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Adventure - New Horizon
01/05/2019
( 562 letture )
Siamo come nani sulle spalle di giganti. (Bernardo di Chartres)

Senza assumere un’ottica eccessivamente positivistica, questa frase si può adattare benissimo al mondo musicale. Tramite un processo dialettico il nuovo artista trova una propria dimensione e ingloba il passato per riadattarlo al proprio immaginario. Alcune volte scovare i richiami e le influenze che caratterizzano un gruppo può rivelarsi arduo, dal momento che si possono celare in finezze compositive; in altri casi, invece, è lampante. L’album New Horizon degli Adventure rientra decisamente nel secondo caso. Il gruppo si definisce infatti "retro prog" e porta nei suoi brani un bagaglio marcatamente anni ’70 che fa sorgere una sorta di innata nostalgia già al primo ascolto. Uno dei membri fondatori è Odd-Roar Bakken, tastierista del gruppo nonché uno dei principali attori all'interno dei pezzi. Lo strumento infatti non viene usato solamente come sostegno armonico ai brani, ma rivendica la propria autonomia proponendo riff originali che rievocano, non da ultimo, il prog italiano anni ’70.

Nel primo brano, Slow Fanfare, la padrona assoluta è appunto la tastiera. Il breve preludio pare funzionale a disporre l’animo dell’ascoltatore in linea con l’album. La cadenza della melodia ricorda un mantra, sorretto dagli accordi fanfareschi e puntuali. Forse suona inaspettato come apertura, ma il delicato tocco fa sì che questo strumentale non strida, anzi, intorpidisce l’ascoltatore conducendolo in luoghi remoti e omogenei. La rottura avviene col secondo brano Destiny, canzone che si addentra in sonorità più seventies. Nel ritornello si sprigiona quel tono nostalgico che la grave voce presenta, destreggiandosi nel delizioso prog. I cori, le percussioni, la distorsione delle chitarre e le tastiere (di nuovo) in primis fanno riecheggiare, condensati, gruppi e concept passati. Il disco può infatti essere molto apprezzato dai fan di Uriah Heep, Deep Purple e per certi versi anche dei classici Pink Floyd.
Il disco procede poi con Horizon, brano drammatico e dilatato che esordisce con un intro molto intimistico con piano e voce, ai quali si aggiungono prorompenti gli altri strumenti, che smorzano in seguito i toni lasciando più spazio all’iniziale accoppiata per poi esplodere, invece, nel ritornello. L’atmosfera è lirica, l’assolo di chitarra avanza senza intoppi e rimarca elementi che il pezzo aveva fatto intuire. Poco dopo la metà della canzone si assiste ad un cambio: le voci si scontrano, alternandosi, e l’intero comparto strumentale sostiene il tutto accentandolo nei momenti più opportuni. Si incontra maggiore aggressività e i colpi di tastiera e chitarra ritmica non seguono più quel filone della ballata mantenuto invece nella prima metà del pezzo. Verso la fine ci si orienta verso uno stile alla Dream Theater di Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory. È un pezzo molto variegato che merita attenzione, viste le molteplici influenze e i generi che esplora. Il brano è perfettamente rappresentato dalla copertina: uno scenario post apocalittico che fa intravedere la luce e degli stormi che avanzano speranzosi, richiamando alla mente gli episodi biblici di Noè, trasponendoli tuttavia in chiave moderna con una trascendenza atemporale che sovrasta il mix. È poi il turno di Eirene, riuscita esaltazione massima degli anni ’70. I cambi di ritmo e di dinamiche la rendono in costante evoluzione, mantenendo però l’unità di fondo e la coerenza. La seconda metà del brano annovera una svolta verso il power/epic, conciliato col resto grazie al veloce intervento del flauto e al ricongiungimento con la struttura della prima metà. Con You belong si prende un doveroso respiro. La chitarra acustica pulisce l’intero brano e aiuta la presa di coscienza suggerita dal pezzo, sussurrata e meditata lungo i quattro minuti e mezzo. Gli assoli occupano buona parte della canzone, equilibrando la composizione. Il finale, di nuovo vicino al power, chiude con perfetta convinzione l’opera. With tears in their eyes costituisce un ottimo intermezzo di flauto e chitarre acustiche prima, chitarra elettrica e tastiere poi, con l’ausilio di cori ancestrali per il finale. Lo definirei quasi “paesaggistico”, al pari delle ballate dei Saturnus.
Si giunge poi al brano più lungo di New Horizon, Lighthouse. Uno degli elementi che più salta alle orecchie è la dimensione vocale dei riff che, spesso, fanno la parte della voce (non usando la stessa linea, sia chiaro) aprendo le porte della percezione a trecentosessanta gradi. È un brano molto organico, che non stanca e lascia ampiamente parlare gli strumenti durante gli assoli. Here to stay risveglia il ritmo rockeggiante più tradizionale ed è cantato da una voce femminile. Le tastiere, in particolare, sono l’anello di congiunzione col percorso compiuto fino a questa traccia. L’orecchiabilità non è causata dalla poca cura nella composizione, bensì dal gusto classico che rende il pezzo piacevole. Si ha una sensazione di staticità con Nothing Will Change, sensazione che probabilmente il pezzo vuole infondere, come si può desumere dal titolo. Molto lineare, con la batteria che “tira dritto” (reggendo il brano senza sbavature), così come piano e tastiere. Il basso interviene in modo non monotono e si sposa bene con l’insieme. In Search of è nuovamente apprezzabile per il sound delle tastiere. L’unione tra voce maschile e femminile crea un effetto catartico, di nuovo inizio. Alla lunga forse scade nella ripetitività ma è possibile che sia un fattore ricercato appositamente, nell’intento di dar vita ad un senso di familiarità con la canzone. Gli incastri con le chitarre sono interessanti e permettono le variazioni presenti. Prima dell’ultimo brano appare l’interludio For the Fallen, breve composizione per piano, tastiere, voce narrante e percussioni che ricorda una compita marcia. Ci si dirige verso la fine e si puntualizzano dei concetti che devono rimanere in un’eterna giovinezza. La memoria, il sapore di antico proiettato nel futuro si invigoriscono in un senso universale. Le ultimissime battute sono segnate solo dalle percussioni e dalla voce in una decisione che infonde quasi timore. Ultima traccia è Refugees, nuovamente dal gusto retrò. È un tripudio controllato di strumenti e cori, in cui si alternano parti più rock ai duetti piano e voce. Gli assoli sono anche qui azzeccati e il risultato è trionfale. Le chitarre elettriche all’inizio creano la corretta predisposizione a questo pezzo che fino al ritornello gode di un crescendo sempre più corale. Il profilo è effettivamente quello di un’invocazione ai “Refugees”, con gli impulsi umani resi un unicum.

New Horizon gode della presenza di due ospiti degni di nota: il celebre pianista Atmasukha Ananda e la flautista Kine Wallum, figlia di Prikken Wallum, frontman dei Prudence morto nel 1990. Entrambi i musicisti hanno contribuito in modo essenziale a plasmare il sound che contraddistingue l’album. Il progetto è stato curato nei dettagli, e produzione e mixaggio non riportano pecche. L’unico limite dell’album può essere il fatto che non entrerà negli Annales del prog in quanto non ha innovazioni distintive, ma sicuramente lo si percepisce come un talentuoso trait d’union tra grandi classici e modernità che segue un proprio fresco sentiero.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
30 su 4 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Apollon Records Prog
Prog Metal
Tracklist
1. Slow Fanfare
2. Destiny
3. Horizon
4. Eirene
5. You Belong
6. With Tears In Their Eyes
7. Lighthouse
8. Here To Stay
9. Nothing Will Change
10. In Search Of
11. For The Fallen
12. Refugees
Line Up
Kjell Myran (Voce)
Elen Cath Hopen (Voce solista, Cori, Tastiere)
Terje Flessen (Chitarra elettrica e acustica)
Odd-Roar Bakken (Tastiere)
Terje Craig (Basso, Voce)
Alf-Helge Lund (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti:
Atmasukha Ananda (Pianoforte)
Kine Wallum (Flauto)
 
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