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Degraey - Reveries
15/05/2019
( 168 letture )
Riuscire a infrangere le barriere territoriali e accettare la sfida delle contaminazioni con linguaggi musicali di più antico e consolidato lignaggio: dovendo indicare ipotetici “coefficienti di maturità” di un movimento in via di affermazione, ci sentiamo di proporre come bussola di sommario orientamento queste due semplici cartine di tornasole, che, senza essere ovviamente esaustive né tantomeno disgiunte dall’imprescindibile contributo della qualità, possono essere utili per valutare il carburante a disposizione di un genere in progressivo allontanamento dal big bang primigenio. Come ci è capitato di sottolineare in più occasioni affrontando sulle pagine di Metallized le release in arrivo da quelli che indistintamente (e troppo sbrigativamente) alcuni considerano come discepoli della sacra triade Neurosis/Isis/Cult of Luna, il post metal ha ormai da tempo abbandonato le avite lande nordamericane per prendere solida dimora in diversi angoli del globo, con la Scandinavia e l’area franco-belga a fare la parte del leone ma senza dimenticare anche approdi meno convenzionalmente attesi (valga qui come esempio illuminante il Brasile dei Labirinto). In questo viaggio ormai ultraventennale, l’antica poetica neurosisiana ha consolidato e approfondito i rapporti di buon vicinato con una fitta schiera di generi, dal doom al drone, passando per le suggestioni ambient e space e finendo così per travalicare la vulgata originariamente in voga, che identificava il post metal come diretta filiazione dello sludge a contatto con spunti atmosferico/melodici.
L’inarrestabile marcia del post metal verso le latitudini mediterranee ha ottenuto vittorie significative sia sul suolo tricolore (dove brilla per originalità di contributi la declinazione più eterea della materia), che su quello greco (dove ha intercettato una solida tradizione core), ma non mancano ottimi interpreti in arrivo anche dalle coste più occidentali del Mare Nostrum. E’ il caso ad esempio dei Degraey, quartetto di Barcellona che tre anni fa aveva già dato importanti segnali di sé in occasione del full length di debutto, Chrysalis, iscrivendosi a buon diritto nella corrente che cerca di riempire il vuoto lasciato dalla dipartita dalle scene dei capofila Isis senza peraltro puntare a improbabili riproposizioni dell’originale e calibrando a dovere le forze ancora acerbe dei primi passi. Nati dall’incontro tra il batterista/cantante Cesar Perals (già protagonista con i Carontte di un progetto tutt’altro che disprezzabile) e del chitarrista Victor Paradis (impegnato con i Boreals su delicate rotte electro-ambient con vista sul post rock di vaga osservanza Mogwai), la band si ripresenta con rinnovate ambizioni sfoderando un secondo lavoro più che convincente e in grado di soddisfare palati dalle pretese diverse, soprattutto se dall’altro lato di casse e cuffie non ci si attenda un monumento all’ortodossia del genere.

Per chi si limiti alle necessariamente stringate note reperibili in rete (che li indicano ancora oggi prevalentemente come satelliti impegnati in orbite isisiane), infatti, il rischio che si corre affrontando questo Reveries è di andare incontro a una discreta delusione, mentre trarranno ben altro giovamento approcci più “laici” disposti a considerare la lezione di Aaron Turner e soci come una sorta di canovaccio in filigrana su cui i Nostri siano liberi di rielaborare, tagliare, ricamare, innestare le spinte in arrivo da una personalità decisamente definita e lontana dal rischio derivatività. A fronte di possibili obiezioni, anticipiamo subito un’osservazione che immaginiamo possa scaturire fin dai primi ascolti: i Degraey non inventano niente, non si avventurano in terre inesplorate e non spingono oltre la frontiera del post metal conosciuto. Perché ascoltarli, allora? Semplicemente perché nelle lande catalane si materializza uno di quei fenomeni che, a dispetto dell’apparente semplicità, non è affatto merce alla portata di tutti, vale a dire la capacità di confezionare un album in cui la resa qualitativa totale sia considerevolmente superiore alla somma delle singole componenti.
Ci era capitato di rilasciare un giudizio analogo parlando dell’ultimo lavoro dei Ghost Brigade, IV - One With The Storm e proprio alla band finlandese ci sentiamo di accostare i Degraey, nel senso che ai Nostri riesce in ambito post quello in cui Ikonen e soci sono maestri in ottica doom/melodic death, compreso il proficuo inserimento di elementi eretici che, se a Jyväskylä ruotano intorno a un retrogusto grunge, qui si affacciano soprattutto su un orizzonte prog (l’opener Nurture è, in questo senso, un manifesto artistico perfetto). Il risultato è un platter che, senza rinunciare ai canoni classici del genere con l’annesso carico di passaggi abrasivamente spigolosi alternati a momenti di pura contemplazione, sfodera un inaspettato tasso di potabilità e consente anche ai non devoti di avventurarsi tra i solchi con buone probabilità di imbattersi in anfratti emozionalmente significativi. Se, peraltro, tocca all’intreccio degli strumenti esaltare la natura sostanzialmente melodica dell’impianto, la funzione di contrappasso e controcanto è affidata al comparto vocale, protagonista non tanto per minutaggio (in questo il modello isisiano gioca ancora un ruolo fondamentale) quanto piuttosto per il peso specifico in termini di impatto acido di uno scream lancinante, che rimanda alle allucinate evoluzioni di scuola Amenra.
Non mancano, comunque, gli spazi concessi ad andamenti armonici tout court (il clean cantilenato accompagna alla perfezione le velleità alternative/grunge di una Not So Far così come, a maggior ragione, i refoli A Perfect Circle che si insinuano tra le pieghe quasi liturgicamente maestose di Back to Dust), ma va dato atto al quartetto di non ammiccare mai gratuitamente all’easy listening di maniera, del resto poco praticabile in presenza di tracce dalla durata ben più che sostenuta. In realtà, volendo evidenziare più che un vero e proprio difetto un elemento su cui lavorare per il futuro, il minutaggio eccessivo di alcuni brani è probabilmente il vero tallone d’Achille del platter, come dimostrano con dovizia di particolari sia Woven Conscience (e qui il rammarico è doppio, dato che la band azzecca un refrain di sicura e facile presa ma finisce per perderlo di vista affondandolo in troppo insistiti giri d’atmosfera a tinte ambient), sia, in misura minore, Sprawling Nest, pure sull’altro piatto della bilancia nobilitata da un finale che azzarda addirittura esiti black. Ben poche nubi, invece, si addensano sulla conclusiva The Inert, serissima candidata al ruolo di best of del lotto grazie alla magia dell’incontro tra una prima metà su cui si allunga discreta l’ombra dei Katatonia e una chiusura percorsa da fremiti tribalisticamente neurosisiani che circondano ed esaltano una solennità di altrettanto nobile ascendenza, stavolta sul fronte Cult of Luna. E qui davvero non ci si accorge, dei nove minuti trascorsi dal fatale rintocco del tasto PLAY…

Elegante e raffinato senza perdere il contatto con quella visionarietà inquieta che è un tratto irrinunciabile per chiunque scelga di avventurarsi sulle rotte post, coraggioso nella scelta di cimentarsi con gli assi portanti del genere senza stravolgerli ma con il chiaro intento di aggiungere capitoli personali ai sacri tomi compilati dai padri nobili, Reveries è un album con tutte le carte in regola per convincere sia gli abituali frequentatori delle cattedrali post metal sia eventuali curiosi che ne abbiano varcato casualmente la soglia. La crescita rispetto al debutto è fuori discussione e il passo sembra quello giusto… noi sicuramente ce lo appuntiamo, il nome dei Degraey, tra quelli da non perdere di vista.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
48 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2019
Autoprodotto
Post Metal
Tracklist

1. Nurture
2. Not So Far
3. Woven Conscience
4. Sprawling Nest
5. Back to Dust
6. The Inert
Line Up
Cesar Perals (Voce, Batteria)
Victor Paradis (Chitarra)
Ivan Pizarro (Chitarra, Tastiera)
Luc Espinach (Basso)
 
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