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Earth Messiah - Ouroboros
27/04/2019
( 284 letture )
Previa consultazione dell’enciclopedia online Treccani, ourobóros od uroboro è un serpente (o un drago) che si mangia la propria coda formando così un cerchio perfetto. Si tratta di un simbolo di origini antichissime, la cui genesi è fatta risalire, presumibilmente, alla civiltà egiziana, ma propagatosi poi capillarmente in tutto l’Occidente (europeo e non) in epoca medievale grazie al significato (metaforizzato, guardando verso la chimica primordiale d’allora…) che gli affibbiarono gli alchimisti. L’uroboro è uno dei simboli più noti nella nostra cultura di massa e, nonostante la forte componente d’adattabilità a diversi contesti, ha un significato univoco ben preciso: rappresentare l’infinito, l’eterno e la natura ciclica delle cose e degli eventi, includendo in alcuni casi paroloni come eterno ritorno o rappresentazione della perfezione.
Nel nostro di caso discografico, escludiamolo, il significato di perfezione. Se parliamo di perfetta derivazione, allora allora sì, chi ha fatto certe associazioni interpretative, ovvero tra l’immagine di un serpente e i suoi significati, non ci ha neppure visto così male. Prima di addentrarci nelle presentazione di rito e gli altri annessi e connessi di una recensione, sfruttiamo un momento questo spazio per una riflessione sullo stato di salute di un intero genere…e non ce ne vogliano questi neonati Earth Messiah se sono funti da “capro espiatorio”. Usciamo dal campo d’azione dei Nostri, zoomiamo globalmente sulla “mappa stoner” più attuale, pensiamo al nostro povero uroboro e spogliamolo di tutti quei significati di cui si è fatto portatore nel corso dei millenni. Cosa vediamo? Una creatura inerme, indifesa e sadica, un po’ come il cane che si mangia la coda. Ad inveire con un po’ di rabbia verso il figlio più nerboruto del rock seventies, non è un ascoltatore appassionatosi allo stoner l’altro ieri, seppur le lacune e i debiti da saldare con un genere siano sempre dietro l’angolo. L’uroboro denudato è lo stoner di oggi: il paragone è doloroso. Le volte che riesce a smettere di infliggersi questa pena eterna (pensiamo a Prometeo…) sono talmente poche, se proporzionate alle band che lo praticano e puntellano questo trend, che solo la passione più autentica consente di non gettare la spugna e dedicarsi ad altro. Conseguenza principale di questo calderone del “tu copi me ed io copio te, ma senza mai dimenticarci di inserire qualche riferimento ai colossi del passato” ha generato una mole sterminata di dischi usa e getta, sortendo gli esiti migliori negli ultimi anni solo grazie a lavori ibridi. Ma qui si sta parlando di stoner “in your face”, nudo e crudo: di rado spuntano lavori difficili da terminare (è capitato pure questo…), ma una miriade degli stessi sono anonimi come una fotografia dopo decine di lavaggi. Quando qualcosa sembra andare per il verso giusto, spunta sempre qualcosa che non va, come nel caso degli Earth Messiah, che hanno pure pubblicato uno dei migliori lavori stoner dell’anno in corso. A voi, pertanto, l’interpretazione di “migliore”, impiegato dopo un contesto fortemente pessimista…mentre attendiamo altri salvatori che si vadano ad aggiungere alla lista dei nomi presenti in database.

Tornado ai veri protagonisti di questa recensione, gli Earth Messiah sono un power trio svedese di recentissima formazione: Marcus Hedkvist ha raggiunto i due membri fondatori, Mathias Helgesson e Patrik Orrmén, giusto l’anno scorso occupando lo slot di bassista. Una demo alle spalle (Nocturnal Thoughtgrinder, 2017), un contratto con la nostrana Argonauta Records e una portata a base di stoner condito con molto fuzz, un discreto gusto per la melodia che avrebbe potuto essere messo in risalto più saggiamente, un discreto senso del groove poco sfruttato, un piede spesso sull’acceleratore, una voce perfettamente contestualizzata, quanto inespressiva – salvo rari casi - all’inverosimile: non un solo cambio di timbro, grave. Dunque, una predilezione per le coordinate degli ultimi Orange Goblin, escluso il confronto tra i due cantanti, se si guarda globalmente a quest’opera prima. Poi ci sono sempre le eccezioni, una su tutte la convincente title-track strumentale: un reiterarsi di note perfettamente condensate che ben mettono a fuoco in note il serpentone piazzato in copertina, le quali si trascinano melanconicamente per quattro minuti. Poi, è tutto un susseguirsi di tasselli che non lasciano tregua o momento di riflessione: Escape from Reality e Attention sono tempi medi feroci, dotati di refrain piacioni e di alcune soluzioni interessanti degli strumenti cordofoni, sui quali svetta il ritornello della terza traccia, così kyussiano e selvatico. Un altro cavallo di battaglia è l’up tempo Trouble Child, una sorta di incrocio bastardissimo (quanto riuscito!) fra ritmiche/vocals punk, melodie e incursioni NWOBHM e, logicamente, riffoni stoner: cari Earth Messiah, questo è un brano che riesce a catturare l’attenzione dell’ascoltatore, grazie alla sua immediatezza e compattezza strumentale. Con la seguente In the Darkness si rivivono le stesse sensazioni di Escape from Reality. Non esattamente un complimento. Si ha la sensazione di ascoltare una band power metal che indossa i panni di uno stoner rocker, ma senza essere in possesso di una delle carte vincenti delle band power: il vocalist. Con un altro cantante, o cantati diversamente, si conferirebbe sicuramente più importanza a tali brani e, col senno di poi, chi scrive sarebbe più che ben disposto ad attribuirla al platter intero. Imponente è, invece, la prova dei Nostri in I Am, che regala cinque minuti strumentalmente ineccepibili e, senza dubbio alcuno, tra i migliori di Ouroboros: torsioni ipnotiche, rallentamenti desert, cataclismi kyussiani. Tutto geometricamente al suo posto, tutto condito dal gusto melodico di Helgesson/Hedkvist. Nella tripletta conclusiva trovano spazio almeno altri due highlights e una chiusa avvincente, ma troppo legata al brano che la precede. Il lato migliore lo offrono il blues anfetaminico della Louisiana (Queen of the Land of Tomorrow), in cui la voce di Helgesson trova una quadratura migliore grazie alla sua predisposizione per essere impiegata in contesti naive e una bordata desert (Always Remember), scandita marzialmente dalla batteria di Orrmén in primo piano, univoca, secca e dal cantato ruvido e piacevolissimo del vocalist, ancora autore di una prova alle sei corde sopra le righe, da vero rocker a tutto tondo.

Non verrà ripetuta la pappardella dei primi paragrafi, non verranno riciclati discorsi, nessuno cercherà di imporre la propria visione per cambiare la vostra. Dio me ne scampi e corro ai ripari. Focus: Earth Messiah, Ouroboros. Di getto: un esordio scolasticamente corretto, strumentalmente accattivante, ma la voce è un punto debole e alla lunga ne risente il disco intero. Un primo lungo convincente, ma per la seconda prova è meglio correre ai ripari sul fronte vocalist: vocalist e basta, perché Helgesson, da chitarrista, si difende già egregiamente. Rizzate le antenne e rimaniamo in attesa, ché noi ci saremo.



VOTO RECENSORE
66
VOTO LETTORI
30 su 5 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Argonauta Records
Stoner
Tracklist
1. Ouroboros
2. Escape from Reality
3. Attention
4. Trouble Child
5. In the Darkness
6. I Am
7. Queen of the Land of Tomorrow
8. Always Remember
9. Father of Fire
Line Up
Mathias Helgesson (Voce, Chitarra)
Marcus Hedkvist (Basso)
Patrik Orrmén (Batteria)
 
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