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The Sins of Thy Beloved - Lake of Sorrow
06/04/2019
( 671 letture )
Until the dark
I'm searching for my love
Under the stars
I'm fading all apart
My heart is stolen
Taken away
Like they said
When I have found
As we stay there
Turn the faith in love


Mettiamola come preferite.
È oggettivamente difficile ignorare la potenza di un sentimento complesso come l'amore.
Arduo conoscere le vere statistiche in merito, ma, la musica di qualsiasi genere e periodo ha sempre avuto un rapporto stretto con “ciò che move il sole e l'altre stelle”, elevandolo -nel processo di rielaborazione- a picchi inimmaginabili o mercificandolo, rendendolo una delle “tre parole” che hanno tormentato i sogni di vari appassionati italiani di musica all'inizio del nuovo millennio.
Pochi anni prima, ancora nel vecchio millennio, in Norvegia, più precisamente a Bryne (un paese a circa venticinque km da Stavanger), pubblicavano il loro esordio i The Sins of Thy Beloved.
La band era nata un paio d'anni prima, ispirandosi al percorso dei loro compatrioti Theatre of Tragedy, che proprio in quell'anno avevano pubblicato il fondamentale Velvet Darkness They Fear.
Sarebbe forse riduttivo considerare i The Sins of Thy Beloved dei semplici epigoni dell'allora band di Liv Kristine, ma l'influenza nel loro sound è chiaramente constatabile.
Possiamo quindi considerarli parte di quella corrente di metal norvegese che ha deciso di “andare contro” alla tendenza nazionale legata al metal più estremo e cercare invece di ibridare elementi comunque “spinti” all'interno di strutture ondivaghe tra il death/doom e gli spunti sinfonici.
La ricetta perfetta per il gothic metal scandinavo insomma, che in quello stesso 1998 dava alla stampe anche opere come Widow's Weed dei Tristania.
Ma torniamo all'amore.
Definire i The Sins of Thy Beloved “pessimisti” in tal senso sarebbe -leggermente- eufemistico. Il focus primario della loro narrazione è infatti il coping dei protagonisti delle loro storie con gli elementi più tragici che possono essere insiti all'interno di un rapporto amoroso: impossibilità nel concretizzare la relazione, decessi improvvisi e tradimenti.
Da un punto di vista testuale, a differenza di altri loro colleghi, non è tanto la drammaticità ad essere enfatizzata, quanto più le conseguenze emotive delle situazioni descritte, che sfociano in lyrics che sembrano uscite dalla penna di una persona nel mezzo di un periodo di depressione.
Ciò non viene però banalizzato e sembra dimostrarsi in grado di svolgere appieno un suo -possibile- ruolo catartico.

La componente strumentale va di pari passo con i testi, creando atmosfere particolarmente riuscite e un insieme che mostra anche spunti di originalità considerevoli, con elementi che differenziano anche notevolmente i The Sins of Thy Beloved dai compatrioti.
È importante sottolineare sin da subito come il risultato finale sia l'amalgama dell'operato di ben otto musicisti, una formazione molto estesa se consideriamo la media del genere.
Non è tanto la sezione di strumenti più classicamente metal ad essere affollata, quanto quella che si occupa del lato sinfonico, con addirittura due tastieristi/pianisti (Anders Thue e Ingfrid Stensland) e un violinista Pete Johansen, quest'ultimo garantisce al sound un'autentica marcia in più, specie considerando quanto più efficace sia l'esecuzione di un violino vero rispetto alle parti di archi sintetizzate dalle tastiere (che comunque non mancano).
Proprio lo strumento di Johansen rappresenta l'ancora fondamentale della componente sinfonica e ciò appare chiaro sin dai primi istanti dell'opener My Love (episodio più lungo del platter, con i suoi oltre nove minuti). Il violino viene impiegato praticamente da solista e si fa carico di portare avanti le linee melodiche principali in assenza della voce femminile, creando così parti particolarmente struggenti, arricchite da un tremolio quasi incerto dell'archetto che evoca benissimo le sensazioni di incertezza vissute dal protagonista del brano (ascoltare Worthy of You per credere).
A pianoforte e tastiere la coppia Thue/Stensland lavora per creare orchestrazioni avvolgenti (Lake of Sorrow) e passaggi di pianoforte semplici ma efficaci (Until the Dark). Nel complesso la loro è un'esecuzione al servizio del sound, non ci sono particolari virtuosismi e sembra anche difficile capire il perché di due musicisti che si occupino degli stessi strumenti a fronte di questo tipo di arrangiamenti, ma il risultato è stato meritevole, quindi inutile sollevare obiezioni.
Alle chitarre Glenn Nordbø e Arild Christensen impostano un riffing quadrato e “doomy”, senza particolari exploit solisti fatti salvi alcuni gradevoli arpeggi (Silent Pain ad esempio). Le loro parti sembrano uscite dal manuale del chitarrista death/doom, il che non è necessariamente un elemento negativo, considerando quanto bene si amalgamino nella coralità del disco.
Più complesso invece il lavoro di Ola Aarrested, che traccia delle linee piuttosto slegate dalle sei corde, contribuendo con un suono rotondo e grave a scandire l'andamento dei brani, come fosse il vero cuore pulsante della sezione ritmica. Anche qui, non ci sono virtuosismi, ma buon gusto nell'interpretazione e nella scelta delle occasionali variazioni.
Più lineare invece la prova di Stig Johansen dietro le pelli, che si dimostra un valido “accompagnatore”, in grado di accelerare quando necessario (sentire la doppia cassa in The Kiss ad esempio) ma complessivamente non troppo fantasioso nella scelta dei filler.
Il comparto vocale è invece il classico Beauty (Anita Auglend) and the Beast (Glenn Nordbø), con i due interpreti a darsi spesso il cambio per ricercare, nell'arrangiamento delle voci, il massimo della drammaticità.Nordbø sostiene le parti più “violente” con un mid-growling abbastanza sporco, un tantino monocorde ma deciso nell'interpretazione (ricorda un Anders Jacobsson meno teatrale).
Anita invece ricorda non poco -come modo di cantare- la sua connazionale Liv Kristine, risultando però forse più eterea nel timbro e più cupa nell'interpretazione, dei leggeri delay hanno reso la sua prova ancora più d'atmosfera e nel complesso hanno valorizzato delle linee arrangiate su un range non estremamente ampio, ma perfettamente consono al tipo di canzoni.

La produzione di Lake of Sorrow è -considerando l'anno di uscita e il genere- piuttosto raw.
Di base, una quantità tale di musicisti tenderà a generare una struttura parecchio “densa”, difficile da gestire in fase di mix. Tale fattispecie si è concretizzata, ed è stata gestita in maniera accettabile, con scelte che hanno comunque garantito una buona possibilità di godere delle varie parti (per quanto non sempre in modo chiarissimo).
Ad orecchio i suoni -seppur interessanti da un punto di vista timbrico, soprattutto il violino- non paiono rifiniti o patinati, elemento che si nota soprattutto nella distorsione molto spigolosa delle chitarre, con una nuvola di alte frequenze indefinita che ogni tanto va creare un po' di confusione con i suoni acuti della parte sinfonica (ci sono anche continui episodi di controfase, ma con un risultato finale così denso era inevitabile).
L'elemento che però caratterizza maggiormente il lavoro in studio per Lake of Sorrow è la scelta della band di optare per un mastering molto leggero e con pochissima compressione. Ciò ha generato un'immagine stereo talvolta leggermente sbilanciata tra destra e sinistra e soprattutto ha preservato diverse dinamiche degli strumenti (scelta fatta probabilmente per valorizzare il violino). Il risultato è un album che suona interessante su impianti hi-fi, ma per “tirare fuori i dettagli” con impianti più commerciali dovrete alzare molto il volume di riproduzione (ammesso che abbiate casse abbastanza grandi da gestire delle basse frequenze piuttosto ricche).
Insomma, una scelta in controtendenza con l'attuale loudness war, ma che indubbiamente farà piacere ai puristi.

Lake of Sorrow è un'opera prima, con tutti i pro e contro del caso.
Nasce sulla scia dei Theatre of Tragedy e in mezzo ad una corrente che stava in quel momento raggiungendo il suo picco, riesce a differenziarsi abbastanza da poter dire la sua senza sembrare un clone, ma rimane un lavoro di nicchia come la band che l'ha inciso.
È complicato capire perché negli anni i The Sins of Thy Beloved siano rimasti un nome di seconda fascia rispetto ai Tot e ai Tristania, forse per la brevità della loro carriera (conclusasi dopo il successivo Perpetual Desolation), forse per lo spazio “consumato” dalle altre band. Difficile da stabilire a vent'anni di distanza.
Il loro lavoro rimane però una chicca da scoprire e che tutti gli amanti del gothic metal dovrebbero valorizzare. Al di là dei piccoli difetti a cui si alludeva in precedenza, si tratta di un'opera in grado di trasmettere emozioni e sensazioni vere, lasciandoci addosso quelle sensazioni che solo la decadenza di certa musica riesce a trasmettere.


In my eyes you see no pride
In my eyes you see no light
In my eyes you see a tear
In my eyes you see my fear
In my eyes you see my love
In my eyes you see no plight
In my eyes you see my hate
In my eyes you see my fate



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
85.33 su 3 voti [ VOTA]
valz
Mercoledì 10 Aprile 2019, 15.46.35
2
non sono certo gli inventori del GM, ma ne sono stati tra i primissimi esponenti storici. peccato vedere come simili lavori, siano quasi finiti nel dimenticatoio. grande disco, uno dei migliori nel suo genere, malinconico, romantico, sognante. trovo oltretutto la produzione azzeccata, vecchio stampo. quando ogni album aveva un suo colore, una sua personalità ed una sua atmosfera. ben distante dalla plastichina standardizzata e fredda dei giorni nostri...
gianmarco
Lunedì 8 Aprile 2019, 21.38.00
1
interessanti ,darò una ascoltata .
INFORMAZIONI
1998
Napalm Records
Gothic
Tracklist
1. My Love
2. The Kiss
3. Worthy of You
4. Lake of Sorrow
5. Until the Dark
6. All Alone
7. Silent Pain
Line Up
Anita Auglend (Voce)
Glenn Nordbø (Voce e chitarra)
Arild Christensen (Chitarra e cori)
Anders Thue (Tastiere e pianoforte)
Ingfrid Stensland (Tastiere e pianoforte)
Pete Johansen (Violino)
Ola Aarrested (Basso)
Stig Johansen (Batteria)
 
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