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The Sins of Thy Beloved - Perpetual Desolation
04/05/2019
( 572 letture )
The gloomy temptress appears
My void filled with temptation
Whispering as thou reveal thine origin
Thrust me thou said
Fear me not
I relinquished my soul
Cause thy name was temptation


The only way to get rid of a temptation is to yield to it. Resist it, and your soul grows sick with longing for the things it has forbidden to itself, with desire for what its monstrous laws have made monstrous and unlawful.
Oscar Wilde

La tentazione è anticamera del peccato o è essa stessa il peccato?
Una risposta naturale -e forse più teologicamente corretta- è probabilmente la prima: la tentazione è l'anticamera del peccato, quel luogo in cui abbiamo ancora la possibilità di riflettere sulle azioni che stiamo per compiere ed evitare dunque di cadere effettivamente nella trasgressione.
Eppure, nella vittoriana desolazione eterna dei The Sins of Thy Beloved è proprio la tentazione ad essere glorificata, finendo per assurgere a ideale.
Insomma, raggiunta la data tonda del 2000, la band di Bryne non aveva assolutamente cambiato il suo indirizzo concettuale, anche con la pubblicazione del loro secondo (e ultimo) album: Perpetual Desolation.
Stessa line-up, stessa voglia di raccontare le umane passioni ma una maggior esperienza nel gestire la componente musicale che si fa mezzo di trasmissione di tale voglia.
Se questo sarà un bene o un male lo vedremo in conclusione, ma intanto concentriamoci sul contenuto del canto del cigno dei norvegesi.

La prima differenza più evidente è lo spazio maggiore occupato dalle chitarre di Glenn Nordbø ed Arild Christensen, che non solo sembrano più presenti in termini di volume, ma sembra abbiano evoluto il riffing quasi manualistico del predecessore, con partiture che -per quanto sempre di chiara matrice death/doom- si lasciano andare sia a qualche maggiore virtuosismo negli arpeggi (le parti soliste sono sempre materia di Pete Johansen) e non trascurano momenti con approcci dagli echi quasi black metal (ascoltare la titletrack per credere).
A fare le spese della presenza maggiore delle chitarre è -che strano!- il basso di Ola Aarrested, che -come vedremo più avanti- pur non scomparendo rimane molto più indietro e dà il suo apporto alla componente ritmica senza quella sensazione di libertà ed originalità che si percepiva nelle linee del lavoro precedente.
Per riequilibrare la situazione: Stig Johansen sembra letteralmente un altro musicista. L'attuale polistrumentista dei Mørke, pur non smettendo di creare arrangiamenti di batteria al servizio del brano, tira fuori dal cilindro dei passaggi decisamente più solidi ed estremi rispetto a quanto fece sentire in Lake of Sorrow: totalmente inaspettato, ad esempio, il blast-beat serratissimo in A Tormented Soul. Dal punto di vista delle dinamiche risulta migliorabile, ma la “varietà” che garantisce ai brani è qualcosa di assolutamente da valorizzare.
Dietro ai tasti neri e bianchi troviamo sempre la coppiaThue/Stensland, che continua a lavorare in modo serio a creare decadenti orchestrazioni che “avvolgano” l'ascoltatore, senza mai andare a sconfinare in territori solisti con gli archi, giusto per non togliere spazio a Pete Johansen.
Ci sono però momenti di pianoforte particolarmente riusciti (Partial Insanity) e soprattutto un tocco di modernità che si concretizza non solo con l'uso di effetti sulle voci in (sempre in Partial Insanity), ma con l'uso efficace di lead (che sarebbero potuti sembrare decontestualizzati) in brani The Mournful Euphony (bellissima nella sua costruzione al pari di una suite).
Dietro il microfono Glenn Nordbø evolve quasi quanto dietro alla sei corde, con un'impostazione del growling decisamente meno monocorde (anche se potenzialmente aiutata da qualche effetto) e più coordinata con quella di Anita Auglend, che è invece sempre consistente con il suo approccio “etereo”, emotivamente sostenuto e senza particolari virtuosismi (anche se sono ottime le armonizzazioni in Pandemonium). Il tutto arricchito da un uso più palese e funzionale dei riverberi e dei delay, che aggiungono ancora un maggior senso di “angelicità” alla sua prestazione.
Il re indiscusso del sound dei The Sins of Thy Beloved continua però ad essere Pete Johansen, che continua a tirar fuori dal suo violino delle linee mai al di sotto dell'eccellenza, con gusto melodico, capacità tecnica e virtuosismi che sembrano dovuti ad un'euterpea possessione. Svolge contemporaneamente come il ruolo di chitarra solista e terza voce, catalizzando ulteriormente un insieme che è già melodicamente molto complesso.

Rispetto al -non lontano in termini cronologici- Lake of Sorrow, la produzione di Perpetual Desolation rappresenta un cambio di paradigma per i The Sins of Thy Beloved.
Per quanto ad un ascolto veloce non sembrino esserci grosse differenze, una dissezione più approfondita rivela un approccio al mixaggio e al mastering completamente differente: la loudness complessiva è decisamente più alta, e per quanto -anche in questo caso- continuino a non esserci interventi troppo marcati sulle alte e sulle basse frequenze (queste ultime partono già dense a 50 hz) si può notare una mano più calcata in fase di mastering, anche evidenziabile dai numerosi picchi livellati dal compressore. Il sound che ne deriva è più “omogeneo”, più “spinto”, ma meno dinamico, per quanto abbia ancora un sentore “old school”.
Le chitarre ritmiche sono impostate in modo quasi black, con una nuvola di alte frequenze che porta a diversi episodi di controfase nella parte alta dello spettro; il basso è sempre udibile, ma in maniera decisamente ridotta rispetto a Lake of Sorrow e la batteria molto più “asciutta” nei fusti e meno dinamica. Pregevole invece la gestione dell'immagine stereo, che avvolge adeguatamente l'ascoltatore con orchestrazioni e voci ben posizionate.

Perpetual Desolation non è un album semplice da inquadrare.
Si mostra, ad un primo ascolto, come più trascinante del suo predecessore, grazie ad un'enfasi ben portata sugli elementi melodici, che fanno da contraltare ad una componente estrema più strutturata e meditata (e per questo forse meno spontanea e malvagia).
Tutto ciò tende a rendere il platter più appetibile agli ascoltatori amanti del gothic metal nelle sue sfumature più moderne (perché, pur essendo un disco di quasi vent'anni fa, suona moderno).
Di contro l'impressione è che manchi un po' di quella ritualità e quella solennità che caratterizzava Lake of Sorrow.
Risulta dunque complesso dare un giudizio che inquadri i due album in una scala “qualitativa”, si tratta di due manifestazioni della stessa anima e che possono essere apprezzate a livelli diversi da fan di tipologia diversa.
Rimane un'opera da ascoltare se siete fan del genere, anche per rendere giustizia a quella che viene considerata -a torto- una band minore.

A seraph with brokeng wings
Realize that the end is near
As he watches the twilight of the gods
In a divine warfare
Dark perversive powers he witness
Crushing divine hands
A seraph closes it's eyes
And alters to sand



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
68 su 2 voti [ VOTA]
Tevildo75
Venerdì 10 Maggio 2019, 15.44.24
6
Album che ancora ascolto spesso e volentieri, per me è da 90 pieno. Poi la cover dei Metallica è sublime
dave
Giovedì 9 Maggio 2019, 12.53.02
5
copertina stupenda? graficamente orribile...fantasia zero....
duke
Mercoledì 8 Maggio 2019, 21.21.31
4
boh?
yuri
Mercoledì 8 Maggio 2019, 14.38.31
3
la cantante anita, photosciooppata
tino
Martedì 7 Maggio 2019, 22.55.29
2
Copertina stupenda e ipnotica
Zess
Martedì 7 Maggio 2019, 3.11.03
1
Ok, ma chi è la tizia in copertina?
INFORMAZIONI
2000
Napalm Records
Gothic
Tracklist
1. The Flame of Wrath
2. Forever
3. Pandemonium
4. Partial Insanity
5. Perpetual Desolation
6. Nebula Queen
7. The Mournful Euphony
8. A Tormented Soul
9. The Thing That Should Not Be
Line Up
Anita Auglend (Voce)
Glenn Nordbø (Voce, Chitarra)
Arild Christensen (Chitarra, Cori)
Anders Thue (Tastiera, Pianoforte)
Ingfrid Stensland (Tastiera)
Pete Johansen (Violino)
Ola Aarrested (Basso)
Stig Johansen (Batteria)
 
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