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The Smiths - The Smiths
21/04/2019
( 1096 letture )
The Smiths sono stati, nel breve volgere di qualche anno, capaci di rappresentare una delle realtà più influenti ed iconiche di tutti gli anni 80. Caratterizzati dal dualismo fortissimo e sulla carta assolutamente improbabile costituito dal cantante Morrissey e dal chitarrista Johnny Marr, si può dire che The Smiths abbiano sempre rappresentato un unicum musicale e lirico. Tanto diversi da qualunque altra band contemporanea da risultare anche difficili da inquadrare esattamente in un genere musicale in maniera netta. Le influenze strumentali portate in maggior parte da Johnny Marr raccolgono uno spettro amplissimo, che sa senza dubbio di post punk e dark, ma non disdegnano aperture verso lidi apparentemente inaspettati e contrastanti, come il soul e il funky. Dal suo lato, Morrissey porta con sé un crooning malinconico e in un certo senso “sbagliato”, che fin da subito ha costituito un elemento imprescindibile della proposta, con derive rock’n’roll, dark, punk, fino al pop e uno stile lirico feroce e languido al tempo stesso, fortemente controverso in qualche caso, sicuramente decadente e controcorrente.
Il primo incontro tra i due avvenne addirittura nel 1978 ad un concerto di Patti Smith, ad opera di amici comuni (tra i quali Billy Duffy dei The Cult), ma fino al 1982 non ci furono altri contatti. Fu Marr ad andare a cercare il cantante quattro anni dopo, con la dichiarata intenzione di chiedergli di fondare una band insieme. Colpito dal fatto che il cantante avesse scritto un libro sui New York Dolls, dei quali era grande fan, Marr si recò a casa di Morrissey accompagnato da Steve Promfet e dopo una lunga conversazione avuta assieme l’accordo fu raggiunto. Fu naturalmente Morrissey a scegliere il nome The Smiths, reclamando che era tempo che la gente comune mostrasse il proprio volto al mondo. Promfet lasciò poco dopo la band in maniera piuttosto burrascosa e così il gruppo assunse Dale Hibbert, il quale lavorando ai Decibel Studios di Manchester, offrì ai compagni una ottima occasione per registrare il primo demo, col batterista Simon Wolstencroft. Le cose con Hibbert comunque durarono poco, dato che il bassista riteneva l’immagine della band troppo controversa sessualmente. Fu così che Marr portò a bordo Andy Rourke, il quale diventerà il bassista definitivo del gruppo. Nel frattempo, dato che anche Wolstencroft non sembrava molto coinvolto, Mike Joyce venne scelto attraverso un’audizione e, nel dicembre del 1982, arrivò un secondo demo, col quale il gruppo andò a bussare alle porte della EMI per un contratto, senza fortuna. Fu in seguito ad un viaggio a Londra che le cose cominciarono a muoversi: Geoff Travis della Rough Trade accettò di pubblicare Hand in Glove come singolo e il risultato fu positivo, tanto che la canzone entrò in classifica e ci rimase un anno e mezzo, pur senza raggiungere la TOP 40. Sempre in quel periodo, il famosissimo John Peel, colpito dal look particolare e dalla stranezza della band, offrì loro l’occasione di un passaggio radiofonico nelle sue mitiche Sessions e questa esposizione garantì loro le prime interviste di rilievo. A questo punto la Rough Trade si convinse e il contratto per l’album fu finalmente siglato, dai soli Morrissey e Marr.

Le lavorazioni su The Smiths furono in realtà piuttosto complesse, tanto che la prima versione del disco, prodotta da Troy Tate, fu rifiutata dalla casa discografica e abiurata dallo stesso Morrissey. L’album non fu quindi soltanto remixato, come sembrava in un primo momento, ma interamente registrato di nuovo, sotto la guida del produttore John Porter, seppure Marr non fosse del tutto convinto che tutto questo lavoro fosse necessario. In ogni caso, le lavorazioni procedettero molto velocemente a partire dal settembre, visto il lievitare dei costi che rischiavano di essere troppo alti per un album indipendente. Pubblicato nel febbraio 1984 il disco vendette da subito molto bene, così come il singolo e raggiunse velocemente la seconda posizione della classifica inglese. In aperta controtendenza rispetto all’imperante synth-pop che dominava le classifiche dell’epoca, il gruppo proponeva un rock basilare, fortemente centrato sulla chitarra di Marr e sull’interplay della sezione ritmica, capace di creare un tappeto tanto solido e fantasioso quanto malinconico e carico di atmosfera. In questo, gran merito va al chitarrista, capace di intessere melodie strepitose con un gusto unico ed immediatamente riconoscibile. Inutile dire che il seguito di culto quasi fanatico che gli Smiths hanno raggiunto, non sarebbe stato possibile senza che a completare il quadro ci fossero il cantato e le liriche di Morrissey. La voce e lo stile tipici del “Moz”, restano uno degli emblemi degli anni 80, pur essendo di fatto praticamente unici. Direttamente influenzati dal movimento post punk e in palese vicinanza artistica col movimento dark, rappresentante la controcultura a fronte dell’edonismo del pop e del rock da alta classifica, gli The Smiths non sono mai stati pienamente né una cosa né l’altra, scavandosi una propria nicchia speciale. Difficile immaginare due derive più lontane l’una dell’altra come quella dei ragazzi di Manchester e degli U2, ad esempio o, ancora, degli The Smiths rispetto ai The Cure, oppure ancora rispetto ai The Police o ai Pretenders. Band queste che arrivavano tutte dallo stesso nucleo di partenza, ma maturarono in maniera completamente diversa. Il lirismo romantico/decadente e feroce di Morrissey non ha uguali o paragoni, con l’ossessione per alcune tematiche controverse e scioccanti, che porteranno al gruppo diversi problemi con l’accusa di esaltazione della pedofilia o come la contestata narrazione dei terribili omicidi compiuti negli anni Sessanta da Ian Brady e Myra Hindley, noti come “Moors murders”, dei quali furono vittime cinque bambini. Ancora, al centro dell’attenzione finì la particolare visione del sesso tratteggiata da Morrissey, quasi fosse un demonio dal quale stare il più possibile lontani, capace solo di distruggere il vero amore e portare a sofferenza e dolore. Una visione estrema e romantica, se vogliamo, che contribuì non poco ad attirare l’attenzione sul gruppo, come la totale lontananza dell’immagine del cantante dal modello “macho” dominante in quegli anni e decisamente più vicina a quella di un tormentato poeta. Come detto, l’altra metà del disco è costituita dagli arpeggi di Marr, straordinario compositore e dalla perfetta sezione ritmica del duo Rourke/Joyce, motore delicato e al contempo indispensabile per ancorare a terra l’altrimenti inafferrabile leggerezza della melodia del duo di testa. In questo gioco, l’apertura di Reel Around the Fountain è già perfetta: tempo scandito da Joyce, che apre alla contestuale entrata di Marr e Morrissey, i quali entrambi stabiliscono fin da subito le coordinate sulle quali si muoverà l’intero album. Arpeggio stregato, magico e struggente al tempo stesso, sul quale Morrissey intesse una melodia sognante che contrasta con le parole che tratteggiano in maniera evidente il tema di un abuso su un minore. Oppure no? Da notare il perfetto cesello del piano e dell’organo suonati dall’ospite Paul Carrack. Appena più aggressiva musicalmente la successiva You’ve Got Everything Now che, non fosse per la voce di Morrissey e qualche passaggio, potrebbe benissimo passare per una canzone dei Police. Ancora più diretta la batteria in Miserable Lie, brano decisamente punk nell’incedere con uno dei testi più interessanti dell’album, tutto da scoprire, e un falsetto insistito che, ascoltato oggi, fa quasi rabbrividire a livello di intonazione. Quarto brano e si cambia ancora stile, con basso/batteria/chitarra che si incatenano sulla strofa per poi aprirsi ad un incantevole refrain, sul quale Morrissey parla della sua ennesima delusione di fronte ad una ragazza che vorrebbe andare al sodo con lui in spiaggia e, di fronte al suo diniego per la troppa rudezza dell’approccio, si concede ad un altro. L’ironia qua è fortissima e non a caso il brano è uno dei più riusciti del disco. The Hand That Rocks the Cradle è una delle primissime canzoni composte dal duo Marr/Morrissey ed è una ennesima prova della qualità della scrittura del cantante e del gusto compositivo del chitarrista. Segue This Charming Man, apparentemente scanzonata, quasi rock’n’roll nel suo andamento, con un testo che però, ancora una volta, si presta ad una interpretazione tutt’altro che scontata e piacevole. Nella seconda parte del disco, dopo Still Ill, altro inno di romanticismo andato a finire male, arriva una sequenza da capogiro, con Hand in Glove, unico brano con un mixaggio e una produzione diversa, a rappresentare uno dei più famosi “anthem” di un gruppo che non avrebbe potuto essere più lontano dal ricercare un inno. Brano splendidamente a cavallo tra punk e dark, si fa notare per il perfetto passaggio tra strofa e refrain, sui quali per una volta Morrissey non gioca di contrasto, ma segue l’andamento veloce e nervoso dei compagni e, quando tutto per una volta sembra pronto il lieto fine, ecco che improvvisamente nei tre versi conclusivi, ancora una volta, tutto finisce senza lasciare altra traccia di sé che un ricordo malinconico e doloroso al tempo stesso. What Difference Does It Make fu il singolo di lancio dell’album e la scelta appare del tutto condivisibile, col suo andamento ballabile e sostenuto, che lo avvicina a Iggy Pop o ai Roxy Music. Dopo l’ottima I Don’t Owe You Anything, arriva la già citata Suffer Little Children, chiusura perfetta, liricamente strepitosa quanto tremenda di un album che non può lasciare indifferenti.

Un esordio già perfettamente bilanciato e capace di tracciare un segno di potente emozione. Personali e originali al tempo stesso, portatori di uno stile e di tematiche diverse da chiunque altro al tempo, gli Smiths sono stati sempre controcorrente. Difficile spiegare quanto potesse risultare del tutto folle, in piena esplosione del dispregiativamente appellato "cock rock", scrivere un testo nel quale si narra di aver rifiutato un approccio sessuale esplicito da parte di una ragazza che poi finisce per concedersi a qualcun altro o, ancora, quanto suonasse quasi blasfemo un testo come quello di You’ve Got Everything Now nel quale si dice che non si è mai stati capaci di trovare lavoro perché “troppo timidi”, in anni nei quali si esaltavano invece l’individualismo e il Sogno Americano che, attraverso il duro lavoro, portava ad ottenere il raggiungimento dello status e l’avverarsi dei propri sogni. Il tutto senza neanche nominare le controversie legate alla pedofilia o all’ambigua connotazione sessuale della band. In pochi, già al debutto, peraltro arrivato dopo neanche due anni dalla fondazione, avevano così chiaro quello che stavano cercando e come metterlo su disco, mantenendo un approccio e una formazione scopertamente rock, che rinunciava ai sintetizzatori ottantiani. Perfino la copertina, che riporta la foto di un fotogramma del film The Flesh di Andy Warhol, contribuisce a disegnare una identità particolare e fortemente caratterizzata. Al di là di cosa si pensi della loro musica o dell’aura di perenne malinconia che pervade le loro canzoni, è inevitabile ammettere che Morrissey, Marr, Rourke e Joyce siano stati un quartetto unico e inimitabile, che ha saputo segnare in maniera indelebile gli anni 80 e influenzare una pletora di band successive, rimanendo comunque inarrivabili ai più.



VOTO RECENSORE
92
VOTO LETTORI
81.75 su 4 voti [ VOTA]
Carmine
Giovedì 2 Maggio 2019, 14.50.00
11
Una band meravigliosa.
Stefano
Giovedì 25 Aprile 2019, 13.16.24
10
Grandiosi. Questo è l'album che preferisco di più della loro pur minuta ma essenziale discografia. Morrisey ha una voce quite enchanting.
duke
Giovedì 25 Aprile 2019, 12.51.29
9
.....un classico del rock anni 80......interessanti......di piacevole ascolto.......nulla di piu'....
Le Marquis de Fremont
Martedì 23 Aprile 2019, 13.53.52
8
Band che non mi ha mai preso più di tanto, al livello di The Cure, Durutti Column di Vinni Reilly o Japan/David Sylvian. Ascoltavo piacevolmente, in ogni caso, i loro dischi (Meat is Murder e The Queen is Dead, i migliori, come già citato). Mi piaceva lo stile chitarristico di Marr, finito poi da Brian Ferry, se non sbaglio. Interessanti (e disturbanti) i testi di Morrisey. Farà poi, da solista, uno dei brani, Every Day is Like Sunday da "Viva Hate", che segnerà uno dei periodi meno belli del mio passato. Ma per chi vuole, consiglio tutta la loro discografia. Au revoir.
Stagger Lee
Lunedì 22 Aprile 2019, 21.05.55
7
Per me un grande album, anche se il meglio arriverà con Meat is Murder e The Queen is Dead che, come scritto sotto è probabilmente il loro migliore album. Reel Around the Fountain, This Charming Man, Still Ill sono meravigliose...Suffer Little Children è da brividi.
-.-
Lunedì 22 Aprile 2019, 17.05.46
6
"The queen is dead" è secondo me il loro miglior disco.
Hard N' Heavy
Domenica 21 Aprile 2019, 15.57.52
5
x Galilee ciao e grazie a te, buona pasqua.
Galilee
Domenica 21 Aprile 2019, 13.41.41
4
Ciao Hard, se vuoi ti rispondo io. Se ti piace il loro sound parti dal primo e sparateli tutti e 5. Non ce ne sono di brutti, sono tutti ottimi lavori. Il loro capolavoro è meat is murder però secondo me è discutibile, anche gli altri non sono da meno.
Hard N' Heavy
Domenica 21 Aprile 2019, 13.31.46
3
li conosco solo di nome, qualcuno mi può aiutare a dirmi (anche tu Lizard) quali album della loro discografia sono dei capolavori assoluti. Ecco la discografia degli The Smiths: (The Smiths 1984) - (Hatful of Hollow 1984) - (Meat Is Murder 1985) - (The Queen Is Dead 1986) - (Strangeways, Here We Come 1987). Grazie a tutti e buona pasqua bellissima recensione tra l'altro.
Awake
Domenica 21 Aprile 2019, 12.52.37
2
Mai sopportati, la voce di Morrissey la trovo soporifera, cantilenante e ciò si riflette sulla loro musica: una gnola continua. Problema mio ovviamente.
Voivod
Domenica 21 Aprile 2019, 11.36.47
1
Complimenti, recensione superba! Un album che ha fatto storia: dalle liriche, ala musica sino all'iconica foto(gramma) di Joe Dallesandro in copertina. Ritengo gli The Smiths una delle migliori band degli anni '80, se non la migliore.
INFORMAZIONI
1984
Rough Trade Records
Post Punk
Tracklist
1. Reel Around the Fountain
2. You've Got Everything Now
3. Miserable Lie
4. Pretty Girls Make Grave
5. The Hand That Rocks the Cradle
6. This Charming Man
7. Still Ill
8. Hand in Glove
9. What Difference Does It Make
10. I Don't Owe You Anything
11. Suffer Little Children
Line Up
Morrissey (Voce)
Johnny Marr (Chitarra, Armonica)
Andy Rourke (Basso)
Mike Joyce (Batteria, Percussioni,

Musicisti Ospiti
Paul Carrack (Piano, Organo)
Annalisa Jablonska (Voce su tracce 4, 10)
 
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