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Periphery - Periphery IV: Hail Stan
20/04/2019
( 2655 letture )
Così come in un mazzo da gioco fra una partita e l'altra, le carte dei Periphery negli ultimi anni si sono rimescolate più volte. Partendo da i capolavori Juggernaut: Alpha e Juggernaut: Omega (2015), il gruppo è passato per un periodo piuttosto turbolento con Periphery III: Select Difficulty (2016), platter altalenante -forse figlio di una gestazione frettolosa- e senz'altro non all'altezza dei suoi predecessori. Dopo un mese abbondante dall'uscita del terzo capitolo di casa Periphery, Adam "Nolly" Getgood annuncia la sua separazione dal gruppo per concentrarsi maggiormente sulla sua vita privata, i suoi progetti personali di produzione musicale e il plug-in GetGood Drums. L'ex-polistrumentista è comunque rimasto in ottimi rapporti con la band, essendosi occupato della produzione di questo Periphery IV: Hail Stan insieme a Misha Mansoor e avendo suonato in fase di registrazione tutte le tracce di basso (senza influire nel processo di scrittura del platter). L'ultima fatica di Spencer Sotelo e compagni è anche la prima con la loro etichetta indipendente 3DOT Recordings. Il precedente Periphery III: Select Difficulty ha segnato la separazione con la storica unione tra il gruppo e la Sumerian Records. Fatte queste considerazioni, viene spontaneo chiedersi se dietro la bella copertina scura vi è un prodotto riuscito o meno, o forse un mero disco di transizione. L'unica cosa certa è che, nonostante l'ironia sia sempre stata di casa nella band, il titolo del platter era del tutto evitabile. Hail Stan è un titolo che non fa ridere, rimanda vagamente all'immaginario del bambino di quarta elementare protagonista nella serie South Park -e questa è la cosa migliore- e a parte fare un mero gioco di parole abbastanza sciocco con Satan priva il platter della possibilità di avere un titolo rispettabile. D'altro canto è pur vero che ogni artista ha la libertà di dare il nome che vuole alle proprie opere, tuttavia questa ironia del titolo non verrà poi riscontrata nella proposta musicale, decisamente più cupa e pesante rispetto ai suoi predecessori. Periphery IV: Hail Stan è infatti un platter che prende le distanze dal suo predecessore unendo le parti brutali di Periphery II: This Time It's Personal (2012) con la cupezza di Juggernaut: Omega (2015). Il risultato è un lavoro che mette in risalto la componente djent come non mai, proponendo fredde geometrie, frequenze abissali e sfuriate abrasive, senza rinunciare tuttavia ad alcune sperimentazioni e novità.

Il primo dato che lascia il sorriso e spaventa al tempo stesso è la longevità dell'opener di questo lavoro. Reptile è una composizione titanica che si apre su gli archi, sospesi e introspettivi, prima di esplodere in un riff che porta letteralmente il marchio di fabbrica del gruppo. Dopo i primi tre minuti di ascolto -su sedici- vi è una netta sensazione di déjà vu che riporta alle sonorità di Juggernatut: Omega, ancora più pesante, violento e djent. A metà composizione vi è un lungo break con le chitarre in clean, accompagnato dalla voce di Mikee Goodman (SikTh) che offre un facile rientro a Spencer Sotelo, che dopo qualche verso più melodico e morbido decolla verso il nono minuto verso lidi lontani, con una prestazione vocale da brividi. Musicalmente gli intrecci delle melodie orchestrate dalle tre chitarre si incastrano alla perfezione, creando un sound sognante e pieno al tempo stesso. Il paesaggio dipinto sulla tela di Reptile torna nuovamente a incupirsi con una sezione che sembra uscita da un disco dei Meshuggah, nel quale Matt Halpern svolge il ruolo di protagonista su un tempo incredibile e di una violenza primordiale. Nonostante il longevo brano non sia di facile ascolto, è innegabile che il filo logico sia stato tenuto con maestria e che l'esperimento sia riuscito grandiosamente. Tra cambi emotivi e di tempo, il brano va lentamente a sfumare in una lunga sezione elettronica dal carattere tipicamente ambience. Blood Eagle, brano scelto come primo singolo, parte con un lungo feedback sulla cassa destra, poi sulla gemella e infine su quella centrale: è il preludio di una tempesta di riff dissonanti, tempi composti e growl terremotanti. Le venature djent si tingono di una cupezza raramente toccata dal gruppo, che sembra in alcuni frangenti quasi sfociare in una miscela tra il progressive metal dei Tool e il progressive death dei primi The Contortionist. Sezioni pesantissime si susseguono rapidamente fra assoli geometrici, tecnici e complessi, rendendo il pezzo a dir poco ostico da seguire. Blood Eagle presenta comunque un gruppo in stato di grazia e violento come poche altre volte era successo all'interno della loro discografia. CHVRCH BVRNER, al di là del titolo adolescenziale che fa pendant con quello del platter, conferma la dichiarazione d'intenti fatta con il brano precedente. I Periphery continuano a calcare la scia di sangue tracciata con i primi due pezzi, muovendosi su riff dissonanti e inaspettati che richiamano quelli di MK Ultra (tratta da Juggernaut: Alpha). Il punto di forza del brano risiede comunque nel ritornello, che incastra una melodia tanto semplice quanto efficiente e risulta ampiamente cantabile in sede live. Il colpo di genio -che in un'opinione strettamente personale avrei utilizzato più a lungo e non per una mera chiusura- è sul finale: la scia della distorsione della chitarra viene tagliata, campionata e riusata come sample con un beat che fa da ponte verso il brano successivo. Garden in the Bones -altro singolo più melodico di Blood Eagle- è il quarto brano del platter e grazie al suo arrivo vi è una prima ventata d'aria fresca e di serenità. Dopo una partenza standard, dove le chitarre vanno ad accompagnare basso e batteria, vi è un break a due minuti e quindici secondi, nel quale le note della sei corde vengono tagliate e rincollate in maniera da offrire un sottofondo di retaggio elettronico, ma con uno strumento analogico. Nel fare questo genere di operazioni ispirate all'elettronica i Periphery sono maestri assoluti, snocciolando in un brano relativamente più semplice rispetto a quelli sentiti precedentemente, una chicca che lo nobiliti. Le nuvole ormai si sono diradate del tutto e i primi raggi di sole sul campo di battaglia martoriato dalla violenza musicale lascia spazio a It's Only Smiles, brano decisamente più catchy e radiofonico, pieno di soluzioni "commerciali" ma ben riuscite.

I said goodbye from a place so far
I'm under the truth
Because words mean nothing to fleeting youth
Rip a whole in my life when it's bringing me back to you

I'll work it out
Gotta get away, get away from the sights and sounds
Keep it on the ground
I don't wanna be, but just carry on and smile on through it
Death is true and I'll be missing
you
(It's Only Smiles)


Il testo lascia un sorriso amaro sul volto, quello di una persona che va avanti dopo una grossa perdita, ma con la consapevolezza di dover tenere il mento alto. Le parole esaltano uno dei brani più semplici di questo Periphery IV: Hail Stan, riuscendo a smuovere senz'altro le corde emotive dell'ascoltatore. Lo stacco a tre minuti e cinquanta è veramente ben riuscito e lascia qualche incertezza solo il coro che dà una dimensione trascendentale e onirica alla sezione finale del brano. La pesantezza tipica del genere torna a fare da protagonista su Follow Your Ghost, brano pieno di luci e ombre, che risulta più riuscito durante i ritornelli e in alcune sezioni, meno in altre. Questo è l'unico brano del platter, dove la sensazione di filler si affaccia in maniera pronunciata, non convincendo del tutto. Nonostante alcune parti interessanti grazie all'uso dei synth che conferiscono un mood inquietante e da horror al brano, parlando di sostanza questo sesto pezzo del disco non toglie e non aggiunge nulla alla proposta musicale dell'ultimo lavoro dei Periphery. Risalta, per via della riuscita linea melodica, solo il finale dove voce e chitarra solista si miscelano egregiamente seguendo lo stesso fraseggio. Un altro pezzo tremendamente riuscito di questo disco è senz'altro Crush, che fin dalle prime battute si basa interamente su un synth di natura tipicamente dark-pop.

We are the earth
We are the sky
Immortalized
We are the body and the mind
The ancient tribe (We are the ancient tribe)
If we could only stop the beating
Keep our pulses from retreating
We are the heart
One vicious heart
Don't let it die
(Crush)


La componente elettronica va perfettamente ad abbracciare la batteria di Matt Halpern e il cantato di Spencer Sotelo, catchy ed epico al tempo stesso in un ritornello decisamente riuscito. La prova del cantante lascia spazio a parti pulite e growl decisamente aggressivi, mentre gli archi e corno vengono a dare supporto al comparto musicale del brano, arricchendo tutto lo spettro di frequenza in cassa. Crush risulta un brano orchestrato bene e concepito con una cura ai dettagli non trascurabile. La conclusione del pezzo è affidata a un intermezzo elettronico con un'orchestra che richiama le sonorità -rétro- della colonna sonora di Final Fantasy VII. Quest'ultima parte rimanda l'ascoltatore per qualche momento a gli interludi di Periphery II: This Time It's Personal. Sentient Glow è un buon brano con un carattere hardcore ispirato alle sonorità più vicine ai Protest the Hero, soprattutto nel guitar work e nel mood punk. Il brano decolla comunque sul finale con uno stacco e l'entrata della chitarra pulita che ricorda quella di Luck as a Costant, tratta dal secondo full length del gruppo.

Carry the weight of a thousand worlds within my heart
I've had enough of this
I have to trust I will pull through
This is the end
Don't ask how we lost our way
Follow the stars to the place where we used to lay
(Sentient Glow)


L'ultima strofa è forte di un grande lirismo, soprattutto su gli ultimi versi e l'arpeggio di chitarra e pianoforte che chiude la canzone vale da solo il prezzo d'essa. Sulle stesse sonorità -e quindi un po' in sordina- si apre il brano di chiusura di questo platter. Satellites è una lunga composizione in cui il protagonista è Spencer Sotelo. Tutte i riflettori sono puntati su una performance vocale che -nonostante abbia diversi momenti un po' ruffiani- risulta fuori dal mondo, conferendo senza se e senza ma lo status di capolavoro a questo brano. Che Sotelo, insieme a Rody Walker, sia una delle voci più versatili e tecnicamente preparate dell'ultima decade è fuori discussione, ma con Satellites -citando i Pantera- il cantante dei Periphery sfoggia letteralmente una volgare dimostrazione di potere, incurante e decisa.

Down in the blue
Damaged by the new
Beyond the tide
Far from all
But this is us
This is life
It's suicide
We're all ten feet tall rolling in that ball

This is us
This is life
Suicide
(Satellites)


Le chitarre per la prima parte della composizione, insieme alla batteria pacata e irregolare, dipingono sulla tela un paesaggio mesto e lontano, sulla via del tramonto. Le ultime parole di questa strofa aprono le porte alla sezione distorta e più pesante di Satellites, dove l'opera decolla senza fatica, su delle linee melodiche acutissime e tanto belle quanto difficili da cantare.

We're going under
We're going under
It's not worth taking the fall
It's not worth losing it all
We're going under
We're going under
We'll drop dead at the end of the fall
It's not worth losing it all
We're going under!
We're going under!
(Satellites)


Il growl di Spencer Sotelo torna prepotentemente insieme alle chitarre di lignaggio djent, mentre i cori arricchiscono i passaggi dando una dimensione maestosa e romantica -nel senso ottocentesco del termine- alla musicalità della canzone. All'ottavo minuto, quando tutto sembra essere finito vi è l'ultima grande esplosione, in cui i versi continuano a mostrare un pianeta Terra che continua a chiedere pietà e pace al genere umano, che negli anni ha continuato ad abusarne devastandola. Sul finale del brano, sempre per ricordare l'ironia tanto cara alla band vi è nell'ultimo secondo una registrazione di Jake Bowen che dice "Suck my balls.". Quest'ultima -a parer della band- indispensabile aggiunta al finale di un capolavoro come Satellites rovina un po' l'atmosfera creata durante il platter, che ci aveva fatto dimenticare il titolo tanto chiacchierato quanto adolescenziale. Francamente il dover riproporre questa ironia così marcata e questo bisogno di non doversi prendere troppo sul serio, risulta non solo fuori luogo con la proposta musicale, ma anche con quella contenutistica.

Tralasciando il campo dell'ironia, che spesso i Periphery hanno provato a calcare, qualche volta riuscendo e qualche volta scivolando miseramente (come in questo caso), non ci resta che dire che Periphery IV: Hail Stan è un disco decisamente riuscito. Forte di un carattere molto più spiccato dei suoi predecessori e con un determinato mood all'intero della sua messa a fuoco, il disco è quello che meglio riesce ad esaltare le tinte cupe della band. Proprio per via di questa sua specificità di tanto in tanto si ha l'impressione che la composizione sia stata eccessivamente veicolata in una sola direzione, tuttavia tra stacchi elettronici, interludi e diverse soluzioni compositive, non mancano le idee che danno una tinta di varietà. L'ultimo lavoro della band del Maryland richiede tanti ascolti, poiché è ricco di dettagli non facilmente assimilabili durante i primi giri, tuttavia sulle lunghe distanze è in grado di dare molte soddisfazioni, nonostante qualche sbavatura. La produzione è di buon livello, risultando ottima nelle sezioni strumentali e leggermente troppo artificiosa -in termini di effetti in fase di missaggio- in alcune sezioni cantate. Per via di quest'ultimo aspetto, di tanto in tanto durante l'ascolto si avrà l'impressione che alcune parti vocali si impastino leggermente con il comparto strumentale. Ad ogni modo sono aghi nel pagliaio di fronte alla complessità e alla bellezza di un disco non perfetto, ma senz'altro molto valido e decisamente una spanna al di sopra del suo predecessore Periphery III: Select Difficulty.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
73.85 su 21 voti [ VOTA]
asd
Domenica 12 Maggio 2019, 12.24.37
20
it's only smellz
bradipo666
Domenica 28 Aprile 2019, 1.21.35
19
errata corrige: il commento era per Sentenza...
bradipo666
Domenica 28 Aprile 2019, 1.19.44
18
@Matteo BTBAM Galli: l'importante è il contenuto
Matteo BTBAM Galli
Venerdì 26 Aprile 2019, 13.56.29
17
Primo ascolto da 70, però credo crescerà; io ritengo comunque il debut album il loro lavoro migliore. Tutto quanto arrivato dopo, con diversa intensità a seconda degli album, l'ho trovato meno immediato e ispirato.
Sentenza
Venerdì 26 Aprile 2019, 0.25.57
16
Non sbagliano un colpo. Si sentono sperimentazioni come in ogni album. Concordo sulla questione del titolo, un po' inutile rapportato al contenuto
bradipo666
Giovedì 25 Aprile 2019, 11.34.25
15
@Tommaso: condivido. Sui gusti personali non si discute, ma la qualità musicale dei Periphery è indubbia. Chi dice il contrario si merita Gigi D'alessio..
Tommaso
Giovedì 25 Aprile 2019, 2.17.14
14
Tanto è sempre così, quando si provano influenze differenti o distorsioni del classico metal TRVE KVLT diventa “gay metal” o non abbastanza apprezzabile per parte del pubblico. Lo capisco, ma poi non chiedetevi perchè in generale il metal stia morendo.
Hellion
Mercoledì 24 Aprile 2019, 18.32.17
13
Lo sto praticamente consumando.
naoto
Mercoledì 24 Aprile 2019, 10.55.13
12
C'è sicuramente un sacco di lavoro dietro questo disco, che apprezzo principalmente per la maturità del songwriting raggiunto. Nonostante ciò, non riesco a farmi piacere questo tipo di sound iperprodotto e compresso. Troppa voglia di stupire, Strutture artificialmente cervellotiche, vocals inadeguate e retrogusto metalcore, per me, davvero indigeribili. Ciò detto credo sia il loro lavoro migliore.
vortex surfer
Martedì 23 Aprile 2019, 18.47.10
11
Naturalmente la mia era solo una battuta,sarebbe personalmente un peccato per me se la maggioranza votasse questo album con voti inferiori a 80. Mai discutere i gusti personali.
Earthformer
Martedì 23 Aprile 2019, 12.33.03
10
@vortex surfer sarà stato qualche purista, al giorno d'oggi nessuno riesce piú a riconoscere la musica bella, poi i gusti personali non si discutono .
vortex surfer
Lunedì 22 Aprile 2019, 19.35.09
9
Ma quello che ha fatto abbassare drasticamente la media voto...che problemi c'ha?
Earthformer
Lunedì 22 Aprile 2019, 10.54.37
8
Finirà di sicuro tra i primi posti dei migliori dischi di sto anno .
Pacino
Lunedì 22 Aprile 2019, 8.03.26
7
Piripiri, piripipirippipi, ripipiripipiriri, pirippippi, riripiripirippi... Il nome ci sta tutto!
thrasher
Domenica 21 Aprile 2019, 23.27.55
6
Concordo con Tommaso io avrei dato 100
Tommaso
Domenica 21 Aprile 2019, 23.04.16
5
Comunque ragazzo mio 81 anche e sopratutto per quello che hai scritto è un voto troppo, troppo basso. Vedo dei 90 a caso e quando una band palesemente disprezzata dai TRVE KVLT tira giu il disco dell’anno viene penalizzata. Assurdo.
antomie
Domenica 21 Aprile 2019, 18.37.59
4
Album candidato a essere nei top di questo 2019
Paperoga
Domenica 21 Aprile 2019, 3.25.22
3
Miglior disco dell’anno
JC
Sabato 20 Aprile 2019, 21.06.39
2
A me il titolo invece ha fatto molto ridere. Sulla musica non commento perché non li ho mai sentiti. Ma rimedieró.
Alex Cavani
Sabato 20 Aprile 2019, 14.59.55
1
Discone. Checché se ne dica, loro sono sempre sul podio dei migliori in questo "genere".
INFORMAZIONI
2019
3Dot Recordings
Djent
Tracklist
1. Reptile
2. Blood Eagle
3. CHVRCH BVRNER
4. Garden in the Bones
5. It's Only Smiles
6. Follow Your Ghost
7. Crush
8. Sentient Glow
9. Satellites
Line Up
Spencer Sotelo (Voce)
Misha Mansoor (Chitarra)
Jake Bowen (Chitarra)
Mark Holcomb (Chitarra)
Matt Halpern (Batteria)

Musicisti Ospiti
Adam "Nolly" Getgood (Basso)
Mikee Goodman (Voce addizionale nella traccia 1)

 
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