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Green Lung - Woodland Rites
27/04/2019
( 763 letture )
“Follow me to the ritual tree…”

Woodland Rites si è rivelato, fin dal momento della sua uscita, un’epifania di consensi positivi pressoché unanimi. Realtà, apparenza o conseguenza di un becero fanatismo indomito? Fortuna nella sfortuna, il ritardo della recensione rispetto alla data di pubblicazione – con tanto di “mea culpa” allegato rivolto ai lettori -, consente di affermare che Woodland Rites è un’autentica botta. Da cima a fondo; della serie: “qualcosa sbrilluccica ancora”. E tanto basti. E questa volta è necessario “rendere a Cesare quel che è di Cesare”. Alcuni di voi si chiederanno giustamente il perché di questa citazione. Riavvolgiamo un attimo il nastro delle uscite doom, occult, stoner, heavy psych e chi più ne ha, più ne metta. Tante, troppe, tanterrime. In tutto questo oceano incontrollabile di dischi brevi e lunghi, non vi sovviene alla mente un bel mammoth in volo? Il recensore sta svalvolando? È la prassi. Siamo seri: Rift. Un’altra epifania, smorzata da chi scrive l’anno scorso, dopo decine e decine di ascolti impiegati nella vana ricerca di un qualche quid. Il perché è tutto spiegato nella recensione. Il fil rouge tra i nostri Green Lung e i Forming the Void sta a monte, risiede a Berlino e si chiama Kozmik Artifactz. Ed eccolo prendere forma, lo stesso déjà vu avuto con Rift, perché, anche nel caso di Woodland Rites, si è ripetuta nei più popolari social la medesima situazione di entusiasmo generale, per quanto ciò possa valere, o peggio, influire sull’opinione del recensore di turno. Resa nota l’etichetta che li supporta e sparata endovena la solita dose di diffidenza che non guasta mai dopo questo borbottio virtuale compiaciuto, giungiamo al nocciolo della questione: chi sono e come suonano questi Green Lung, dei quali si tessono tanto le lodi?

Sul loro conto, inverosimilmente, ci sono poche parole da spendere, poiché la qualità offerta da Woodland Rites, ma soprattutto la sua freschezza acustica, farebbe pensare ad una band ben più rodata in studio e on the road di quello che è ora. Con il proprio quartier generale arroccato a South London (che vuol dire tutto e niente, ne siamo al corrente…), la band esce allo scoperto con una demo di due tracce, Green Man Rising, nel 2017, per poi pubblicare un EP, Free The Witch, salito anch’esso alla ribalta in diverse classifiche di settore lo scorso anno. Meritatamente. Notevole come la band, in appena un biennio scarso, abbia maturato e rinnovato la propria proposta per tre volte: sciolto il cordone ombelicale dallo stoner e dalla produzione Lo-Fi della demo, già in Free The Witch, la band offrì una prima avvisaglia - lasciandoci lavorare un po’ d’immaginazione - di quello che sarebbe avremmo avuto modo di ascoltare nel 2019. Dei quattro brani ritornellocentrici contenuti nell’EP, connotati da una forte vena heavy rock, quanto da una solido gusto compositivo, i Green Lung approdano, almeno per questa uscita, in un calderone doom, heavy metal primigenio, occult, pennellate folk, psichedelia settantiana e tenui lampi progressive, ampliando un’altra volta il loro raggio d’azione in una contorsione, che se da una parte lascia intravedere un futuro roseo, dall’altra lo rende pure piacevolmente imprevedibile. Fatte queste premesse, e ribadito che si tratta di un lungo d’esordio, sicuramente baciato da una qualche divinità pagana per tanta bravura dimostrata, cogliamo l’occasione per portare un’ultima riflessione, prima di addentrarci in una foresta inglese e godere di questi quarantadue minuti. Non è affatto corretto affiancare Woodland Rites ai tantissimi lavori-fotocopia odierni, e qui ci rivolgiamo a chi segue assiduamente la scena contemporanea dei generi di cui si parlava sopra, essenzialmente per due motivi; il primo dei due, il più semplice da percepire, il più difficile da cancellare, tarlo da sempre e per sempre: viene (sempre più) spesso a mancare l’originalità nelle composizioni e nelle (poche) soluzioni adottate, andando incontro all’inevitabile conseguenza di produrre intere schiere di dischi accomunati da una nulla ricerca musicale, anonimi, scialbi e avanti con i sinonimi. Poi, il secondo motivo: se è ancora difficile parlare con fermezza di “originalità” nel caso dei Nostri e del loro primo nato, è possibile affermare (per non dire esigere…) che è così che deve suonare un album di genere nel 2019, per non rischiare di finire nell’oblio dopo un paio di ascolti. La bravura dei Nostri sta proprio nell’aver costruito un album su salde e incontestabili radici doom / occult / heavy, riuscendo a renderlo fresco grazie a linee vocali vincenti, in alcuni casi alla stregua della radiofonia, grazie a un chitarrista tuttofare - scusate il termine - strepitoso, sia nell’erigere l’ossatura dei brani (leggi: riff), sia nel decorarla con inserti solisti di gusto artistico superiore alla media dei colleghi, arricchendo così questa unione solenne di metal e rock di elementi preziosi e, infine, grazie a non aver mai fatto prevalere scontatissime linee di hammond sul resto, come da tradizione, ma piuttosto ponderandone l’uso col contagocce. È solo ascoltando Woodland Rites che ci si può rendere realmente conto di quanto l’artwork (splendido), possa essere fuorviante. Initiation, l’iniziazione: cinguettii, un arpeggio di chitarra e un hammond in sottofondo spianano la strada a una sontuosa, lunga intro di Scott Black dal flavour epico. Se l’ambiguità dei generi affrontati in questa prima traccia lascia un po’ interdetti, crediamo non ci siano dubbi dentro quali canoni metal possa essere inquadrata la successiva title-track, gioiello che, solo nel finale, prende il largo verso rive progressive grazie all’incursione precisa dell’hammond. Sale ancora la qualità con Let the Devil In, brano esemplificativo di come i Nostri siano in grado di far bilanciare le parole “doom” e “anthem”, in un tripudio di continue armonizzazioni di chitarra, voci femminili e…sax! Meno accessibile, ma più profonda è The Ritual Tree, roboante tempo medio heavy/doom addolcito perennemente dalla classe di Scott Black nell’inserire giri melodici mai azzardati e mai fuori contesto, sui quale svetta il frammento centrale all’insegna di esoterismo, psichedelia e hard rock. È ora il turno di adoperare il termine occultismo…sempre se non cozzi con il termine “easy-listening”. Per i Green Lung, no. Per noi, nemmeno. Ecco a voi, dunque, Templar Dawn. In Call of the Coven i Nostri alzano tiro e velocità, consegnandoci una galoppata doom/blues fatta di stop ‘n’ go esaltanti e arpeggi progressive sognanti. E come non sembrano temere la velocità sostenuta, i Green Lung non temono nemmeno le ballate e i grandi lenti ancorati alla tradizione psych blues inglese, come ne è dimostrazione la penultima May Queen, diluita in un lungo, commovente assolo centrale e sostenuta da grintose ritmiche della coppia Cave/Wiseman. Spetta a Into the Wild chiudere il cerchio, ripetendo le strutture del brano precedente, ma accentuando di più la componente clean per quanto riguarda la sezione cordofone (Black/Cave) e insistendo di più con la violenza nelle parti elettriche della stessa. Si percepiscono così dei contrasti, retti dalle note lunghe di un basso in primissimo piano, che riassumono al meglio ciò che abbiamo potuto ascoltare in questo esordio, dove, al netto di tutto, è vietato parlare di filler o riempitivi.

Esordio avvolgente e coinvolgente, spiazzante e trascinante. Risulta arduo estrapolare un difetto da questi otto brani: abbiamo otto canzoni, otto potenziali singoli per una playlist heavy/doom di fine anno, i quali lo trascendono il più delle volte, questo genere. Aggiungiamo la capacità del quintetto di sondare con ottimi risultati territori acustici limitrofi e ripensiamo a come sia stata in grado di mutare pelle già tre volte in due anni dalla propria nascita, come detto e ridetto nei primi paragrafi. Non sappiamo chi o cosa saranno nella prossima uscita i Green Lung, non sappiamo se evolveranno ancora o se sprofonderanno nel doom esoterico più scontato, ciò che c’è di certo è il loro valore attuale. Indiscutibilmente alto… e un’uscita di questo calibro, che metterà d’accordo metalheads e rockers, non può assolutamente passare inosservata. In prospettiva, si tratta di uno dei dischi dell’anno in questo genere di frontiera. E se domani uscirà di meglio, saremo ben lieti a rendervi partecipi di questo “meglio”. Nel frattempo, fatevi iniziare da questo Woodland Rites e godetevi il presente.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
53.42 su 7 voti [ VOTA]
Giaxomo
Domenica 5 Maggio 2019, 20.15.35
8
@Doomale: Sappi che anche il sottoscritto nutre una profonda stima per la tua conoscenza del black e ti leggo spesso nel forum...😉 Tra l'altro marzo e aprile sono stati mesi ghiottissimi per il black (primo nome: Vargrav, da lacrime). Sotto le mie rece sarai sempre il benvenuto, passa quando vuoi.
Doomale
Domenica 5 Maggio 2019, 18.36.01
7
Ciao Giacomo, si. Sono un pò meno presente sul pannello principale rispetto al passato, ma leggo con piacere le tue recensioni. Tra l'altro poi l'album l'ho parzialmente ascoltato...sai che mi sono venuti alla mente anche gli Argus? Vabbè, buon lavoro!
Replica Van Pelt
Domenica 5 Maggio 2019, 15.34.30
6
@Giax,ci mancherebbe altro,apprezzo moltissimo,mi resta difficile sentire qualcosa di "onesto" o istintivo,e se mi devo accontentare di un "buon prodotto" perchè questi sono i tempi ne faccio a meno,un voto alto è un buon prodotto,vero,questo secondo i canoni attuali ai quali oramai ci siamo abituati.Non lo so,mi aspetto qualcosa di più da un buon album,sono piccole cose che alla fine se servono a guadagnare in "abbellimento" perdono in purezza.E di cose create a tavolino per piacere e compiacere ne ho abbastanza.
Giaxomo
Domenica 5 Maggio 2019, 12.33.43
5
Come sempre arrivo in ritardo per rispondere, ma è stato un periodo più che impegnativo. Scusatemi! Andiamo in ordine: @Replica, ti ringrazio per il doppio passaggio (qui e sotto la rece di Awakened from the Tomb...). La questione voto è sempre un argomento tosto...diciamo che ascoltare un centinaio di uscite “di genere” all’anno aiuta quantomeno a dedurre lo stato di salute dei generi dei quali mi occupo e contribuisce a rapportare le varie uscite tra di loro. Il mio non vuole essere un attacco ai tuoi due commenti, che anzi, sono stati molto educati e ricchi di spunti interessanti, ma è giusto premiare, quando necessario, chi riesce a distinguersi in un qualche modo. Assegnare categoricamente voti che vanno dal 60 al 70 “perché non inventano nulla” significa livellare un genere e porre tutte le band che lo suonano sullo stesso piano. Non è affatto così, perché indirettamente se ne decreta la morte. Ma ripeto, le mie recensioni sono spunti, consigli, non verità. La bocciatura è un discorso a sé stante, e un po’ di selezione naturale non nuoce mai, ma dal mio punto di vista è dolorosa tanto quanto vedere cinquanta band vautate 60/70. Questione “suono”: Pentegram e Saint Vitus sono tra le mie band preferite di sempre, le trovi anche sul mio profilo, sotto la voce “Staff”, per cui, chi non rivorebbe le stesse chitarre zanzarose? Diciamocelo: se dovessi far prevalere il gusto alla ragione, dovrei bocciare otto band su dieci perchè non suonano come i padri fondatori. Posso? No. In ogni caso, mi trovi qui. @Sentient: se è il canale che penso io (inizia per S?), beh, come fonte è ottima, ma il fanboysmo da quelle parti regna sovrano a livelli stellari..e spesso (quasi sempre?) vengono fatte passare band ai limiti dell’insulso per salvatori del genere. Per cui, sì, ottimo per rimanere aggiornati, ma bisogna andarci cauti...😉 @Doomale: sei lo stesso Doomale del forum? Mi fa piacere leggerti qui! Un saluto a tutti.
Doomale
Sabato 4 Maggio 2019, 20.44.46
4
Mi incuriosisce molto, dopo aver letto la recensione...Non pensavo. Lo ascolterò e ripasserò!
Sentient_6
Sabato 4 Maggio 2019, 20.20.43
3
Che gli dei possano benedire chi gestisce quel canale YouTube, non so quanta roba spettacolare come questo disco ho scoperto grazie a loro.
Replica Van Pelt
Lunedì 29 Aprile 2019, 10.48.47
2
@Giax è una bella recensione,e meritata,restando nell'ambito personale non condivido quando scrivi "è così che deve suonare un album di genere nel 2019",secondo me "un suono" è la cosa più naturale che definisce un genere,ed è quello che mi "infastidisce" ascoltando questo album,un suono pulitino e cristallino che,secondo le mie povere orecchie,non è IL suono doom (Pentagram,Saint Vitus),mi sa di finto per dirla in poche parole.I primi 4 pezzi sono veramente notevoli,belle le incursioni nel prog e quei coretti stile Eagles,in calo su Templar Dawn e Call of the coven,l'ultimo pezzo mi sa di compitino in classe.Invece May Queen lo considero un capolavoro (con chitarra Floydiana),una vera chicca.Per stemperare direi album riuscito a metà,per il motivo detto sopra e per una scelta,immagino,di far confluire insieme troppi generi,non è detto che un minestrone ricco sia più buono di uno povero,anche se sazia di più.Ciao,voto 70
EyeOfEveryStorm
Sabato 27 Aprile 2019, 11.16.15
1
Scoperto per caso su Youtube, quest'album mi ha positivamente sorpreso, non è niente di profondamente nuovo ma è un lavoro fresco e con un insieme di riff e vocals davvero azzeccati; insomma, questi giovani inglesi partono subito con il piede giusto. Recensione davvero buona e precisa e voto congruo.
INFORMAZIONI
2019
Kozmik Artifactz
Heavy/Doom
Tracklist
1. Initiation
2. Woodland Rites
3. Let the Devil In
4. The Ritual Tree
5. Templar Dawn
6. Call of the Coven
7. May Queen
8. Into the Wild

Line Up
Tom Templar (Voce)
Scott Black (Chitarra)
Andrew Cave (Basso)
Matt Wiseman (Batteria)
John Wright (Hammond)
 
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