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YATRA - Death Ritual
13/04/2019
( 876 letture )
È in una situazione del tutto inusuale che questo Death Ritual, disco in esame, vede la luce…ammesso che sia corretto affiancarla, la parola “luce”, a questo lavoro. Stando ad un estratto delle parole rilasciate in fase di promozione dal leader Dana Helmuth, il doom/stoner trio del Maryland, per la composizione di questo lungo d’esordio, si è trasferito in aperta campagna, in una piccola tenuta immersa nei boschi, in una situazione che non sarebbe affatto errato definire “panica”. “…with no plumbing for the first three months we were there” ci comunica Helmuth. Lontani dalla civiltà e dall’osceno marcio circostante: ed è proprio in queste giornate di isolamento e di purificazione che, uno dopo l’altro, i brani cominciano a prendere forma e a compiersi poi. “It was primitive” afferma schietto Helmuth: un’urgenza, una necessità. “The solitude and the darkness of the night put me in a space of prolific writing and I wrote all eight songs in a month…”, per una media di un brano ogni quattro giorni scarsi, baciati ciascuno dai suggerimenti di luna e silenzio, radure e conifere. È un’istantanea che non si vede tutti i giorni, ma al contempo, è uno scatto che lascia trasparire tutta la bontà e la sincerità del progetto che ha dato vita a Death Ritual. Correva l’anno 2013, quando Dana Helmuth viaggiò in Nepal e lungo la catena dell’Himalaya, fin dove una motocicletta lo consente. Yatra, yatra, yatra. “Yatra” diceva alla gente del posto, o viceversa, loro chiedevano a lui. “Yatra” è un vocabolo sanscrito, hindi, urdu, nepalese, ma prima ancora di tutto ciò, porta in dote una radice indoeuropea, e significa in queste lingue “viaggio” o “pellegrinaggio”. Se Helmuth fosse in viaggio o stesse pellegrinando verso qualche meta religiosa, non è cosa rilevante, fatto sta che questa parola gli rimase discretamente impressa negli anni a venire, perché probabilmente senza quel viaggio staremmo semplicemente parlando di una band con un altro monicker.

Dalle ceneri della sua prima band, i Blood Raven, sorge, nel 2017, questa nuova incarnazione di quella che era la prima formazione di Helmuth a noi nota: gli YATRA. Attorno al perno del mastermind ruotano due figure: Maria Geisbert e Mike Tull, mentre ad occuparsi della pubblicazione del lavoro provvede la statunitense Grimoire Records (Baltimora) specializzata in generi estremi, quali black, death, thrash, ma anche doom, stoner, noise, math e post rock. Il credo di questi ragazzi, come recita il loro Bandcamp, è il seguente: “We record, mix and master everyone of our releases”. E oltre al simbolico artwork (chi ha orecchie per intenda, intenda…) ad opera di Aki Pitkänen, anche per Death Ritual, ad occuparsi di registrazione, missaggio e masterizzazione è il co-fondatore dell’etichetta, Noel Mueller. Da questo connubio di idee e protagonisti ne nasce un lavoro derivativo e fortemente influenzato da Sleep e da Electric Wizard, che recita lo stesso mantra, lo stesso copione, pronunciato da un’altissima percentuale delle band che saturano sempre più questo emisfero acustico con uscite di cattivo gusto, per usare un eufemismo. Tuttavia, a discapito di questa forte dipendenza del power trio di Oakland, i Nostri riescono comunque a regalarci dei sani quarantacinque minuti all’insegna di un doom/stoner opprimente, introspettivo, connotato da una componente quasi ritualistica abbinata a riff e giri circolari di blues zozzo che faranno sicuramente la gioia dei fan di Sleep’s Holy Mountain. Ultimo, ma non ultimo, anche il timbro e l’impostazione vocale del vocalist non si risparmiano un tributo ad Al Cisneros: stesso vocione acido, proprio come insegna papà Al, il che, mentre si aspetta qualcosa di nuovo dal fronte Om, ormai deserto da un’era, non è un aggravante che inficia negativamente la qualità del lavoro in esame, anzi. È con un riscaldamento psych che i Nostri aprono la loro opera prima, per poi costruire il resto dell’opener, Hour of the Dragon, sulla falsariga della storica Dragonaut, con tanto di break centrale preso pari pari da quest’ultima. Inattaccabile, divertente, nostalgica. Sulle stesse corde si muove anche la successiva Black Moon: più marziale e più plumbea della precedente nell’incipit, subisce un brusco cambio di tempo a 1.40. Dal doom allo stoner in un millesimo di secondo, sempre all’insegna del blues più lurido e movimentato. Pregevoli anche le architetture psych che compaiono qua e là, macinate poi dal peso della pentatonica del chitarrista. A mani basse, uno dei migliori brani del lotto. Non può mancare di certo il braciere del bong che arde, in questa tipologia di lavori: in Sacred Flower, l’acqua che gorgoglia non rimarrà l’unico ricordo sbiadito di questo brano. Siamo al cospetto di un confettino verdognolo ben prodotto, in cui si nota ancora la capacità della band di passare agevolmente dal doom allo stoner, in un modo “didattico”, come lo dimostra il cambio di tempo a 2.12 che sale di diritto sul trono degli highlights del platter, abbellito da un’armonia di chitarra deliziosa (e troppo breve!) e affumicato dal fuzz quanto basta. L’incantesimo sembra spezzarsi nelle successive Snakes in the Temple, Smoke is Rising, Four Directions: entriamo nella desolante sezione “filler”. Formalmente non si percepiscono variazioni nella struttura di questi brani rispetto a quanto fattoci già sentire, se non che viene privilegiata in questa tripletta la componente doom a discapito di quella stoner, ma ammorbata da un evidente calo d’ispirazione delle sei corde, inammissibile in un lavoro che di per sé si limita, in larga parte, ad emulare. Poco o nulla cambia anche nella penultima Mighty Arrows, che vive i suoi momenti migliori nella coda finale, nerboruta, corposa e con un occhio rivolto all’ultima incarnazione degli Sleep nelle ritmiche. La chiusura affidata a Sailing On, con i suoi riflessi sabbathiani, linee vocali più arcigne del solito e un assolo psych-noise incisivo, di poco risolleva le sorti di un lavoro ormai compromesso.

Death Ritual non è il mostro che, apparentemente, può sembrare: una metà secca è derivativa, ma piacevole, l’altra si perde nell’anonimato e in quella robustezza fine a se stessa, svuotata da ogni parvenza di variazione o fantasia, ma che tanto piace all’ascoltatore doom/stoner medio. È un lavoro che farà la gioia proprio di questa categoria di fan sfegatati all’inverosimile, coloro che sono in possesso di questa cieca depravazione nell’ascoltare, entusiasti, la copia carbone della copia carbone della copia carbone. Se dobbiamo accontentarci, facciamolo con classe…e nei solchi di Death Ritual, salvo sporadici momenti, se ne trova gran poca.



VOTO RECENSORE
59
VOTO LETTORI
48 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Grimoire Records
Stoner/Doom
Tracklist
1. Hour of the Dragon
2. Black Moon
3. Sacred Flower
4. Snakes in the Temple
5. Smoke is Rising
6. Four Directions
7. Mighty Arrows
8. Sailing On
Line Up
Dana Helmuth (Voce e chitarre)
Maria Geisbert (Basso)
Mike Tull (Batteria)
 
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