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Crazy Lixx - Forever Wild
09/06/2019
( 754 letture )
Nostalgia (dal greco: nostos “ritorno a casa” e algos “dolore”. Il dolore del ritorno). Sentimento malinconico che si prova nel rimpiangere cose e tempi ormai trascorsi o nel desiderare intensamente cose, luoghi e persone lontane)

Si può avere nostalgia per qualcosa che non si è mai conosciuto? Sembrerebbe impossibile, ma questo sentimento esiste e in Germania esiste una parola, “Fernweh”, che designa appunto la nostalgia per un posto che non si è mai visto e, in una sfumatura del suo ampio significato, anche la famosa “saudade” portoghese assume la connotazione di malinconia per qualcosa che non si è vissuto. Se riferita invece ad epoche che non si sono vissute, pur non trovando una parola specifica, si parla di “Sindrome dell’Età dell’Oro”. In Svezia una parola che riassuma questi significati non esiste, ma è difficile credere che il sentimento, al quale non si è ancora dato un nome, non sia nella realtà fortemente percepito, vista la moltitudine di band che in quel Paese e in tutta la Scandinavia, hanno sentito il richiamo per sonorità e stilemi appartenenti ad un decennio ormai lontano, ma non per questo dimenticato e che anzi, per tanti versi, ha segnato indelebilmente l’immaginario collettivo mondiale. In una sorta di ideale passaggio di testimone tra gli States e l’Europa, che in realtà non è mai cessato, infatti, abbiamo assistito ad un progressivo rinascere del genere hard rock, nella sua accezione più ottantiana, proprio nelle fredde terre del Nord. Certo i tempi delle arene stracolme sono ormai un ricordo lontano, ma questo non ha raffreddato gli entusiasmi di una intera generazione di musicisti che ha trovato in alcune etichette, in particolare la Frontiers, un approdo per la propria voglia di suonare un genere apparentemente morto e che invece non ha di fatto mai smesso di dare segnali di vita, pur essendosi cristallizzato in uno standard consolidato.
In questo panorama, i Crazy Lixx, provenienti da Malmö e guidati dalla voce di Danny Rexon, costituiscono senza dubbio una delle realtà di maggior qualità e continuità. Tornati prepotentemente alla ribalta dopo un lieve periodo di appannamento, dovuto ad un album meno brillante come Riot Avenue e da continui cambi di line up, i cinque sembrano aver trovato una stabilità che partendo dal disco di rilancio, Ruff Justice, li conduce ora ad una nuova uscita che si preannuncia fondamentale nella loro carriera. Forever Wild, sesto album da studio, è quindi chiamato a rinnovare le ambizioni dei Crazy Lixx, confermandone il ruolo di primo piano.

Senza allungare troppo l’attesa, l’obbiettivo può dirsi assolutamente centrato. Forever Wild riparte esattamente da dove si chiudeva Ruff Justice e lo fa con una carica di energia elevatissima. Si sente letteralmente che il gruppo ha trovato una propria serenità e una dimensione artistica che gli consente di puntare al colpo grosso, sotto tutti i punti di vista. Ecco quindi che l’indirizzo del disco precedente, con l’emersione di una preponderante vena di class metal, viene confermato e portato al massimo splendore. Il che non vuol dire assolutamente che la vena melodica sia ulteriormente potenziata: al contrario, Forever Wild tiene fede al proprio titolo e riesce nell’intento di ritrovare un equilibrio quasi perfetto tra la naturale attitudine hard rock, graffiante e ruvida quanto basta, per poi aprirsi a tonnellate di cori armonizzati e soli levigatissimi, refrain ruffiani al massimo livello, senza però dimenticare riff e muscoli quando servono. La cosiddetta freddezza scandinava sembra essere quanto di più lontano dall’approccio di questa band, che in tutto e per tutto ripercorre i sentieri californiani che hanno reso grandi Dokken, Def Leppard, Firehouse, Ratt e Motley Crue. Senza dubbio gran merito in questa operazione ce l’ha proprio Danny Rexon, il quale assieme al batterista Joél Cirera ha preso per mano la band e l’ha trascinata fuori dal periodo peggiore, divenendo non solo elemento di continuità, ma assumendosi anche l’onere della produzione degli ultimi due album, creando questo nuovo indirizzo fatto di suoni scintillanti e perfetti impasti vocali, che si abbinano alla voglia di rockeggiare, comunque mai dimenticata pur a fronte di un prepotente utilizzo di tastiere negli arrangiamenti. Sono chitarroni e cori ad accoglierci in Wicked, opener praticamente perfetta, con riff ululanti e tanta melodia a fare da contraltare alla ritmica sleaze. Break Out rinuncia alle tastiere e alza il livello di dinamicità, mentre Silent Thunder è ruffiana in maniera clamorosa, con un refrain da arena rock sparato a mille e condita dall’ennesimo ottimo assolo. (She’s Wearing) Yesterday’s Face è invece la più aggressiva del lotto, richiamando i Motley Crue di Primal Scream, pur con un riff quasi funky sotto il refrain. Eagle è invece lo spartiacque del disco, un brano che letteralmente “non ti aspetti”: citazione clamorosa nel riff portante, mutuato in toto da Heaven and Hell dei Black Sabbath, per uno sviluppo che richiama gli Europe e un refrain AOR a mille che si stampa in testa senza possibilità di scampo. Pezzo ambizioso anche nella durata, Eagle rappresenta senz’altro un tentativo di crescita da un punto di vista del songwriting che merita apprezzamento. Non fosse per la comunque sempre alta qualità della proposta, verrebbe da urlare “finalmente”. La seconda parte del disco si orienta maggiormente verso sonorità AOR e class metal, con ritornelloni come quello di Terminal Velocity e una It’s You che sembra letteralmente la colonna sonora di una “teen saga” da rete americana. Come già da titolo Love Don’t Live Here Anymore è la ballatona del disco: perfettamente nella parte, forse fin troppo a dirla tutta, è probabilmente l’unica traccia del disco nella quale veramente la personalità del gruppo non trova nessuno spunto fuori dal cliché. I due brani di chiusura rialzano appena i giri, con Weekend Lover a perfetta metà tra zuccherosità e tastiere di sottofondo e riff affilati e la conclusiva titletrack che ritrova maggior velocità, per una chiusura in aria di epica celebrazione.

Passati i quindici anni di carriera, i Crazy Lixx sembrano aver intenzione di prendersi una fetta di successo e attenzioni sempre crescente. Forever Wild ha esattamente questo obbiettivo, presentando una band nel pieno della propria consapevolezza artistica e internamente stabile. La qualità tecnica è indubbia e Rexon confeziona una produzione a dir poco perfetta. La scelta di orientarsi maggiormente verso sonorità class e AOR, presentando un album che di fatto è un concentrato del meglio degli Eighties, si conferma vincente. I dubbi sulla effettiva necessità di album così dichiaratamente derivativi restano comunque tutti. Non si può accusare i Crazy Lixx di vivere di rendita in senso stretto: i brani ci sono e si sente. Eppure, è difficile anche non considerare che l’intero album appare come un gigantesco e nostalgico tributo a ciò che è stato, senza che si ravveda in alcun anfratto un qualcosa che parli di futuro per il genere, se non la costante ed infinita reiterazione del passato. Questo è senza dubbio un gran bell’album, al netto di una seconda parte forse meno interessante e i fan del gruppo non potranno che ritenersi soddisfatti e perfino entusiasti di Forever Wild, fermo restando che nel settore esistono due band come gli H.e.a.t e gli Steel Panther che restano superiori. É comunque difficile non chiedersi se questa nostalgia dell’età dell’oro debba necessariamente essere soddisfatta da band, anche ottime, che hanno però il solo obbiettivo di ricreare in tutto e per tutto ciò che è stato, senza aggiungere nulla. É questa la strada per la salvezza del rock? Nel frattempo, lontano da domande forse anche oziose, buon ascolto.



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
70.16 su 6 voti [ VOTA]
MetalHead
Mercoledì 12 Giugno 2019, 22.41.51
3
Sempre molto piacevoli i loro albums
Lizard
Lunedì 10 Giugno 2019, 23.49.01
2
Ciao Michele: si parla naturalmente di band che si ispirano in maniera palese alle sonorità ottantiane. Ciascuna con la propria specificità.
HeroOfSand_14
Lunedì 10 Giugno 2019, 20.18.01
1
Dopo aver ascoltato alcune volte il disco posso dire che merita molto, come gli altri della band. Il problema che ho riscontrato, e che non avevo notato nelle altre uscite, è che suonano benissimo questo genere, non ci aspettiamo sicuramente innovazioni o svolte a livello di stile, ma adesso alla lunga rischiano forse un pò di stancare. Se con New Religion avevano fatto capire di pasta erano fatti e con Crazy Lixx si erano confermati, con Ruff Justice hanno posato una pietra importante nel genere revival ottantiano. Ora, dopo 3 album molto simili sia a livello di sound che di melodie e trovate stilistiche, ho paura che non riuscirò ad amare alla follia questo Forever Wild. Intendiamoci, le canzoni sono ottime e non trovo cali importanti, è presente anche una hit grandiosa come Silent Thunder che paragono a Walk The Wire, ma la longevità ho paura che ne risenta. Per quanto tempo possono andare avanti a suonare questo tipo di brani? Sinceramente non lo so. Nel frattempo comunque poter ascoltare pezzi come Wicked, la titletrack, It's You e Terminal Velocity è veramente un piacere per le mie orecchie. Il paragone citato da Saverio con gli Heat e gli Steel Panther ci sta per la zona di provenienza delle band, ma gli stili sono parecchio diversi. Gli Steel sono una band "ironica" e caricaturale che suona si un hard rock ottantiano molto bene, ma gli Heat hanno continuato ad evolversi approcciando un sound totalmente moderno con l'arrivo di Gronwall, fino ad arrivare a Into The Great Unknown dove a colpi non sembrano manco loro.
INFORMAZIONI
2019
Frontiers Music
Hard Rock
Tracklist
1. Wicked
2. Break Out
3. Silent Thunder
4. (She’s Wearing) Yesterday’s Face
5. Eagle
6. Terminal Velocity
7. It’s You
8. Love Don’t Live Here Anymore
9. Weekend Lover
10. Never Die (Forever Wild)
Line Up
Danny Rexon (Voce, Chitarra)
Chrisse Olsson (Chitarra)
Jens Lundgren (Chitarra)
Jens Sjöholm (Basso)
Joél Cirera (Batteria)
 
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