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The Quireboys - Amazing Disgrace
01/05/2019
( 706 letture )
Tornano i The Quireboys, con l’immarcescibile Spike a guidarli. Sono lontani i tempi dello splendido A Bit Of What You Fancy datato 1990. Quel disco d’esordio li proiettò di slancio nel panorama hard mondiale con grande apprezzamento di pubblico e con pezzi di grande impatto e piacevolezza come 7 O'Clock, Hey You, I Don't Love You Anymore, There She Goes Again e la selvaggia Sex Party; insomma, un salto a piè pari nello sleaze britannico più colorito e sozzo, con la voce roca del singer a raschiare anche i coperchi, dopo una luculliana cena annaffiata da tanto alcol per festeggiare il primo colpo magistrale inferto. Sono passati 29 anni, ebbene sì, ventinove, ma la band con il suo mentore dietro al microfono non ha mai mollato gli ormeggi e ha continuato a pubblicare CD, anche se va detto chiaramente che i tempi magici della prima pubblicazione non sono mai più tornati. L’inizio di carriera sembrava aureo: numero 2 nelle classifiche britanniche, tante copie smerciate anche grazie ai video su Mtv, una fama per gran parte europea dato che negli Usa la loro musica non ha mai attecchito più di tanto. Questo nuovo Amazing Disgrace celebra il trentacinquesimo anniversario del monicker e incarna il loro dodicesimo album ufficiale, senza conteggiare vari live (ben 5) e compilation (4) rilasciate sul mercato nel corso delle decadi. Il music biz è ormai mutato radicalmente e una realtà come quella di Spike è passata da una major come la Emi a varie etichette underground e indipendenti, in un lungo e tortuoso percorso comune a molte altre realtà, anche più rilucenti.

Original Black Eyed Son spacca il silenzio come una song punteggiata da un piano incisivo e atmosfere rhythm and blues dominate dalla voce strozzata del frontman Spike, adornato dall’immancabile bandana sulla fronte, un pezzo carino. Sinners Serenade è sleaze rock ma senza la minima traccia di hard, con il piano che addolcisce le impuntature, buone le chitarre mentre i cori femminili riportano alle atmosfere del pezzo d’apertura. Seven Deadly Sins finalmente sfoggia un riff di chitarra old style che evoca grandi band del passato, poi però tutto viene sommerso da tastiere, piano e cori e si ritorna sulle orme del rhythm and blues. La titletrack distilla qualche spina aguzza di rock duro, compreso il ritornello, e un bel solo energico delle sei corde ma è una breve eccezione, infatti Eve of the Summertime si abbiglia da slow acustico che avvicina il nostro a Rod Stewart, non solo per la vocalità grattugiante ma anche per gli arrangiamenti del pezzo troppo arrendevoli e molto radio-oriented: brano carino ma non cercate asprezze o striature di matrice hard. Per California Blues basta il titolo a spiegare lo sviluppo, This Is It è pervasa da belle melodie e un ritornello che si manda a memoria con una struttura da semi-ballad e con un assolo centrale di keyboards, Feels like a long time è finalmente piastrellata da rock energico con accordi di chitarra belli distesi, poi la solita melassa di cori squillanti alla Aretha Franklin e tastiere morbide seppelliscono ogni vibrazione più decisa e vigorosa. Slave #1 fa gridare al miracolo per il suo incipit da hard song, poi sapete bene che accade sull’inciso, vedi sopra. La cosa che fa più riflettere è una sola: possibile che i The Quireboys non siano più in grado di scrivere un inciso bello tosto e grezzo, dalla prima nota al ritornello, senza per forza inserire fronzoli eccessivi e accomodamenti mosci che fanno ricadere il tutto nel pop edulcorato? Tornando alle canzoni, Dancing in Paris è uno slow che ha peculiarità già illustrate, mentre Medusa My Girl chiude il lavoro con una sorta di rivisitazione dei tempi fuggiti, dove finalmente il ritmo mantiene un pizzico di carica selvatica senza però far strabuzzare dita e orecchie.

Il sestetto sarà in tour a breve soprattutto in Gran Bretagna e Spagna, ma è inutile girarci attorno: questo nuovo disco scontenta le attese, almeno le nostre. Non ci attendevamo certo una copia sputata del passato, però Spike e soci paiono essersi dimenticati del furore sleaze e della carica hard, privilegiando non tanto il blues quanto il rhythm e gli arrangiamenti ricchi di strumenti, di cori femminili e di input, ma poveri di presa e convinzione. Un album di rock ben suonato, per carità, ma che scorre via pezzo dopo pezzo, non lasciando nulla o quasi nelle casse e nella testa di chi ascolta. Da un gruppo storico è lecito attendersi molto ma molto di più. Spiace dirlo, ma questa nuova release è una delusione cristallina.



VOTO RECENSORE
63
VOTO LETTORI
45 su 6 voti [ VOTA]
Graziano
Lunedì 20 Maggio 2019, 22.26.59
4
Secondo me invece l'ispirazione l'hanno ritrovata. Un ottimo ritorno...
Enrisixx
Giovedì 2 Maggio 2019, 20.57.09
3
Sempre grandi , bell' album voto 80
Area
Giovedì 2 Maggio 2019, 13.45.54
2
Buona band Glam Britannica... l'unico disco veramente degno di nota fu il primo, gli altri non mi sono piaciuti. Sapere che in questa band ha militato (brevemente) Ginger dei Wildhearts e non averlo potuto sentire sui loro album é davvero un gran peccato.
Galilee
Giovedì 2 Maggio 2019, 13.38.25
1
Peccato, ma l'ispirazione è passata da un pezzo. Rispetto a well oiled?
INFORMAZIONI
2019
Off Yer Rocka Recordings
Hard Rock
Tracklist
1. Original Black Eyed Son
2. Sinners Serenade
3. Seven Deadly Sins
4. Amazing Disgrace
5. Eve of the Summertime
6. California Blues
7. This is it
8. Feels like a long time
9. Slave #1
10. Dancing in Paris
11. Medusa My Girl

Line Up
Spike (Voce)
Guy Griffin (Chitarre)
Paul Guerin (Chitarre)
Keith Weir (Tastiere)
Gary Ivin (Basso)
Dave McCluskey (Batteria)
 
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