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IQ - Dark Matter
27/04/2019
( 1078 letture )
Tutti sono a conoscenza dei capolavori degli anni '90 che portano la firma degli IQ, ovvero Ever e Subterranea, ma il percorso musicale del gruppo capitanato dal tastierista Martin Orford è continuato con una serie di ottimi album che hanno caratterizzato il nuovo millennio. Dark Matter è il secondo di questi, che comprendono anche The Seventh House (2000) e Frequency (2007), e viene pubblicato nel 2004. La formazione è quella classica con il ritrovato Peter Nicholls alla voce, ed è anche l'ultimo album pubblicato con essa. Dopo Dark Matter, infatti, Martin Orford decide di abbandonare le scene musicali, ritirandosi a vita privata e, con lui, anche il batterista Paul Cook lascia la band, salvo poi ritornare due anni dopo l'uscita di Frequency.

Mettendo da parte le vicissitudini relative ai componenti del gruppo, concentriamoci invece sul prodotto in sé, ovvero Dark Matter. La copertina, che richiama vagamente quella di Brain Salad Surgery degli Emerson, Lake & Palmer, è lugubre e cupa, in netto contrasto con i colori pastello degli artwork precedenti. Incupimento inoltre riscontrabile nel sound complessivo dell'album, misterioso e sinfonico come mai tentato prima dal gruppo. Similarmente a Ever e The Seventh House, anche questo lavoro è introdotto da un lungo brano di apertura, che risponde al nome di Sacred Sound. Le atmosfere create dai sintetizzatori a mo' di organo di chiesa e dal mellotron di Orford richiamano quanto ascoltato su The Wake, discostandosi dalle sonorità cangianti tipiche del neo-prog e le parti del tastierista si rincorrono per tutto il brano con quelle soliste di Holmes, egregiamente supportate dalle frizzanti linee di basso di Jowitt. Nulla di nuovo sotto il sole, naturalmente, ma la perizia del gruppo è tale da rendere il brano una perfetta apertura, capace di accontentare persino l'ascoltatore più navigato. Segue il secondo dei cinque brani proposti, Red Dust Shadow, delicata semi-ballad introdotta dalla chitarra acustica, interpretata magistralmente da Nicholls, che continua con i richiami settantiani in particolare nella coda del pezzo, in cui il mellotron restituisce echi dei primi King Crimson. Un'interessante partitura ritmica contraddistingue invece l'inizio di You Never Will, brano abbastanza canonico dal ritornello melodico e orecchiabile, seppur permeato di quell'aura di mistero fulcro dell'album. La fine di You Never Will sfocia senza interruzioni nella successiva Born Brilliant, la cui blanda introduzione decolla per fortuna in un brano sostenuto e ritmato, con le preponderanti tastiere sempre in primo piano (a dire il vero forse un po' troppo). Parlando delle liriche dell'album, esse sono alquanto introspettive e riflettono pensieri e stati d'animo non propriamente positivi, ma il punto culminante è certamente l'epica suite conclusiva Harvest of Souls. Essa infatti, similarmente a quanto fatto dai Threshold su Subsurface, uscito nello stesso anno, critica la scellerata politica statunitense di quel periodo. Qui il tributo agli anni '70 si spinge fino al parossismo, perché la struttura di Harvest of Souls ricalca apertamente la celebre Supper's Ready di genesiana memoria, senza tuttavia plagiarla. Gli IQ sono maestri in questo, e sebbene il rischio sia alto, ne escono a testa alta, pur mantenendo i punti di contatto con le più note produzioni di YES e Genesis, rielaborando il tutto in maniera personale. È improprio parlare di una Supper's Ready parte due, ma quel che è indubbio è che si tratta di uno degli episodi più riusciti dei cinque inglesi: 25 minuti che scorrono davvero in fretta, risollevando un album piuttosto canonico, ma comunque appassionante.

Interpretabile come un tributo a tutti quei maestri senza i quali il neo-prog non sarebbe mai potuto esistere, Dark Matter è un importante tassello della discografia degli IQ ed è considerabile come il lascito di Martin Orford al mondo progressive, insieme a tutti i suoi illustri predecessori. Valutato a posteriori, Dark Matter è inoltre un album che sa ricompensare chiunque riesca ad andare oltre al voluto citazionismo e a farsi catturare dalle sue atmosfere.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
progster78
Lunedì 29 Aprile 2019, 16.31.37
4
Mi associo ai commenti sotto,disco stupendo per una grande band . Harvest of Souls sublime.....ma tutta la loro discografia e' ad alto livello. Voto 90
JC
Domenica 28 Aprile 2019, 21.21.35
3
Il migliore della seconda parte della loro carriera. Bellissimo disco. Per me poi il mio preferito dopo The Wake.
GorgoRock
Domenica 28 Aprile 2019, 19.31.51
2
Anche io ogni tanto lo rispolvero. Meraviglioso.
ayreon
Sabato 27 Aprile 2019, 16.32.25
1
parlo da fan sfegatato, è un disco da lacrime di gioia,trasuda new prog da tutti i solchi e ci regala una suite che entra nelle più belle mai scritte nella storia del new prog, è il definitivo canto del cigno di martin orford,che collaborerà (senza essere nei credits) nel successivo (ed altrettanto valido )"frequency".oltre alla suite"harvest of souls" segnalo l'accoppiata "you never will " e l'ancor migliore "born brilliant" con un lavoro di tastiere di orford che supera l'impossibile, è bello anche un doppio dvd "stages " dove ci sono 2 live stes quasi uguali ma con diversa line up , in cui ci sono molti estratti da questo disco.
INFORMAZIONI
2004
Giant Electric Pea
Prog Rock
Tracklist
1. Sacred Sound
2. Red Dust Shadow
3. You Never Will
4. Born Brilliant
5. Harvest of Souls
Line Up
Peter Nicholls (Voce)
Mike Holmes (Chitarra elettrica, Chitarra acustica, Effetti)
John Jowitt (Basso)
Martin Orford (Tastiera)
Paul Cook (Batteria, Percussioni)
 
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