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Danko Jones - A Rock Supreme
08/05/2019
( 638 letture )
Il lavoro di Danko Jones è uno dei più difficili al mondo. Intendiamoci, non è certo l’unico a farlo. Ma come lo fa lui è comunque diverso dai tanti altri che si adoperano in qualcosa di simile o molto simile. Danko Jones infatti appartiene alla stessa famiglia di cui facevano parte ad esempio i Ramones e questo va assolutamente inteso come complimento e, al tempo stesso, come riconoscimento di un approccio se vogliamo quasi rivoluzionario. Non perché faccia qualcosa di innovativo o destinato a cambiare per sempre le regole del gioco. Al contrario, il buon Danko è un rivoluzionario perché pretende, con una carriera iniziata a fine degli anni Novanta e portata avanti fino ad adesso in costante crescita, di vivere la propria vita da musicista come fossero ancora gli anni Cinquanta o, al massimo, gli anni Settanta. Anni nei quali, insomma, essere una rockstar significava qualcosa di ben preciso e prevedeva dei rituali e dei comportamenti in un certo senso quasi scolpiti nella pietra. Ecco, Danko è nato e cresciuto in quel Mito esatto e sta lavorando talmente duro e con tanta costanza su quel fronte che, a differenza di quanto succede a quasi tutti tranne ai veri rivoluzionari, sta modificando la realtà perché sia questa ad assomigliare al suo sogno, invece di subirla come tocca a tutti gli altri. Danko vuole vivere di rock’n’roll, in tutti i sensi e con tutto quello che questo comporta e, anno dopo anno, disco dopo disco, concerto dopo concerto, da oltre vent’anni spinge il proprio sogno al massimo, riuscendo via via in questo percorso a portarsi dietro sempre più persone, convinte a loro volta che questo pazzo canadese sia un credibile nuovo Re del rock’n’roll. Magari per il solo spazio di un album o solo in quella magica sospensione del tempo che è un vero concerto rock. Ma quel tanto che basta di volta in volta a mettere un nuovo mattoncino nel Sogno del Rock. Perché è sicuro che, comunque vadano le cose, quello che Danko Jones fa oggi, continuerà a farlo per i prossimi duemila anni.

Giunti al nono album, inutile aspettarsi un cambiamento nell’indirizzo musicale di questi scapestrati. Ma anche qui è necessario fare molta attenzione: abbiamo detto che il lavoro che fa Danko Jones è il più difficile del mondo. Il nostro, infatti, ha deciso, come fecero i Ramones quarantacinque anni fa, di non ricorrere ad alcun trucco o esercizio di stile. La sua scelta è stata fin dall’inizio quella di ridurre al minimo, all’essenziale, quella di togliere, prima di aggiungere. I suoi dischi sono tutte prova di forza praticamente live e non c’è mai niente di più di quello che è il minimo indispensabile per un power trio che suona rock’n’roll, sporcato di attitudine punk e di volumi hard rock. In pratica i Kiss che vanno a braccetto con i Ramones, che vanno a braccetto con gli AC/DC, appunto. Niente trucco, niente zatteroni, piuttosto jeans e polsini neri, riff essenziali, sporchi, cattivi, linee melodiche semplici e ritornelli contagiosi, appiccicosi, minimali; il tutto con ettolitri di benzina, sudore, giochi di parole, sbruffonerie sessuali, doppi sensi, ammiccamenti vietati ai minori e tutto ciò che ha fatto grande il rock: rivolta, contro tutto e tutti, a qualunque costo, anche fine a se stessa, purché sia rivolta. Questo è quello che offre A Rock Supreme: niente di più, ma sicuramente anche niente di meno. Musica incendiaria, semplicissima, eppure per questo dannatamente difficile da rendere interessante, vibrante, sudata, vera. Non ti puoi nascondere dietro megaproduzioni, anche se qua dietro alla console c’è un certo Garth Richardson (Rage Against The Machine, Red Hot Chili Peppers, Biffy Clyro, Rise Against) o dietro a suite chilometriche guidate da musicisti di livello superiore. Qua perfino i pochi assolo sono essenziali e ridotti all’osso. Qui c’è solo sostanza: carne, sangue, cuore e sudore. C’è l’essenziale, tra giubbotti di pelle, macchine anni 50 e amori impossibili. Per questo il suo è il lavoro più difficile del mondo: perché tirare giù undici pezzi che funzionino a queste condizioni e che per quaranta minuti ti impediscano di sbadigliare e distrarti, è un’impresa maledetta, che puoi portare a termine solo se hai davvero l’ispirazione a tenerti su e se la band suona al massimo delle proprie capacità. Ebbene, ancora una volta questo power trio riesce nell’impresa di tirar fuori un grande album, che forse è anche meglio di altri pubblicati finora e già questo è un risultato di cui andare fieri. Qua c’è una dichiarazione d’amore, subito, in apertura:

I'm in a band and I love it
I'm in a band and I love it
All I wanna do is play my guitar and rock 'n' roll

When I hear speakers pushing the air
There's nothing better you can feel it
It's addicting, I swear
Step on stage, feel lights on my face
Let the whole world know that I'm ready for 'em, baby


Un album che inizia così, ti ha già detto tutto: a te proseguire e diventarne succube o andartene e perderti quaranta minuti di divertimento puro, sano, goliardico, irrispettoso e dannatamente liberatorio. Come detto, il livello medio delle canzoni resta assolutamente alto lungo tutto l’ascolto, quindi tanto I Love Love quanto il singolo We’re Crazy reggono benissimo il confronto con l’opener, ma è Dance Dance Dance ad alzare il livello, grazie ad una strofa contagiosa a cui fa da contraltare un grande refrain, appena più melodico dei precedenti, ma al contempo quasi punk nel riff. Altro colpo decisamente a segno è Fists Up High, non difficile da immaginare come prossimo anthem da concerto e non deve stupire che subito dopo la travolgente You Got Today ci sollevi di peso. Ma c’è anche il tempo per qualche sorpresa e provate ad ascoltare That Girl e a non pensare che sarebbe una meravigliosa canzone per i Thin Lizzy, con Danko che modula e da ritmica al suo cantato come solo Phil Lynott avrebbe saputo fare. Ma il cantante non ha esaurito le proprie carte ed ecco che nella strepitosa Burn in Hell diventa improvvisamente James Hetfield e ci regala una marcia in più per caricare il finale anthemico e sparato a mille di You Can’t Keep Us Down, cavalcata con un refrain irresistibile e il tappeto del grandioso Rich Knox in sottofondo. Chiusura col botto di un album che va via come una birra gelata e regala altrettante soddisfazioni.

Come un vecchio imbonitore da fiera, Danko Jones potrebbe urlare ai tanti curiosi che qua “non c’è trucco e non c’è inganno”, ma a differenza dei tanti venditori di fumo, questa sarebbe l’assoluta verità. A Rock Supreme, titolo che ricorda il celeberrimo A Love Supreme di John Coltrane, è un disco che non deluderà i fan di Danko Jones e che riesce nel difficilissimo compito di portare nuovi classici al repertorio della band, mostrando una compattezza e una qualità media invidiabile, giunti al nono album da studio. La formula è sempre la stessa e apparentemente niente è cambiato, ma proprio qua sta la difficoltà nel riproporre uno schema consolidato: rimanere ispirati, convinti e convincenti. Tutte cose che i Danko Jones sanno ancora essere. Quindi celebriamo questo rivoluzionario del rock’n’roll, ancora convinto che nel 2019 si possa e si debba suonare un rock essenziale e vivere il proprio sogno, fino in fondo, senza rimorsi, suonando grande musica.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
49.71 su 7 voti [ VOTA]
Alex HeavySound
Lunedì 20 Maggio 2019, 12.08.07
2
Sicuramente una band sottovalutata che sa il fatto suo. il nuovo disco è bello, scorre bene e suona bene! Il buon Danko anche in sede live è stato fantastico. Promossi a pieni voti voto 85
df800
Giovedì 9 Maggio 2019, 8.22.10
1
rispetto ai due predecessori risulta molto piatto, non un brutto lavoro ma di sicuro non memorabile. 65
INFORMAZIONI
2019
AFM Records
Hard Rock
Tracklist
1. I'm in a Band
2. I Love Love
3. We're Crazy
4. Dance Dance Dance
5. Lipstick City
6. Fists Up High
7. Party
8. You Got Today
9. That Girl
10. Burn in Hell
11. You Can't Keep Us Down
Line Up
Danko Jones (Voce, Chitarra)
John Calabrese (Basso)
Rich Knox (Batteria)
 
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