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Journey - Escape
13/04/2019
( 1714 letture )
Il settimo album dei Journey, Escape, rappresenta senza esagerazioni una delle punte massime dall’hard rock mondiale di tutti i tempi ed è membro fisso della Top 5 del genere AOR. Niente di meno, si tratta di uno di quegli album per i quali esiste un prima e un dopo: in questo caso, diremmo da un lato gli anni Settanta, dall’altro gli anni Ottanta. La sua importanza e bellezza restano ad oggi, a quasi quaranta anni dalla sua uscita, praticamente inalterate, perché incarnano nella totalità un genere e hanno la capacità di riportarci appieno, nel breve volgere di quarantadue minuti, esattamente agli anni nei quali ha visto la luce. Pochi dischi hanno questa capacità evocativa così forte, incarnando un preciso periodo storico e mostrandoci con chiarezza le radici di un genere e le sue successive evoluzioni. Perché in Escape c’è già tutto quello che l’AOR è stato e sarà. Solo per questo, resta uno dei dischi più importanti di sempre.
Strano pensare che tutto questo nasca nel momento in cui il membro fondatore e principale compositore fu praticamente costretto a lasciare. Parliamo naturalmente del cantante e tastierista Gregg Rollie, il quale da perno della band si trovò nel breve volgere di qualche anno ad incarnare lo scomodo ruolo di ospite ingombrante e fu elegantemente fatto fuori dalla casa discografica che prima gli affiancò Robert Fleischmann nel ruolo di cantante e, poi, il ben più incisivo Steve Perry. Il debutto di questi arrivò con Infinity e il grande successo che subito arrise ai Journey, ritrovatisi improvvisamente nelle parti alte delle classifiche, convinse ancora di più che il taglio dovesse essere netto. Fuori quindi Rollie, con Perry che diventa stabilmente voce solista e l’inglese Jonathan Cain, proveniente dallo scioglimento dei The Babys, a completare un trio compositivo da favola, completato dal meraviglioso Neal Schon, chitarrista di qualità semplicemente superiore.
Pubblicato nello stesso luglio del 1981 che vedrà anche la nascita del gemello 4 ad opera dei Foreigner, altro pretendente fisso al trono di miglior album AOR di sempre, Escape è quindi il debutto della nuova formazione e, considerando l’amalgama perfetto, sembra quasi incredibile da dirsi.

Bastano i primi secondi dell’intro di pianoforte di Don’t Stop Believin’, uno degli incipit più noti di sempre, per ritrovarsi fiondati negli anni Ottanta, come se fossimo in un film o ancora meglio in una sorta di macchina del tempo. Eppure, come non provare un brivido quando la chitarra di Schon irrompe per quei pochi, graffiantissimi secondi dopo la prima strofa? Come non giurare che la voce di Steve Perry non possa che essere un angolo di Paradiso caduto sulla Terra per qualche misteriosa ragione? Melodia semplicemente perfetta, che libera solo all’ultimo il refrain vero e proprio del brano, con un crescendo che ascoltato mille volte non perde niente della sua meraviglia. Merito di una costruzione architettata e realizzata da musicisti di un calibro unico e lontano anni luce dalla esibizione fine a se stessa. Singolo dal successo pauroso e canzone che ancora oggi identifica il gruppo, Don’t Stop Believin’ è un classico che tuttora incanta. Ma per rendersi conto che Escape è tutto di livello eccelso basta la successiva Stone in Love, mid tempo dinamico che presenta a sua volta una melodia e delle armonizzazioni stupende, ma cala il suo asso vincente quando improvvisamente si apre ad una coda strumentale che profuma di prog e nella quale Schon realizza un lungo assolo che fa letteralmente schizzare alle stelle il livello del brano, con una classe e una intensità ineguagliabile, mentre Valory si ritaglia il suo spazio inventandosi un suono inedito che accompagnerà tutto il disco rivelandosi piacevole alternativa allo strapotere del trio al comando. Who’s Crying Now è la ballad ideale, quella che ogni band successiva cercherà di scrivere per tutti gli anni Ottanta e oltre, dolcissima e resa credibile da un Perry stratosferico. Dopo tanta melodia, si rialzano i giri con Keep On Runnin’, gran rock sul quale è sempre il cantante a dettare legge iniziando a scaldare la propria infinita estensione. Tempo di calare un nuovo capolavoro assoluto ed ecco Still They Ride: a rischio di ripetersi, come non rimanere stupefatti e rapiti dall’interpretazione di Perry e dal meraviglioso arrangiamento di chitarra di Schon? Quando i due si rincorrono nel refrain, riproducendo e sovrapponendo la stupenda frase portante, con quella irresistibile malinconia di fondo, è impossibile rimanere indifferenti. La seconda parte del disco si rivela decisamente orientata verso una maggior aggressività e difatti il trittico costituito da Escape, Lay It Down e Dead or Alive sembra voler ricordare a tutti che il gruppo resta saldamente ancorato all’hard rock e che anche quando c’è da menare, seppur sempre con una classe cristallina, armonie gigantesche e tastiere comunque in vista, non ce n’è per nessuno. Lo sviluppo della titletrack, che da metà in poi cambia completamente pelle, conferma lo stato di grazia assoluto da un punto di vista compositivo ed esecutivo, con tutto il gruppo a girare su livelli stellari e Schon che si consente un assolo quasi fusion. Pezzo enorme, che comunque deve sgomitare per venir fuori nel mezzo a tanto splendore. Su Lay It Down i cori armonizzati cercano inutilmente di contenere un Perry incandescente che annichilisce migliaia di inutili strillatori raggiungendo vette impressionanti, senza perdere nulla in termini di feeling e calore espressivo. Chiude il trittico Dead or Alive, rock’n’roll aggressivo nel quale è ancora Schon a tenere in mano il volante spingendo gli altri ad una corsa forsennata. Sul finale del disco si apre una doppietta che straccia del tutto ogni pretesa di confronto: Mother, Father è un pezzo che in cinque minuti dice tutto del rock duro, senza rinunciare ad un sentore prog. Pelle d’oca obbligatoria per un capolavoro totale, dall’intensità ancora oggi incredibile, nella quale Smith e Valory aggiungono valore ad un brano da consegnare agli annali. Sembra quasi incredibile, ma c’è ancora spazio per Open Arms, vera pietra di paragone assoluta in termini di ballate: pur nella sua evidente ruffianeria pop, il brano si regge su una melodia talmente perfetta da lasciare senza fiato e senza replica. Chiusura incredibile per un disco incredibile.

Con tre singoli nella Top Ten americana e Open Arms che si piazzerà alla seconda posizione di Billboard per sei settimane consecutive, Escape sarà di gran lunga il maggior successo dei Journey, raccogliendo in poco tempo nove dischi di platino e quindi le nove milioni di copie vendute e raggiungendo la prima posizione nel corso del 1981. La grandezza di Escape non sta comunque nei numeri, ma nella strepitosa prestazione dei cinque musicisti, con uno Schon ai vertici della propria espressività e Steve Perry che, pur alle prese con testi che potremmo definire al limite dello stereotipo, dimostra una convinzione tale che lo identifica come uno dei massimi interpreti di tutti i tempi. I dieci brani che compongono la scaletta sono uno più bello dell’altro e anche se è indubbio che a parte i singoli, sia Mother, Father a restare nella memoria, non c’è una sola canzone che non sia eccellente. Cosa ancora più significativa, Escape ha stabilito uno standard così elevato, che chiunque sia venuto dopo non ha potuto far altro che paragonarsi ad esso, cercando quasi sempre inutilmente di raggiungere quel livello di perfezione. Disco da avere e amare senza possibilità di pentimento, capolavoro proprio perché incarna ed identifica un suono che rappresenta un’epoca connaturandosi ad essa e creandone l’identità.



VOTO RECENSORE
95
VOTO LETTORI
98.11 su 9 voti [ VOTA]
Luka2112
Martedì 9 Luglio 2019, 23.45.47
27
Album incredibile ,non solo uno dei manifesti sonori più vividi di un’epoca, ma in assoluto uno dei dischi più belli dell’ intera scena americana non solo rock, inutile soffermarsi sui dettagli è tutto perfetto , coronato dalla grande voce di Steve Perry, uno dei cantanti più incredibili di sempre, accompagnato da una band maiuscola. Quanto ai brani Set list da urlo. Dove svetta un capolavoro come Mother Father.
Philosopher3185
Mercoledì 24 Aprile 2019, 20.04.18
26
Un altro capolavoro,che qui' non è stato recensito,è Departure..
Maiden1976
Giovedì 18 Aprile 2019, 10.30.57
25
va bè qui siamo fuori concorso, l'unico voto possibile è 100 Per favore correggete subito e aggiungete quei 5 punti immediatamente!
Philosopher3185
Mercoledì 17 Aprile 2019, 23.11.08
24
Poco da dire..questo album fa parte delle "tavole della legge" di qualsiasi appassionato di Rock e sopratutto di AOR;Neal schon ha un tocco incredibile ed un grandissimo compositore,di Steve Perry si puo' solo dire che è stato una delle piu' grandi voci del genere rock in generale,in grado di graffiare e urlare ma anche di cavarsela alla grande nelle ballad(cosa non da tutti)..
jaw
Martedì 16 Aprile 2019, 23.53.30
23
Maurizio che questo disco abbia cambiato il suond radiofonico USA, e sia accettato dei classici heavy rockers italici che hanno sempre seguito l'hard metal e' sicuro, per il 4, cosa intendi il famoso dei Foreinger? si puo' rispolverare certo, ma chi lo ha mai dimenticato?...a chi piace questo grande tipo di rock consiglio Cold Sweat, tra i tanti capilavori di quella stagione indimenticabile
Maurizio
Martedì 16 Aprile 2019, 17.24.37
22
N1 assoluto storico dell'AOR. Poi Boston di un soffio e 4...
tino
Martedì 16 Aprile 2019, 9.28.39
21
ps la canzone 4 è keep on running non keep on rockin
tino
Martedì 16 Aprile 2019, 9.27.55
20
Sicuramente uno dei dischi più belli di tutti i tempi, un gruppo stellare con musicisti di prim’ordine tra i quali il sottovalutato neal schon che ancora oggi è uno dei migliori chitarristi in ambito rock, poi c’è ovviamente una delle più belle voci di sempre che arriva dritta al cuore, ma soprattutto ci sono canzoni di una bellezza straordinaria, dove tutto è perfetto. Tra l’altro questo album contiene una delle mie ballad preferite, open arms, disco semplicemente perfetto
ObscureSolstice
Martedì 16 Aprile 2019, 1.24.16
19
Mostri sacri dell'hard rock/Aor. Non si puó non rimanere di stucco a questi livelli, album incredibile una perla di adrenalina e melodia superlativa degli anni '80. Composizione di maestria suonata egregiamente e canzoni veramente belle. Steve Perry dovrebbe essere menzionato di più tra i migliori cantanti in assoluto...se la battagliano molto con gli Scorpions, siamo lí lí, mi spiace dirlo per i tedeschi. Svegliatemi dal sogno quando è finito l'album e ripremete play, grazie.
Graziano
Lunedì 15 Aprile 2019, 16.12.39
18
Uno dei miei personali 100 su 100!!!
d.r.i.
Domenica 14 Aprile 2019, 20.41.04
17
Solo applausi
Togno89
Domenica 14 Aprile 2019, 20.13.44
16
43 minuti di puro godimento! Storia della musica
Alex
Domenica 14 Aprile 2019, 14.37.27
15
Splendida recensione per un disco immortale.
HeroOfSand_14
Domenica 14 Aprile 2019, 13.04.58
14
Cosa si può dire in aggiunta alla recensione? Nulla, per me 3 brani come Don't Stop Believin, Open Arms e Mother, Father sono 3 manifesti dell'AOR mondiale, senza se e senza ma. Senza nulla togliere agli altri grandi pezzi contenuti nel disco ovviamente. Mother, Father trovo sia una delle ballad più emozionanti e sentite della storia, difficile trovare qualcosa di simile anche a livello strumentale. Perry faceva quello che voleva, poche storie.
marmar
Domenica 14 Aprile 2019, 11.30.43
13
Discone mostruoso, che regge alla grande il passare dei decenni, c' è poco altro da commentare. Nel 81 fecero un botto enorme, tra di noi giovani metallari erano poco conosciuti ( ma chi sono questi sempre primi in classifica su Billboard?), per quanto mi riguarda lacuna felicemente colmata negli anni successivi. " Mother, Father" e "Dont Stop Believin'" canzoni simbolo di un disco immortale.
Mic
Sabato 13 Aprile 2019, 18.43.00
12
Era ora di inserire questo disco. Splendido.
Aceshigh
Sabato 13 Aprile 2019, 18.42.58
11
Eh sì, questo è un album da 100, senza pensarci due volte. Riporto una frase della recensione: "...in Escape c'è già tutto quello che l'AOR è stato e sarà". Sono completamente d'accordo : se qualcuno mi dicesse "non conosco l'AOR, fammi sentire qualcosa per capire di che si tratta!", questo sarebbe probabilmente l'album (o uno dei 2/3 album) che gli farei sentire. È inattaccabile: grandi pezzi hard rock più diretti (Keep on Running), grandi pezzi hard rock più raffinati (la title-track per esempio), grandi pezzi più radio oriented (le celeberrime Don't Stop Believin' e Who's Crying Now), grandi ballad strappamutande (Open Arms) e così via. 10 pezzi tutti diversi tra loro, ma comunque 10 capolavori. Prestazione della band perfetta: Neal Schon mai fuori luogo, sia quando c'è bisogno di poche note (Who's Crying Now, sublimi i passaggi solistici), sia quando c'è da scatenarsi (Dead or Alive); Steve Perry nei suoi anni migliori (letteralmente stre-pi-to-so in Lay It Down), Steve Smith (...echettelodicoaffa' : la classe)... Chiunque ami il rock DEVE avere questo album! Grazie Metallized per questa recensione e ora sotto con quella di Frontiers, altra pietra miliare.
jaw
Sabato 13 Aprile 2019, 17.47.15
10
anche per me 100, eppoi aggiungo soltanto due cose: la prima che in loro onore negli USA vennero prodotti anche dei flipper e open arms e' nella colonna sonora di Heavy Metal
duke
Sabato 13 Aprile 2019, 17.42.12
9
.....i maestri dell'aor ai massimi livelli.....un superclassico......100.....
fasanez
Sabato 13 Aprile 2019, 16.40.03
8
Penso proprio che il quarto commento riassuma perfettamente il mio pensiero. Disco da isola deserta. Capolavoro.
Lizard
Sabato 13 Aprile 2019, 14.52.13
7
Grazie mille Rob
Tbone
Sabato 13 Aprile 2019, 14.24.19
6
Masterpiece! Mi inchino davanti a tanta classe e al gusto di questi fuoriclasse!
Rob Fleming
Sabato 13 Aprile 2019, 14.09.37
5
Classico dei classici in ambito AOR. E con capolavori come Still they ride in cui Perry e Schon fanno a gara di bravura; Mother Father una delle più belle ballate della storia; Don't stop believin'. Oltre alle due perle melodiche già citate non bisogna sottovalutare la fantastica title track, il boogie Dead or alive o la dura Lay it down che conferma che il gruppo non era solo melodia. Anzi quando pestava, pestava duro. Eccome. Poi subentrano i gusti personali. Io preferisco il periodo Rolie: Infinity e Departure sono i miei preferiti. Nell'incipit della recensione vi è un refuso: Escape è il settimo disco in studio e non il quinto.
Hellion
Sabato 13 Aprile 2019, 13.15.05
4
Commento solo per dire "ogni commento è superfluo".
alifac
Sabato 13 Aprile 2019, 12.44.57
3
Voglio Still They Ride al mio funerale...
progster78
Sabato 13 Aprile 2019, 12.15.52
2
Grande band, la mia preferita in ambito AOR. Escape e' belissimo,don't stop believin' e open arms sono dei classiconi ma tutto l'album e' perfettamente riuscito del resto come tutti gli altri. (Evolution e Frontiers li ho letteralmente distrutti a suon di ascoltarli)
InvictuSteele
Sabato 13 Aprile 2019, 12.07.01
1
Uno dei capolavori mondiali dell' AOR, l'apice dei Journey. In ambito hard rock melodico ha pochissimi rivali.
INFORMAZIONI
1981
Columbia Records
AOR
Tracklist
1. Don’t Stop Believin’
2. Stone in Love
3. Who’s Crying Now
4. Keep On Rockin’
5. Still They Ride
6. Escape
7. Lay It Down
8. Dead or Alive
9. Mother, Father
10. Open Arms
Line Up
Steve Perry (Voce)
Neal Schon (Chitarra, Voce)
Jonathan Cain (Tastiera, Chitarra, Voce)
Ross Valory (Basso, Voce)
Steve Smith (Batteria)
 
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