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Malfunkshun - Return to Olympus
18/05/2019
( 326 letture )
Ogni scena musicale ha quelli che definiremo i "pionieri", ovverosia band o artisti che in qualche modo aprono la strada agli altri, contribuendo a dare forma ad un sound, ad un’attitudine, ad un modo di pensare e di vivere la musica. Insomma, sono quelli che creano il substrato culturale e musicale, magari commettendo gli errori da cui gli altri impareranno, piantano i primi paletti, i primi insediamenti, creano i primi contatti. Come ci è stato raccontato da tanta letteratura e perfino da molta "mitologia" di settore, la scena di Seattle ha sempre avuto una sua specificità: intanto, l’essere periferica rispetto a quelli che sono i veri centri musicali nevralgici degli Stati Uniti, il che l’ha resa se vogliamo fin da subito particolare e diversa dalle altre, una netta e spesso violenta separazione tra i fan dell’heavy metal e la maggior vena punk/hardcore che, unita ad una sempre presente mentalità "do-it-yourself", ha forgiato per anni i musicisti che aprirono le strade per quelli arrivati dopo. Non sorprenda quindi che sia stata la "seconda ondata", a mettere a frutto quanto piantato dagli altri, abbattendo gli steccati tra generi e magari anche superando i maestri quanto a qualità musicale e strumentale. I Malfunkshun sono esattamente stati questo: una delle primissime, se non la prima band che può essere definita effettivamente "grunge", prototipo per tutte le band che arriveranno dopo. Contemporanei a loro troviamo altri prime movers assoluti: U-Men, Fastbacks, 10 Minute Warning, The Blackouts e così via, ma nessuno di loro pur avendo una profonda influenza sulla scena locale, può o poteva definirsi "grunge", ammesso che questo termine significhi poi davvero qualcosa. Ebbene, pur con le loro specificità, i Malfunkshun sono stati uno dei riferimenti essenziali per il genere, almeno quanto lo saranno i Melvins, che comunque arrivarono qualche anno dopo. Formata nel 1980, la leggenda vuole a Pasqua, dai due fratelli Wood, Andrew alla voce e Kevin alla chitarra, la band inizialmente vedeva Dave Hunt e Dave Rees come batterista e bassista: dopo un solo show, entrambi lasciarono e i Malfunkshun trovarono la loro definitiva dimensione di trio con l’arrivo del batterista Regan Hagar e il ruolo di bassista presoin carico da Andrew. I tre vivevano a Bainbridge Island e per loro, come per tante altre band, l’approdo a Seattle fu necessario per cercare di trovare posti dove suonare e dove perfezionare la propria identità: fu qui che i nostri elaborarono il proprio personaggio da palco. Andrew che da sempre era un fan del glam, si presentava sul palco truccato e con una pelliccia o vestito interamente di color argento, andando del tutto contro alle usanze punk locali, finché cominciò a presentarsi come Landrew, il Figlio dell’Amore proveniente dal Monte Olimpo e a riempire le esibizioni con i suoi interventi sull’amore, contro l’odio, battute continue, follie di ogni tipo, come mangiare cereali sul palco lanciandoli poi al pubblico. Proprio la folle esuberanza sul palco di Andrew e i volumi pazzeschi, finirono per rendere la band simpatica anche ai punk locali, che apprezzarono la maniera esagerata del gruppo di presentarsi e il contrasto tra l’immagine e la musica che di glam ben poco aveva, andando a combinare molteplici generi e presentandosi come un coacervo sonoro condotto a volumi senza senso, nel quale confluiva di tutto.

Per i Malfunkshun, come per tanti altri pionieri, però, fu molto difficile trovare un’etichetta in città che volesse promuoverli e tanto meno esisteva qualcosa per loro fuori da Seattle. Così tutto rimase ad un livello di autopromozione e autoproduzione per anni e anche se la band divenne presto una delle maggiori attrazioni dal vivo, amata e conosciuta da chiunque ascoltasse o suonasse musica a Seattle, l’impressione fu che essere arrivati troppo presto impedisse loro di emergere per davvero e confrontarsi con un mondo del professionismo musicale che li avrebbe dovuti far crescere sotto tutti gli aspetti. Questo e la sempre maggior dipendenza dalla droga di Andrew bloccò lo sviluppo della band che già nel 1985 prese una pausa, per consentire al cantante di andare in riabilitazione. Al suo ritorno, il gruppo contribuì all’atto fondativo ufficiale della scena di Seattle, la compilation Deep Six dell’etichetta C/Z Records, che li vedeva a fianco di Green River, The Melvins, Skin Yard, Soundgarden e U-Men, con i brani With Yo’ Heart (Not Yo’ Hands) e Stars-N-You. Ma la storia finisce già qui: insoddisfatto della situazione, nel 1987 Andrew comincia a cercare altrove, portandosi dietro Hagar per un breve periodo in quelli che diventeranno i Mother Love Bone nei quali resterà fino alla morte, avvenuta pochi giorni prima della pubblicazione del debutto Apple. Per i Malfunkshun invece la storia ufficiale ricomincerà anni dopo con formazioni diverse e caratterizzate quasi sempre dalla presenza di Kevin Wood e saltuariamente di Regan Hagar. Sarà però il batterista, assieme all’amico Stone Gossard a pubblicare nel 1995 l’unica uscita ufficiale a nome Malfunkshun, Return to Olympus, con una bellissima e iconica foto di Andrew Wood in copertina.

L’album, se così si può chiamare, è una raccolta di demo e registrazioni varie provenienti dal periodo 1986-87 ed è di fatto la più estesa pubblicazione di materiale della band pubblicata fino a quel momento. Come si può immaginare, il contenuto musicale è del tutto eterogeneo, confusionario e slegato e non possiede nessuno dei crismi che possano definirlo un album vero e proprio, se non il tentativo di dargli un ordine, compiuto a posteriori, con tanto di intro e outro, dedicati all’alter ego Landrew. Gli stessi brani veri e propri contenuti in Return to Olympus non hanno una forma definitiva, sono registrati quasi sempre in maniera del tutto non professionale e la qualità audio media è a dir poco approssimativa. Eppure, nella sua caoticità, Return to Olympus riesce a rendere esattamente l’idea di quello che i Malfunkshun sono stati e perché siano da considerarsi fondamentali per lo sviluppo del grunge. Musicalmente, la band riesce infatti a suonare un genere non identificabile, che unisce hard rock, noise, psichedelia, Black Sabbath e Kiss, glam settantiano e svisate improvvise di un guitar hero sotto acido come è Kevin Wood, capace di assoli condotti ad una velocità incredibile che contrastano clamorosamente con la musica e con la voce da perfetto idolo glam di Andy. Basta il riff di My Only Fan a definire per sempre la musica grunge, perlomeno nella sua dimensione iniziale e non sarà sorpresa per i tanti fan del genere, ritrovare non solo il suono pesante, fangoso, iperdistorto che caratterizza la scena, ma anche tracce di quello che saranno poi i Soundgarden, gli stessi Mother Love Bone o perfino gli Alice in Chains, tanto nella musica, quanto nelle linee vocali di Wood. Il caos fantastico di Mr. Liberty (With Morals) è praticamente irresistibile, almeno quanto lo sono gli scomposti e continui assoli di Kevin o la riuscitissima linea melodica di Andy, unite allo stile rigoroso e potente di Hagar, che ritroveremo poi in tanti altri batteristi cittadini. L’ascolto si rivela insomma fondamentale per cogliere in nuce tutto quello che sarà il futuro sviluppo del genere: prendiamo un pezzo come Jezebel Woman che assieme a Until the Ocean, sembra in tutto e per tutto l’antesignana della celebre Chloe Dancer/Crown of Thorns che Wood inciderà con i Mother Love Bone e scatena tutta l’intensità lirica e la potenza emotiva del genere, pur nella sua imperfezione formale, nell’anarchia della struttura e degli interventi musicali, con il basso a tessere un continuo respiro, sul quale la chitarra si abbatte come un fiume di pioggia incessante. Pezzo clamoroso e follia strumentale altrettanto irresistibile. Lo spirito del disco si rivela appieno nella successiva Shotgun Wedding, brano che evidentemente è una prova in studio, con un riff e una parte strumentale più o meno già abbozzata, salvo per il finale palesemente improvvisato e una parte vocale che invece è buttata lì sul momento, con tanto di prima strofa nella quale Wood si presenta appunto come Landrew e racconta la propria venuta dall’Olimpo per portare l’amore nel mondo. Sembrerebbe un pezzo utile solo a mettere su disco l’epopea di Landrew e lo spirito del suo inventore, non fosse per quel riff fantastico, la furia esecutiva, il crescendo iniziale col pezzo che si apre direttamente sull’assolo di Kevin e la melodia della strofa inventata che rende in maniera grandiosa. Non sapremo mai come sarebbe stato il pezzo finito, ma non è forse neanche necessario chiederselo. Sulla cover dal vivo di Wang Dang Sweet Poontang di Ted Nugent non c’è niente da dire, se non per cogliere la pesantezza e l’aggressività della resa dal vivo del gruppo, mentre la citata Until the Ocean, sgraziata e perfetta ballad pianistica con un Wood stonato e stralunato quanto basta che porta in trionfo la propria vena glam, avrebbe potuto essere un grande brano in mano ad un produttore appena capace. Senza dilungarci in un track by track davvero inutile, vista la natura dell’album, diremo ancora che I Wanna Be Yo’ Daddy è un pezzo che chiunque abbia amato il genere non potrà non sentire come proprio e amare sentitamente. In chiusura inevitabile citare tanto Luxury Bed (The Rockship Chair), non fosse altro per il tentativo di creare un arrangiamento più ricercato con clavinet, organo e ritmiche funky e, naturalmente, With Yo’ Heart (Not Yo’ Hands), che mostra più di ogni altra traccia, che anche con un budget ridotto all’osso, se la band avesse avuto l’occasione di lavorare in uno studio con un produttore, la differenza sarebbe stata abissale. Brano che ha letteralmente fatto storia e col quale il gruppo è da sempre identificato: il clamoroso riff sabbathiano di apertura, gli assoli lancinanti di Kevin Wood, il refrain ossessivo, la particolare interpretazione di Andrew Wood, tutto perfetto nella scarsezza della resa sonora.

L’eredità lasciata dai pioneri Malfunkshun ai gruppi venuti dopo è enorme. Musicalmente è palese quanto il gruppo abbia influenzato il genere, creando letteralmente i presupposti della sua identità, ma il lascito non si ferma qui: la volontà di Andrew Wood di alzare il livello, di puntare le proprie ambizioni alle stelle, ha fatto intravedere a tutti, anche a quelli che del successo inteso in termini economici se ne fregavano, che da Seattle poteva uscire qualcosa di grosso. La band dimostrò a tutti che si poteva suonare qualcosa di diverso dal punk, complicare le linee melodiche e strumentali, creare delle vere canzoni, che fossero originali e particolari, dotate di una personalità unica. Infine, i Malfunkshun lanciarono quello che per anni è stato “il” frontman, assieme a John Bigley degli U-Men, un vero punto di riferimento. Return to Olympus è quindi un omaggio reso a quello che è stato un ragazzo amato da tutti, fragile nella vita privata quanto carismatico sul palco, dall’animo tormentato e che alla fine non ha neanche conosciuto il successo e il riconoscimento a cui tanto aspirava, restando anzi nella galleria secondaria dei personaggi del genere, schiacciato dai milioni di copie e dalla sovraesposizione di cui godranno i gruppi della seconda ondata. Non che siano mancati i tributi, proprio da parte degli amici, sia nella compilation Singles che, soprattutto, con la nascita del supergruppo Temple of the Dog ad opera del coinquilino e amico Chris Cornell e degli ex compagni dei Mother Love Bone, Stone Gossard e Jeff Ament, da parte dei Candlebox, come dei War Babies e perfino dai Faster Pussycat, fino al documentario Malfunkshun: The Andrew Wood Story, uscito nel 2005. Per i Malfunkshun la storia come detto continuerà ancora, ma inevitabilmente resterà legata ad un underground dal quale ormai non avrebbero più potuto affrancarsi. Non siamo insomma al cospetto di un disco vero e proprio: la verità è che Return to Olympus è un tributo, un regalo da custodire gelosamente per chiunque abbia amato la scena di Seattle e una testimonianza imperdibile per tutti coloro che vogliono scoprire dove nasce un genere che ha sconvolto letteralmente gli anni novanta e tutta la storia musicale successiva. Un genere che, come tristemente anticipato dalla storia di Andrew Wood, pioniere suo malgrado anche in questo, conteneva in sé i germi della propria grandezza come quelli della propria autodistruzione.

In loving memory: Andrew Patrick Wood (January 8, 1966 – March 19, 1990)



VOTO RECENSORE
s.v.
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Alessandro bevivino
Domenica 26 Maggio 2019, 10.54.25
3
Bellissima recensione.
Jan Hus
Sabato 18 Maggio 2019, 20.44.14
2
Applausi. Sipario
No Fun
Sabato 18 Maggio 2019, 17.57.26
1
Oh questa rece mi ha risollevato il morale in una giornata del cavolo!
INFORMAZIONI
1995
Loosegroove Records
Grunge
Tracklist
1. Enter Landrew
2. My Only Fan
3. Mr. Liberty (With Morals)
4. Jezebel Woman
5. Shotgun Wedding
6. Wang Dang Sweet Poontang
7. Until the Ocean
8. I Wanna Be Y0' Daddy
9. Winter Bites
10. Make Sweet Love
11. Region
12. Luxury Bed (The ROcketship Chair)
13. Exit Landrew
33. With Yo' Heart (Not Yo' Hands)
Line Up
Andrew Wood (Voce, Basso)
Kevin Wood (Chitarra)
Regan Hagar (Batteria)
 
RECENSIONI
 
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