convince nella sua veste di potente antidoto a qualsivoglia spinta alla liofilizzazione.

E di cosa siano capaci gli Unhold nei loro momenti migliori, quando cioè melodia, propensione a una discreta monumentalità delle strutture e improvvise incursioni di flash allucinati si amalgamano creando un’atmosfera dalla densità in costante mutamento, è chiarito subito dall’opener Attaining the Light, che conquista la palma di diamante della compagnia grazie alla perfetta compenetrazione tra un avvio doom carico di riflessi misterici (con la sacerdotessa Wolf magnificamente impegnata a celebrare il rito del distacco dalla consapevolezza del “sé”) e una seconda parte in cui la materia riprende con prepotenza il sopravvento. Non troppo lontane negli esiti sul fronte del coinvolgimento emotivo, anche Hunter e Altar regalano sprazzi di gran classe (davvero ottimo il taglio vocale da “rocker settantiana” sfoderato da Mara nella prima, riuscitissima l’incastonatura space che nobilita il finale della seconda), ma anche il resto della tracklist è in grado di mantenere sempre alto il livello della soglia di attenzione, sia che il quintetto decida di maneggiare lo sludge con un piglio di marca Kylesa (Convoy), sia quando ne scandagli gli anfratti meno potabili (Pale), sia allorché si abbandoni a rarefazioni di ascendenza alcestiana (Deeper In). Qualche perplessità in più circonda Curse of the Dime, dove non convincono del tutto le movenze da “grunge ballad” con annesse concessioni all’easy listening, ma sull’altro piatto della bilancia possiamo senz’altro collocare le splendide traiettorie ipnotiche disegnate dalla conclusiva The Chronic Return, in cui le sei corde impegnate a tessere una rete drone/ambient incrociano i rintocchi malinconici di un pianoforte che dispensa poesia a pieni rintocchi.

Un’accelerazione improvvisa in un percorso di crescita comunque già in essere fin dall’ormai lontano debutto, un riuscito punto di incontro ed equilibrio tra non rinnegate radici core e innesti melodico/atmosferici trattati tenendosi a debita distanza dalla tentazione di appiattirsi sulla tradizione post di maniera, Here Is the Blood è un album che merita un doveroso appunto sui taccuini degli amanti delle declinazioni “laiche” dei confini tra i generi. Per inquadrare la loro musica, gli Unhold utilizzano la definizione “Alpine Distortion”, concordiamo, ma non per sole distorsioni e dissonanze, si brilla al di là delle Alpi…



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Czar of Bullets
Post Metal
Tracklist
1. Attaining the Light
2. Convoy
3. Deeper In
4. Curse of the Dime
5. Hunter
6. Pale
7. Altar
8. The Chronic Return
Line Up
Thomas Tschuor - (Voce e chitarre)
Philipp Thöni (Voce e chitarre)
Miriam Wolf (Voce e tastiere)
Reto Wittwer (Basso)
Dani Fischer (Batteria)
 
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