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Rival Sons - Feral Roots
04/06/2019
( 1022 letture )
Arrivati alla sesta uscita i californiani Rival Sons si sono ritrovati a dover fare i conti con quanto di buono fatto negli anni precedenti. Il loro problema (che poi è anche il loro maggior punto di forza) è che essi stanno ripetendo la stessa formula vincente da ormai dieci anni a questa parte: il consueto hard rock di estrazione settantiana, ovviamente protagonista indiscusso anche dell'ultima fatica discografica, cioè Feral Roots. Difficile perciò mantenere gli stessi standard qualitativi in fase di scrittura, soprattutto in un genere dalla lunga vita e abbastanza inflazionato come l'hard rock viscerale di estrazione blues. A dirla tutta Hollow Bones (album del 2016) aveva già mostrato qualche piccolo segno di cedimento in tal senso, trovando alcune difficoltà proprio nell'introduzione di nuovi scoppiettanti brani da riproporre durante i live, nell'ostica impresa di scalzare i classici della band. Ciononostante il disco si mantenne su livelli alti per alcuni fattori insiti nei Rival Sons: il sound consolidato, il valore meramente tecnico di ogni singolo musicista e la voce più convincente dell'intero movimento revival, ovverosia l'eccelso Jay Buchanan. Quest'ultimo è un cantante che sembra veramente appartenere ad un'altra epoca, uno che dà tutto se stesso sia in studio sia sul palco, prendendosi meritatamente la scena in quanto frontman ed in quanto artista; le sue performance non sono esclusivamente tecniche, anzi egli sembra prendere le energie e le capacità interpretative dei grandi del passato facendole sue, rimanendo perciò unico.

La premessa nel rimarcare tali aspetti era necessaria poiché sono gli stessi che caratterizzano Feral Roots: un album suonato ed interpretato come al solito egregiamente ma con pochi brani insostituibili, i quali faranno fatica ad imporsi nella solida discografia della band. Ciò significa che non vale la pena ascoltare i Rival Sons odierni? Assolutamente no! Il disco è meritevole di ascolto così come i suoi predecessori: le linee di chitarra sporche e grezze di Scott Holiday sono pressoché perfette, la sezione ritmica è quanto di meglio si possa desiderare in ambito blues/rock ed il canto di Buchanan fa semplicemente la differenza. Sta di fatto che citare i pezzi simbolo del platter risulta arduo, poiché quelli che effettivamente emergono sono pochi. Sicuramente Sugar on the Bone, la quale segue il singolo abbastanza neutro Do Your Worst. La seconda track si dimostra a conti fatti la bomba dell'LP grazie ai suoni carichi di distorsioni, alla costante ritmica espressa dal campanaccio di Michael Miley e al chorus inossidabile, il quale si stampa in testa in men che non si dica. L'altra perla del disco è la titletrack, una canzone che mette in mostra, oltre alle straordinarie doti canore del frontman, un certo gusto nella riproposizione di liberatori classici southern rock sia nel sound, sia nel testo. Se la parte iniziale con i succitati, la potente Back in the Woods e la rilassante Look Away scorre abbastanza agevolmente, di contro la seconda parte non impressiona riscattandosi soltanto sul finale. Brilla infatti di luce propria End of Forever, la quale esce parzialmente dagli schemi mostrandoci dei Rival affascinanti nelle vesti alternative moderne indossate, con un modesto uso di campionamenti e con un Buchanan che sfoggia tutta la sua versatilità. Interessante anche l'esperimento espresso in Shooting Stars con l'aiuto del coro di Nashville: un rock/gospel accattivante e un po' ruffiano ma in fondo abbastanza godibile.

Morale della favola: un album di onestissimo hard rock, come sempre sopra la media, ma con poche grandissime tracks. Feral Roots si fa apprezzare per aspetti come la compattezza sonora e le qualità dei singoli. Sia chiaro: ad averceli di dischi cosi! I Rival Sons sono ormai adulti e devono porsi la domanda se proseguire pedissequamente sul sentiero tracciato o se intraprendere nuove soluzioni. Fra le righe fanno intendere di potersi esprimere maggiormente, magari con qualche sforzo in più potrebbero oltrepassare le barriere da loro stessi poste sul proprio cammino.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
78 su 7 voti [ VOTA]
LC
Giovedì 13 Giugno 2019, 9.16.37
5
Abbastanza d'accordo con la recensione. L'album è buono, ben bilanciato tra pezzi più energetici e altri più "riflessivi", con una valida sezione ritmica e voce di Bauchanan + chitarre di Holiday che danno quel plus di personalità all'insieme. Do your worst più che neutra è ottima come singolo per richiamare la curiosità all'ascolto del disco. Il voto finale mi pare leggermetne basso, 80 / 82 sarebbe l'ideale. Live rendono molto molto bene
jeffwaters
Mercoledì 12 Giugno 2019, 10.09.58
4
Grazie per avermeli fatti scoprire....altro che GVF
Slow
Mercoledì 5 Giugno 2019, 19.47.42
3
Assolutamente d'accordo con Markus
Markus
Mercoledì 5 Giugno 2019, 14.14.19
2
Secondo me un album di eccezionale hard rock...altrochè.
Rob Fleming
Mercoledì 5 Giugno 2019, 12.24.15
1
Album molto bello. Non si grida al miracolo nel suo complesso, ma ci sono brani che sono autentiche perle. Feral Roots e Shooting Stars sono autentici capolavori: chiudete gli occhi e metteteli quali colonna sonora di una puntata a scelta di True Detective I stagione.80
INFORMAZIONI
2019
Low Country Sound/Atlantic
Hard Rock
Tracklist
1. Do Your Worst
2. Sugar on the Bone
3. Back in the Woods
4. Look Away
5. Feral Roots
6. Too Bad
7. Stood by Me
8. Imperial Joy
9. All Directions
10. End of Forever
11. Shooting Stars
Line Up
Jay Buchanan (Voce, chitarra ritmica sulle tracce 5 e 9)
Scott Holiday (Chitarra)
Dave Beste (Basso)
Michael Miley (Batteria)
Musicisti Ospiti:
Todd Ögren (Tastiere)
Kristen Rogers e Whitney Coleman (Cori)
The Nashville Urban Choir (Voce aggiuntiva sulla traccia 11)
 
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