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Dirge - Wings of Lead over Dormant Seas
25/05/2019
( 361 letture )
"Non c'erano più valichi, non più creste da percorrere e non più attesa, la vetta era conquistata."

E’ il 1953 e con queste sobrie parole l’uomo che ha appena posato per la prima volta il piede sulla vetta della montagna più alta della Terra riassume con freddo taglio cronachistico il senso di una delle imprese destinate a rimanere nella storia di un’intera specie, a simboleggiare l’umana attitudine a raccogliere (e vincere) le sfide proposte dalle pieghe apparentemente più inaccessibili del pianeta. Messo piede nel santuario più inviolabile, nel breve volgere di un decennio una legione di emuli di Edmund Hillary ne avrebbe ripetuto le gesta piantando bandiere sui ghiacci (chissà ancora per quanto…) eterni che coprono le cime di quello che viene correntemente definito “tetto del mondo”, a cavallo tra Himalaya e Karakorum. Figlie del titanico scontro tra la zolla eurasiatica e il subcontinente indiano alla deriva dopo il distacco dall’Africa, nel corso degli anni Cinquanta le quattordici vette a più stretto contatto col cielo sono diventate oggetto di una vera e propria corsa che ha appassionato non solo gli addetti ai lavori e gli sportivi ma anche il grande pubblico, con annesse scie di polemiche (in cui non potevamo italicamente non segnalarci… leggere alla voce Compagnoni/Lacedelli/Bonatti sul K2, per credere) e tributi tutt’altro che trascurabili in termini di vite umane. Così, “scalare un Ottomila” è entrato rapidamente nel linguaggio comune come metafora di avventure o compiti al limite dell’impossibile, per affrontare i quali serve dotarsi di un bagaglio che preveda un mix di follia e coraggio nonché un carico altrettanto significativo di preparazione.

Fatte le debite proporzioni, in qualche caso anche i generi musicali possono essere accostati all’alpinismo e non stupirà, allora, che alcuni album arrivino ad assumere i tratti di un vero e proprio “ottomila pentagrammatico”, mettendo a dura prova non solo eventuali ascoltatori occasionali ma anche devozioni apparentemente consolidate che non abbiano però affondato sufficientemente le radici nell’humus più profondo della poetica in questione. Concentrando lo sguardo sul post metal, è sicuramente questo il caso di quasi tutti i lavori di una band francese che proprio di recente ha purtroppo annunciato la fine di una carriera semplicemente impeccabile e i cui singoli episodi meritano praticamente tutti un posto di primissimo piano nell’albo d’oro di un genere che conta ormai uscite e novità a tamburo battente.
Loro sono i Dirge e non più tardi di sei mesi fa sono stati in grado di stupire per l’ultima volta con l’ottimo Lost Empyrean, ma nel loro passato si annida una batteria di rilasci dal quoziente di difficoltà spaventoso, pari peraltro al valore di proposte sempre in grado di coinvolgere e travolgere chiunque sia davvero in grado di entrare in sintonia con quella trasfigurazione degli stati della materia che è la pietra angolare della navigazione in acque post. Provenienti da lande industrial celebrate nel trittico di demo che ne ha caratterizzato gli esordi a metà anni ’90 e messo progressivamente a dimora l’incontro con sludge e drone a partire dal primo full length Down, Last Level, il quintetto parigino cominciava a scalare progressivamente le classifiche di un movimento che, alle spalle degli allora già affermati Neurosis, cercava nuovi paladini in grado di diffondere la formula così sapientemente distillata a Oakland. Sei anni dopo, nel 2004, nel volgere di appena dodici mesi vedevano la luce The Eye of Every Storm, Panopticon e Salvation, certificando definitivamente la dignità artistica del nuovo movimento sotto la guida della sacra triade Neurosis/Isis/Cult of Luna, ma a quel terzetto di gioielli universalmente incensato di lodi si sarebbe dovuto senz’altro aggiungere un quarto titolo e un altro moniker di pari spessore. Quel platter era il magnifico And Shall the Sky Descend e da quel momento possiamo far datare l’inspiegabile sottovalutazione di cui i Dirge sono costantemente stati oggetto, con l’ovvia, naturale eccezione di un fedele manipolo di seguaci che non ha mai smesso di attendere messianicamente le loro epifanie.

Come spesso capita, in realtà, la spiegazione non risiede del tutto in congiunture astrali sfavorevoli o nel fatto di essere in ritardo o, all’opposto, di precorrere i tempi, quanto piuttosto nella scelta di percorrere un sentiero sempre impervio, fatalmente destinato a respingere viandanti occasionali. Se poi l’innata propensione a comporre musica “per iniziati” si spinge fino al punto di pretendere una dedizione totale a ciò che si sprigiona dai solchi, ecco che qualità e fama finiscono spesso per separare definitivamente le loro strade, lasciando sul campo capolavori destinati a varcare la soglia dell’incomprensibilità quando non di una totale indigeribilità.
Ecco spiegato in poche parole il destino di questo Wings of Lead over Dormant Seas, che si staglia minaccioso all’orizzonte già per il suo aspetto formale, non appena si scopre che il timing complessivo sfonda il muro delle due ore e che la titletrack da sola promette di tenerci impegnati per un’intera ora. Ma il vero scoglio da superare in questa faticosa ferrata è un contenuto mai come in questo caso nemico della potabilità, capace di espellere dal flusso narrativo qualsiasi concessione sia pur velata alla melodia privilegiando all’opposto densità e oscurità, insieme a una cura quasi maniacale per le strutture. Il risultato è un post metal discretamente atipico rispetto agli standard del genere, a rivendicare le origini industrial della band più che le canoniche ascendenze sludge/core attese su queste frequenze, ma senza trascurare contributi atmosferici che, in assenza di propensioni melodiche, si materializzano in una veste psichedelica capace di trasformare in onde ipnotiche l’ossessivo incalzare di riff pachidermici e distorsioni che illuminano stroboscopicamente la scena.
I riferimenti più evidenti vanno indubbiamente cercati nella visionarietà allucinata di marca Cult of Luna, ma nel mondo dei Dirge risulta meno significativa quella componente distopica che è invece centrale in lavori come Vertikal o Mariner: in Wings of Lead over Dormant Seas la vita biologicamente intesa è scomparsa sotto la linea dell’orizzonte, lasciando il proscenio a un mondo meccanicamente concepito da cui la presenza umana sembra definitivamente bandita. Tutt’altro che sorprendentemente, l’altro grande pilastro su cui poggia un platter che celebra l’avvento del regno delle macchine è l’effettistica drone, con il suo carico di dilatazioni spazio-temporali e di propensioni rumoristiche e in un simile brodo quasi asetticamente distillato affondano anche le brevi incursioni del cantato di Marc Titolo, il cui scream non è mai incarnazione di una fiera o, in alternativa, disperata rivendicazione di un’umanità che abbia perso la sua ragion d’essere nell’universo, ma solo e semplicemente un’altra arma che aggiunge tratti di desolazione al paesaggio.

Non resta dunque che prepararsi ad affrontare contrafforti ripidissimi e tocca all’opener Méridians chiarire subito che non sarà una tranquilla gita fuori porta, tra imponenti architetture che il drone fa risuonare metallicamente e lo sferragliare di ingranaggi che producono un movimento che alterna cadenze epiche a caotici momenti di giri a vuoto. Raggiunto il primo campo base grazie anche all’attimo di tregua concesso dall’eterea e delicata End, Infinite, ci si incammina prima sull’altopiano brullo e strada facendo sempre più sinistramente illuminato di Epicentre e poi sui sentieri ambient di Lotus Continent, che avanza un’autorevolissima candidatura per il ruolo di vertice ipnotico-lisergico del lotto e si merita una citazione d’obbligo come possibile best of tra le tracce “umane”.
E usiamo non a caso l’aggettivo “umano” perché, dopo l’interessantissima Nulle Part (dove refoli space innervano velleità avantgarde di cui peraltro i parigini avevano già dato sfoggio in Down, Last Level), arriva la regina delle pareti verticali, la monumentale titletrack in cui il rischio caduta o l’opzione estasi giocano una partita dagli esiti incerti persino per i più accaniti masticatori della materia post. Inutile provare a sezionare le singole stanze in cui si articola un azzardo capace di spingersi molto oltre la già ragguardevole dimensione della classica suite, inutile tentare di redigere un bilancio che tenga conto di ipotetici più o meno da contabilizzare a fine corsa, inutile lodare alcuni cammei (qui però ci si consenta almeno un’eccezione per la struggente incursione della tromba che a metà viaggio chiude la prima parentesi drone), forse per arrivare a una definizione quantomeno credibile conviene rifugiarsi tra le pieghe del latino, dove un unico vocabolo, “monstrum”, riassumeva in sé entrambe le opzioni insite in un prodigio, a sottolineare l’eccezionalità del fatto indipendentemente dalle sue connotazioni positive o negative. Di sicuro rimane il fatto che, ad aspettare i fortunati in grado di raggiungere la vetta del sessantesimo minuto, ci saranno una vista incantevole e la sensazione di averlo davvero conquistato, uno dei tetti del post metal d’autore.

Imponente, oscuro, denso, dotato di armi di difesa che ne garantiscono (in qualche passaggio a dir il vero oltremisura) l’impenetrabilità ma che, una volta disinnescate, spalancano viste da vera e propria vertigine, Wings of Lead over Dormant Seas è un album che iscrive di diritto il proprio nome nel ristretto club delle cime leggendarie con cui prima o poi qualunque cultore del genere deve almeno provare a cimentarsi. Senza dimenticare che, alla voce Dirge, questo non è l’unico Ottomila per cui valga la pena emozionarsi, lassù, a meno di due passi dalla perfezione.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
97.71 su 7 voti [ VOTA]
Red Rainbow
Domenica 26 Maggio 2019, 19.30.56
3
@Macca: cavolo, complimenti e invidia per l'assalto al cielo alle viste, io purtroppo mi diletto della materia solo sul versante "letterario", con i racconti post-epopea... 😉
Macca
Domenica 26 Maggio 2019, 18.37.53
2
Grande band, ho ascoltato il solo Hyperion ma è veramente tanta roba. Da buon alpinista ho inoltre notato con piacere i cenni storici relativi alla "corsa" agli 8000 che hanno tenuto banco negli anni '50: chissà, magari questo sarà uno degli album che troverà spazio tra i miei 160 GB quando proverò a muovere l'assalto al Cho Oyo tra due anni
InvictuSteele
Sabato 25 Maggio 2019, 16.28.34
1
Una delle migliori band al mondo, album geniale, anche se la title track di un'ora cala di intensità in molti momenti. Però un capolavoro.
INFORMAZIONI
2007
Equilibre Music
Post Metal
Tracklist
1. Méridians
2. End, Infinite
3. Epicentre
4. Lotus Continent
5. Nulle Part
6. Wings of Lead over Dormant Seas
Line Up
Marc T. (Voce, Chitarre)
Stéphane L. (Voce, Chitarre)
Christophe "Zomb" D. (Samples)
Christian M. (Basso)
Alain B. (Batteria)
 
RECENSIONI
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