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John, the Void - III - Adversa
05/04/2019
( 1458 letture )

Differently from the previous releases, the general sound and the whole concept isn’t oriented on a sci-fi/visionary feel, but it’s based on a more-concrete sense of despair, where the human kind must face the irreparable sense of helplessness against the fate, the pain, the loss, the guilt, and the exhausting war to conquer a moment of peace.

Rivoluzione copernicana o innesti innovativi con l’obiettivo di arricchire di nuovi riflessi una base sostanzialmente confermata? Il dubbio (e qualche brivido) è sorto spontaneo, alla lettura di quel “Differently from…” su cui hanno puntato i John, the Void per presentare il terzo cimento discografico di una carriera apparsa fin da subito più che promettente. Di questi ragazzi di Pordenone ci eravamo occupati poco più di due anni fa in occasione del loro debutto sulle lunghe distanze di un full length, chiudendo la recensione di II con la certezza di aspettarci da loro grandi cose, per il futuro. Beninteso, non che chi scrive abbia da rivendicare o vantare particolari doti divinatorie in virtù di uno scranno occupato in un ipotetico consesso di metal aruspici, ma era apparso subito chiaro come il patrimonio genetico della band fosse impreziosito da dosi fuori dal comune di coraggio, personalità e maturità, tali da consentire fin da allora alla proposta di aspirare a una dimensione potenzialmente internazionale. Opportunamente collocabili in quel filone post metal ad alta propensione cinematografica che vede da anni i Cult of Luna nei panni dei saccheggiatori seriali di statuette premio per la miglior regia, i John, the Void non si erano in realtà limitati a incamminarsi sulle orme dei Maestri svedesi, ma avevano scelto un approccio alla materia fortemente sbilanciato sul versante “distopico” dell’ispirazione, trasmettendo perfettamente in musica quel senso di claustrofobica ansia che è da sempre la cifra stilistica imprescindibile per tutte le narrazioni orientate a descrivere un futuro in cui catastrofi assortite o scelte sciagurate abbiano costretto l’umanità a una desolata sopravvivenza, privandola del libero arbitrio e condannandola a una realtà segnata da un freddo, pseudo-scientifico determinismo nel nome di un (presuntamente) necessario ordine civile o morale. Se però, stando alla dichiarazione d’intenti della band, in passato disperazione, sofferenze e dolore erano visti in una sorta di prospettiva-incubo, ora il focus si sposta sulle fatiche quotidiane di una specie che non ha evidentemente bisogno degli effetti speciali della fantascienza per incontrare il lato oscuro della propria condizione.

Ecco allora l’annunciato cambio di “inquadratura” a cui si accennava in premessa, ma tutti quelli (e noi tra loro…) che avevano apprezzato le atmosfere di II possono stare tranquilli, i John, the Void di questo III - Adversa non stravolgono gli assi portanti della loro proposta e confermano tutti i punti di forza sfoderati nel precedente capitolo. Non che i cambiamenti siano complessivamente impercettibili o del tutto assenti, ma la sensazione a fine ascolto è che i Nostri mantengano solidissime radici nei quartieri post metal a più alto tasso di visionarietà malsana e allucinata, sondando anche stavolta e riportando sul pentagramma vaneggiamenti e ossessioni di menti a rischio costante di tracollo e conseguente deriva patologica.
Se è pur vero, allora, che la pesantezza cadenzata figlia di un doom di rigorosa ascendenza scandinava si affaccia ora convintamente e occupa il centro della scena in diversi passaggi (valga qui per tutti l’andamento dell’opener Shapeshifter) e che, rispetto al passato, le suggestioni drone fanno registrare un discreto arretramento (giocando comunque un ruolo da protagonista nell’ipnotica titletrack), è altrettanto vero che il quintetto non rinuncia mai ai contributi in arrivo dai quadranti sludge e core, creando in ultima analisi una mescola decisamente ostica e destinata a rendere problematici eventuali ascolti occasionali. In quest’ottica, l’ago della bussola dei riferimenti più immediati tende così a spostarsi dal punto cardinale Cult of Luna e si dirige piuttosto verso il campo magnetico Amenra, con tutto il corollario di distorsioni e dissonanze alternate a improvvise dilatazioni atmosferiche che caratterizzano l’ormai ventennale percorso di ricerca del combo belga.
Fango, vapori mefitici, luci sinistre che illuminano obliquamente un paesaggio desolato e, sull’altro piatto della bilancia, un rapporto costante con la melodia che, lungi dal prospettare una possibile via di fuga dalla durezza della realtà, accresce piuttosto il senso di smarrimento: sono i classici ingredienti che in più occasioni abbiamo indicato come chiave di volta “psichedelica” della creatura guidata dalla coppia Van Eeckhout/Vandekerckhove e che gli amanti del genere ritroveranno in diversi anfratti di III – Adversa (e che immaginiamo con pochi timori di smentita siano in grado di esaltare le prove live, altro cavallo di battaglia dei fiamminghi). L’approdo nella galassia Amenra, oltretutto, risolve uno dei potenziali problemi che avevamo rilevato occupandoci di II e che ci avevano spinto ad auspicare per il cantato qualche “passaggio morbidamente lirico” che accompagnasse i momenti di calo della tensione, ma in questa dimensione l’ugola del singer Marco Zanella può tranquillamente tormentare a tempo pieno e con sommo costrutto le trame dei brani con il suo costante carico di spigolosa abrasività che conferisce all’impasto un suggestivo e più che apprezzabile retrogusto black (semplicemente incantevole lo scontro armonia strumentale/asprezza vocale messo in campo in Silent Bearer, prima di un finale dalle forti tinte agallochiane).
Non vanno comunque in ogni caso sottovalutate le persistenti devozioni Cult of Luna, che si materializzano in tutta evidenza nel binomio potenza-effettistica sprigionato in Dark City of Error così come nella graniticità delle strutture di Cursed, che peraltro imbarca strada facendo robuste iniezioni doom sfociando in una chiusura quasi spettrale. L’altro lato dello spettro, cioè quello che depone le armi dell’impatto e punta tutto su traiettorie raffinate al limite dell’eleganza, è saldamente presidiato dalle spire ambient/space di A Cold Becoming, traccia non a caso strumentale in cui i Nostri affrontano senza problemi la sfida del post metal meno muscolare accantonando per un attimo i richiami ancestrali dello sludge (e finendo non troppo distanti dalle linee narrative di Rosetta e Russian Circles). Completa il lotto la perla cinematografica della compagnia, A Permanent Change, tredici minuti di pura alterazione delle percezioni visive e temporali in un trionfo lisergico che, dopo un ultimo sussulto black sottolineato dal drumming ossessivo di Enrico Fabris, va a morire nello sciabordio di piccole increspature drone.

Seconda tappa di una carriera avviata sotto i migliori auspici e che riceve ora ulteriore slancio superando a pieni voti la sempre temuta “prova sophomore”, una doppia anima che riflette alla perfezione l’eterno scontro tra la fatica di un’esistenza in un universo materialmente sensibile e l’irriducibile spinta dell’umana natura alla trascendenza, III – Adversa è un album che attraversa i confini tra i generi regalando ad ogni ascolto sensazioni nuove in caleidoscopica dissoluzione e conseguente ricomposizione. Una tappa obbligata, per chi abbia già avuto la fortuna di incontrare i John, the Void tra i solchi o sotto un palco, un’ottima occasione per incontrarli, per tutti quelli che non li avessero ancora localizzati, sulle post metal mappe d’autore.




VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
90 su 1 voti [ VOTA]
Graziano
Venerdì 5 Aprile 2019, 19.04.34
3
Recensione ottima che invoglia. Approfondirò.
Red Rainbow
Venerdì 5 Aprile 2019, 18.41.04
2
@Graziano: refuso nel campo "classificazione" sistemato, è post metal, ovviamente... 😉
Graziano
Venerdì 5 Aprile 2019, 18.17.45
1
Ak ok, ho capito chi sono. Mi ero fatto fuorviare dalla classificazione in AOR.
INFORMAZIONI
2019
Argonauta Records
Post Metal
Tracklist
1. Shapeshifter
2. Dark City of Error
3. Adversa
4. Silent Bearer
5. A Cold Becoming
6. Cursed
7. A Permanent Change
Line Up
Marco Zanella (Voce, Tastiera)
Matteo Burigana (Chitarra)
Marco Verardo (Chitarra)
Andrea Pasianot (Basso)
Enrico Fabris (Batteria)
 
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